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dal Burundi

Se nelle calde giornate estive vi annoiate e avete voglia di vedere cosa succede in quel del lontano Burundi durante questo periodoelettorale animato, ecco qui il blog di PIGA PICHA, il gruppo per l’immagine indipendente in Burundi che abbiamo messo su da qualche mese con un gruppo di amici giornalisti.

http://web.me.com/pigapicha/Piga_Picha/Karibu.html

Martina Bacigalupo

ISTRUZIONI PER L’USO

Per eseguire una fotografia è sufficiente premere il pulsante di scatto posto sulla calotta superiore dell’apparecchio.
Per eseguire una buona fotografia è consigliabile prima osservare e quindi premere il suddetto pulsante di scatto.
Per eseguire una bella fotografia è necessario compiere, in sequenza, le seguenti operazioni: 1) osservare; 2) pensare; 3) premere il pulsante di scatto. (*)

(*) Il procedimento può richiedere un tempo compreso tra 1/1000 di secondo e una vita intera: non si sa quando l’attimo della perfezione entra nel mirino del vostro apparecchio fotografico. Quindi rassegnatevi ad aspettare e impiegate il tempo dell’attesa pensando e immaginando quanto sarà bella la fotografia che non forse non farete mai.

VICINO O LONTANO?

C’era una volta un provetto fotografo che, ogni lunedì, portava al laboratorio di fiducia due rullini scattati durante il weekend. Il tema delle fotografie era, quasi sempre, lo stesso: vecchietti immortalati sulle panchine del parco. A volte uno solo; a volte due; a volte un gruppetto. Piccole variazioni che tuttavia non mutavano il risultato: nonostante fossero ben esposte, i soggetti a fuoco e tutte quelle faccende lì, le fotografie erano banali.
Il proprietario del laboratorio ormai non sapeva più che dire al cliente che gli chiedeva un giudizio sulla sua arte: da un lato non voleva perdere il guadagno, e due rullini ogni lunedì erano comunque soldi che entravano in cassa; dall’altro non intendeva calpestare il suo senso estetico in nome del vile denaro. Così, l’ennesimo lunedì che il cliente si presentò al laboratorio, il proprietario, consegnandogli le stampe e prendendo il discorso un po’ alla larga, buttò lì: “Aveva ragione il grande Robert Capa, dovremmo seguire tutti il suo consiglio. Diceva: “Se una foto non è venuta bene, vuol dire che eri troppo distante dal soggetto”. Ecco il segreto”. Il provetto fotografo annuì.
Dal weekend successivo cominciò ad avvicinarsi di più ai vecchietti seduti sulle panchine del parco. Fece qualche esperimento e poi decise che la distanza ideale era di cinque metri. Scattò e portò i rullini al laboratorio: era convinto che avrebbe ricevuto i complimenti del proprietario, ma ancora una volta il risultato fu scadente.
A quel punto, ormai sull’orlo di una crisi di nervi, tentò l’azzardo: si avvicinò ancora di più ai suoi soggetti, tre metri. Clic. Ora sì che le fotografie andavano bene: ne era assolutamente sicuro. Quando ritirò le stampe, però, rimase di stucco: niente da fare. Banali, banali, banali. Esattamente come le altre volte.
Disperato, e pensando anche a quanto gli era costata tutta l’attrezzatura e tutte le prove di stampa, il fotografo si rivolse al proprietario del laboratorio: “Mi dica lei che cosa devo fare? Io mi sono avvicinato, più di così non potevo… Glielo giuro, sennò i soggetti, i miei vecchietti sarebbero usciti dall’inquadratura…”.
“Forse sarebbe stato meglio” replicò gelido il commerciante.
“Robert Capa diceva che bisognava andare vicino per fare delle belle fotografie…”.
“Già, ma se bastasse questo insegnamento saremmo tutti come Robert Capa, non le pare?”.

CONSIGLIO 1 - Non ascoltate mai i maestri, fate di testa vostra. Se sbagliate, almeno avrete l’esclusiva sull’errore.
CONSIGLIO 2 - Lasciate in pace i vecchietti seduti sulle panchine al parco (non erano i soggetti preferiti di Robert Capa)…

Intervista a Paolo Pietroni

foto di Toni Thorimbert

Chi meglio di Paolo Pietroni può parlare di Photo editing? Nei periodici che ha diretto e sono tanti, da Amica a Class, per non parlare di quelli che ha ideato, tra i quali, Max, Sette o Specchio, ha sempre mirato al cuore dei lettori. E in ogni pagina dei suoi giornali ha curato la scrittura, la grafica rigorosa, l’impatto della comunicazione visiva e la grande fotografia che tocca le corde delle emozioni. Per questo ha introdotto in Italia e ha valorizzato la figura professionale del Photo editor. Il Grin l’ha incontrato diverse volte e l’anno scorso Pietroni è stato presidente della giuria della sesta edizione del premio Amilcare Ponchielli . Da due anni tiene corsi di Photo Editing in Rcs e, prima dell’intervista, il Grin l’ha raggiunto in aula, durante una lezione mentre spiegava il punctum di Ronald Barthes e le maschere della fotografia. (vedi: La camera chiara di Ronald Barthes, ed. Einaudi).

Grin:Cosa deve sapere un Photo editor?
Paolo Pietroni:Deve saper separare le foto che non parlano dalle foto che parlano. Questo è il primo problema. Ci sono delle foto mute che vengono pubblicate e che non dicono niente. La prima operazione da fare è gettare nel cestino quel genere di foto. E il Photo editor è uno che sa, che conosce le fotografie e il loro linguaggio e le riconosce quasi a occhi chiusi.Le foto svolgono di solito una duplice funzione che può essere a volte anche contemporanea ed è quella di informare e quella di emozionare. Le foto che informano si sanno abbastanza distinguere perché sono legate a un fatto, a una notizia, ma non per questo tutte le foto che vengono pubblicate su un sito o un giornale riescono a informare. Le foto nascono anche per emozionare, per comunicare delle cose, per aprire un orizzonte nuovo ai lettori e questo vale anche per molti articoli. E allora il Photo editor deve avere questa capacità di ascoltare le emozioni delle fotografie perché l’emozione, quando c’è, arriva comunque al lettore. Mi riferisco soprattutto a lettori abituali di periodici o frequentatori di siti Internet dove l’immagine ha una funzione molto forte. Credo che i lettori sordi siano pochissimi.

Altri compiti del Photo editor?

Un compito cruciale è quello di scegliere le foto che emozionano seguendo le caratteristiche del personaggio che incarna il giornale o il sito per il quale si lavora.Dipende essenzialmente da chi fa quel sito o quel giornale e questo personaggio a volte coincide direttamente con il direttore o a volte con una maschera molto forte che appartiene alla storia o alla qualità di quel momento. Deve selezionare e proporre a chi le mette in pagina delle foto che siano consonanti con il personaggio del giornale. Quindi il Photo editor è in fondo un attore che sa immedesimarsi nel personaggio e, nel momento in cui realizza questa immedesimazione, viene emozionato più da una foto che da un’altra. E’ un’operazione che appartiene al Photo editor e non al redattore che spesso non sa leggere una foto o non sa scegliere. Saper leggere una fotografia, secondo me, è un dono naturale. C’è chi è proprio negato. Ma questo dono naturale va anche approfondito. Non si può imparare in modo approssimativo. Bisogna entrare dentro nella fotografia. Un’altra difficoltà per il Photo editor è lavorare in un giornale dove i suoi punti di riferimento cioè direttore, caporedattore o caposervizio sono persone che, per disgrazia, potrebbero essere sordi verso la fotografia. In certi giornali le foto mute sono più del 50 per cento delle foto pubblicate. E’ come se venisse pubblicato il 50 per cento di articoli che non dicono niente, che non hanno un inizio e una fine e sono solo chiacchiere. Le foto mute non sono nemmeno chiacchiere, sono mute. Sono il Buio! Invece la fotografia, come la definisce Ferdinando Scianna, è Scrittura con la luce .

Quali sono gli errori da evitare?

Il difetto di un Photo editor è quando opera delle scelte che prescindono dal giornale o dal sito web nel quale lavora. Sceglie fotografie che lo emozionano personalmente come se lui fosse un giornale. Non si immedesima nella testata compiendo più un errore di prospettiva che di presunzione. Come Photo editor invece deve trasferire la sua capacità di cogliere le sfumature del giornale per cui lavora, rimanendo però lui l’attore. E’ una professione infatti come dicevo prima che assomiglia un po’a quella dell’attore. L’attore interpreta un personaggio ma lo stesso personaggio, interpretato da un altro attore, diventa diverso. In ambito teatrale la meraviglia del lavoro di gruppo è che tutti portano la loro interpretazione e la commedia o il dramma stanno insieme perché tutti in fondo sono consoni alla stessa storia raccontata giorno per giorno, settimana per settimana, mese per mese.

Quanto conta il lavoro di squadra?

Se il direttore è poco sensibile diventa un problema. Se il direttore è sensibile deve chiedere aiuto a persone più sensibili di lui e così si possono colmare le lacune all’interno di un corpo redazionale. Il piccolo gruppo però è determinante nella fattura di un giornale e dove c’è questa concordia, quest’ assonanza, questa capacità di saper suonare insieme diversi strumenti nasce una grande sinfonia.

Perché il ruolo del Photo editor non è ancora riconosciuto?

Sul cartaceo io trovo che in generale il Photo editor non abbia ancora il ruolo che gli spetta. Photo editor, come dice il nome stesso, è un redattore fotografico. Possono esserci vari Photo editor e, se è uno solo, è il braccio destro del direttore. Può lavorare on line, può lavorare in staff come succede spesso con l’Art director , ma comunque deve essere in rapporto diretto con l’Art director quando il direttore è troppo occupato e l’Art director deve capire che la fotografia è una cosa e la direzione artistica un’altra. A questa concezione del Photo editor nei giornali italiani forse, a parte qualche eccezione, non ci siamo ancora arrivati. E non c’è ancora il riconoscimento da parte dell’Ordine dei Giornalisti di questa importante figura professionale. Da tanto tempo i periodici in Italia danno un’importanza spropositata al giornalismo scritto a scapito del giornalismo che si occupa della fotografia . E dire che viviamo in un paese dove in fondo le immagini dei quadri e dell’arte, nei musei e nelle gallerie, hanno un’importanza storica. E’veramente un paradosso. Se guardiamo agli Stati Uniti c’è una situazione diversa e lì si arriva a figure ancora più sofisticate e specializzate come il Picture editor , professione che in Italia non c’è perché è un paese provinciale.

Servono Photo editor sul web?

La fotografia on line ha una particolarità che sulla carta non può avere. Può anche essere piccola e non a schermo intero, ma si può cliccare e si può ingrandire. Si può anche costruire una propria galleria personale di fotografie di vario genere. Certo, non potrà avere una grande definizione ma è un modo di utilizzare diversamente la fotografia. La carta deperisce e soprattutto non si può ingrandire. Io penso che con la banda larga ci saranno sempre nuovi sviluppi. La foto on line è portatrice d’informazione e di emozione come sulla carta . I siti italiani presentano gli stessi problemi che si riscontrano nel giornalismo cartaceo. Ed è quella scarsa sensibilità che si nota nel momento in cui i siti vengono affidati normalmente a giornalisti scriventi.

Il futuro di questa professione Se penso agli ultimi 30 anni, cosa è cambiato ? L’unica cosa che è cambiata , devo dire, è la consapevolezza da parte degli editori che il Photo editor è una figura importante. Trent’anni fa non esisteva. Oggi da parte degli editori e mi riferisco ai periodici, c’è in generale una forte consapevolezza dell’importanza di questo mestiere. In 18 mesi un direttore di giornale si rende conto se un praticante sa scrivere o non sa scrivere, anche se c’è sempre un margine di rischio ma è già più difficile che possa capire in 18 mesi se un Photo editor sia in grado di scegliere bene o male le fotografie, quando lui stesso non lo sa fare.Non resta che aspettare tempi migliori. Ma io sono leggermente più portato all’ottimismo grazie al web. Perché il successo o non successo dei giornali dipende da tante cose come la produzione, la promozione, la pubblicità e dai soldi che si investono su quel giornale. Quindi è più difficile da capire. I siti Internet invece sono più diretti.L’emozione nei siti è dovuta all’immagine che uno presenta, è una cosa molto più concreta , meno inquinata dall’emozione sul giornale . E per il 70 per cento sui siti l’emozione viene dalle immagini, e non parlo non solo di fotografia ma anche di filmati. Il Photo editor dovrà occuparsi dei due settori. E lì sono colpi di 2, 3,10 mila lettori al giorno. Spero allora che questo sia un criterio che aumenterà in breve tempo l’importanza determinante di un Photo editor.

In Italia ci sono scuole per imparare questo mestiere?

Scuole non ce ne sono. Ma secondo me la scuola non è necessaria. La scuola te la fai nella pratica della vita e del lavoro.

 

Scuole non ce ne sono. Ma secondo me la scuola non è necessaria. La scuola te la fai nella pratica della vita e del lavoro.

 

Muore Fabio Polenghi

Fabio Polenghi aveva l’aspetto di ragazzo, con un garbo e una pacatezza particolari e un grande rispetto per gli altri.

Fabio sapeva all’occorrenza fotografare il glamour per Vogue, pur prediligendo indagare in profondità situazioni sociali significative di marginalità, di disagio o di ribellione, com’era quella di Bangkok  che l’ha impegnato durante le sue ultime settimane. Con la stessa intensità che aveva messo nel raccontare le favelas di Rio, tra gang e prostituzione, o le facce dure dei farmer sudafricani impoveriti.

Il suo impegno era prima di tutto nel raccontare la realtà, vicina o lontana, nel suo continuo rinnovarsi. Da tempo interessato all’Asia, tre anni fa era corso alla frontiera birmana per seguire la rivolta dei monaci, poi ripiegando su storie di rifugiati politici riparati in Thailandia, che comunque informavano sulla durezza del regime birmano. Informare con la fotografia, con senso giornalistico e ogni cura per la qualità della fotografia ma senza cercare estetismi fine a se stessi.

Fotografo giornalista cresciuto alla scuola delle agenzie parigine, aveva il più  ampio orizzonte tematico. Non solo il reportage sociale ma anche occasionalmente quello geografico, la moda, lo sport. Proprio sul mondo dello sport ha lavorato diversi anni ed è rimasto un sogno quello di poterne pubblicare un libro.

Polenghi non inseguiva il facile scoop, non era un avventato. Preparava i suoi lavori con attenzione e senso giornalistico vero. Con tutti stabiliva un rapporto di affettuosa amicizia. Tutti noi che abbiamo lavorato con lui lo ricordiamo così, con i suoi modi gentili, la sua positività e la sua voglia di vivere, malgrado le difficoltà economiche di un  mercato che sempre meno gli permetteva di realizzare le storie a cui teneva. Anche per questo aveva lasciato l’Italia decidendo di far base a Bangkok, città che lo attraeva, base operativa privilegiata per un Sud est asiatico tanto instabile quanto pieno di fascino, dunque sempre d’interesse giornalistico. Sperava fosse un buon posto da cui lavorare.

Elena Ceratti e Gino Ferri

OjodePez

OjodePez è una rivista trimestrale di fotografia nata nel 2003 in Spagna e diretta da Arianna Rinaldo, curatrice indipendente e consulente fotografica per D-La Repubblica.

Ogni numero ospita un photoeditor diverso e lo invita a sviluppare un tema a scelta, incentivando, nellambito della fotografia documentaristica, un linguaggio fotografico innovativo. 

Giovedì 18 marzo alle ore 19.00 presso la libreria MiCamera, Via Medardo Rosso 19 – 20159 Milano, tel 02.4548156, verrà presentato il numero 20

Durante questa serata verrà fatto un excursus della storia di OjodePez - mutazioni, metodi e sogni - e Arianna Rinaldo parlerà in anteprima dellultima evoluzione che diventerà realtà con il prossimo numero in uscita a giugno 2010.

OjodePez è pubblicato da La Fábrica  costo: 10

www.ojodepez.org

www.lafabrica.com

 

Elina Brotherus: “Retrospective” fino al 13 febbraio, “Artists at Work” dal 20 febbraio al 20 marzo. Galerie GB Agency, Parigi

© Elina Brotherus, Artists at work 4

Le virgolette non sono casuali: Elina Brotherus è nata nel 1972 a Helsinki, quindi una retrospettiva alla sua età potrebbe sembrare prematura. Invece la vastità e soprattutto la qualità del suo lavoro giustificano il titolo. “Retrospective” mette in mostra un’ampia selezione dei lavori dell’artista, dalla serie Das Mädchen sprach von Liebe alle ultime Etudes d’après modale, Danseurs e Artist and her Model, allestite senza un ordine cronologico o tematico. L’esposizione diventa così una passeggiata nella creatività dell’autrice, quasi sempre al centro della sua opera come modella. Dal 20 febbraio poi sarà possibile vedere la più recente serie di fotografie intitolata Artists at Work e un nuovo video.

www.gbagency.fr





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