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la critica forma

gli autoritratti di martina colombari, esposti durante la settimana canon allo spazio forma di milano, hanno suscitato una serie di polemiche, aprendo un interessante dibattito sui luoghi della fotografia e sul loro utilizzo.

senza nulla togliere alle sane critiche che investono forma in questi giorni, è bene ricordare che la mostra, se vogliamo chiamarla tale, è a cura di canon e inserita nelle giornate canon che hanno una gestione completamente autonoma rispetto alla programmazione della fondazione. parola di forma.

noi giornalisti, critici, photo editor e fotografi, facciamo bene a vigilare sulla qualità delle immagini prodotte e su quello che ci viene offerto.

vorremmo dunque che istituzioni come forma facessero lo stesso.

essere attente, affinché nessuno ci tolga il piacere e la passione di fare e guardare la fotografia, tutta la fotografia, quella impegnata e non, quella che assolve sempre e comunque la sua funzione: emozionarci e farci conoscere meglio il mondo fuori e dentro di noi.

la nostra petizione non sarà dunque per protestare ma un appello al senso critico e all’autocritica, affinché non vengano mai meno a chi opera in questo ambito, sceglie, importa, allestisce e diffonde immagini.

non servono raccolte di firme e boicottaggi. non ora, non in questa occasione.

con gli occhi bene aperti, dobbiamo lavorare, inventare, creare, fotografare e scrivere, imponendoci di fare il nostro meglio occupando, e dunque arginando, lo spazio della superficialità e dell’ignoranza.

forma ci ha permesso di vedere tanto e di conoscere di più, per questo abbiamo stima e affetto e vorremmo tanto che altre istituzioni allargassero il perimetro della fotografia nel nostro paese.

a forma possiamo suggerire attenzione per le sue scelte e per quelle dei suoi sponsor.

noi appassionati e critici saremo sempre vigili e curiosi, attenti alle proposte, pronti a dire la nostra; solo così una fondazione si nutre e si eleva e può far sentire il suo pubblico un po’meno estraneo e un po’più dentro la casa della fotografia che ci piace.

 

renata ferri

nyc 26.11.2010

Mois de la Photo à Paris

Victoria Solochinski, Dream 1 - Espace Dupon, 74 rue Joseph-de-Maistre, 75018 Paris

 

A Parigi, in varie sedi

http://www.mep-fr.org

 

La manifestazione biennale, che ha fatto di Parigi una delle capitali mondiali della fotografia, compie quest’anno 30 anni, ma è un compleanno che lascia un po’ di amaro in bocca. Il numero delle esposizioni infatti rimane molto alto (una sessantina tra monografiche e collettive, disseminate ovunque in città), ma leggendo il programma è evidente che anche la Francia sta facendo i conti con la crisi e con la conseguente riduzione di disponibilità economica.

E così le grandi istituzioni fanno ricorso ai gioielli di famiglia e cioè agli autori nazionali e agli archivi: il sistema meno dispendioso per montare una mostra. Ci sono le eccezioni, ovviamente, come la grande retrospettiva dedicata dal Jeu de Paume a André Kertész (fino al 6 febbraio). Ma la mostra alla Bibliothèque nationale de France (fino al 9 gennaio) sceglie come tema la Francia di Raymond Depardon; alla Maison Européenne de la Photographie (fino al 30 gennaio) Autour de l’extrême propone un florilegio delle opere della collezione iniziata nel 1980; al Petit Palais (fino al 27 febbraio) si gioca ancora in casa, rendendo omaggio a Pierre e Alexandra Boulat, con Reporters sans frontières: 100 photos de Pierre et Alexandra Boulat pour la liberté de la presse. Non una critica, questa, solo una constatazione di fatto. Converrà allora cercare qualche novità (che potrebbe riservare belle sorprese) negli spazi meno consacrati. Agli istituti di cultura stranieri, per esempio: quello rumeno propone Ne tourne pas la tête! Photographie roumaine contemporaine (fino al 30 novembre) sulla giovane fotografia del Paese; quello olandese ospita Ellen Kooi: Out of Sight/ Hors de vue (fino al 22 dicembre). L’Espace Dupon rischia di diventare la meta più visitata, grazie alla mostra Avancée de la fiction sur le réel, vents forts et perturbations à l’Est: Anna et Eve, fotografie e video della giovane autrice russa Viktoria Sorochinski, che ha già attirato l’attenzione di numerose gallerie importanti. La fotografa da anni mette in scena sogni e incubi grazie alla collaborazione di un’amica e della sua figlioletta: due grandi attrici per una futura grande fotografa?

Laura Incardona

the winner

Aperture - Raymond Weil International Photography Prize and Exhibition

Al quarto piano del 547 west sulla 27a strada, alle 18, ci sono parecchie persone ma di Carlo
Gianferro neppure l’ombra.
Siamo a New York, nella sede della prestigiosa Aperture Foundation, che tra le numerosissime iniziative sostiene e ospita il premio Raymond Weil per la giovane fotografia emergente.
Michelle Dunn, co-editrice della bellissima rivista omonima, conferma che è previsto l’arrivo del fotografo italiano: Carlo Gianferro ha vinto nel 2008 con il lavoro sui Rom nelle loro stanze e nel 2009 lo stesso riconoscimento è andato a Nicolas Delaroche, per le foto d’interni della casa farmaceutica Roche che il giovanissimo fotografo ha voluto  interpretare tra architettura e dettagli.
Ora due autori così lontani tra loro vengono celebrati in questo tempio dove tanti vorrebbero emergere. Stasera è l’opening: mostra e cocktail con musica dal vivo, gamberi e ottimo vino bianco.

Alle 19 la piccola comunità italiana che è qui a New York si è radunata intorno a the winner (così verrà chiamato il nostro autore per tutta la serata). Una vittoria a sorpresa, inaspettata quanto importante quella dell’italiano, che con il libro Gypsy, edito da PostcArt, aveva già ottenuto una consacrazione del suo progetto a lungo termine e con la vittoria nel 2009 del World Press Photo aveva superato il confine nazionale.

C’è un bel clima in questa serata caldissima, un po’ tropicale, del fine ottobre newyorkese.
Tanti i fotografi spuntati dalla metropoli: Alessandro Cosmelli, Luca Nizzoli Toetti, Alessandro
Imbriaco con la sua compagna, la scrittrice Veronica Raimo, altre ragazze italiane, il giornalista Nicola Scevola che collabora con Vogue, Io donna e Sky, un mondo intorno che a New York non riusciresti a organizzare nemmeno in un mese. Il nostro the winner è contento e festeggiato.

Gli ho fatto solo qualche domanda per chi in Italia ancora non lo conosce.

Carlo, che effetto ti fa essere a New York, nel tempio della fotografia d’autore?
«Bellissimo, è la prima volta che vengo in questa città e, a parte la mostra, mi sto concedendo un momento di pausa e faccio il turista, non è niente male».
Quando hai iniziato questo lavoro?
«Nel 2004 e ho continuato fino alla fine del 2008».
Come ti sei finanziato?
«Con i miei risparmi».
Hai organizzato da solo la parte redazionale e i contatti?
«Totalmente, almeno finché il lavoro non ha iniziato a girare e ad avere successo».
Come è nata l’idea del libro con PostcArt?
«Ho chiesto a Claudio Corrivetti, l’editore, se potevo usare il suo nome per partecipare al World Press Photo: mi sembrava più professionale che non presentarmi da solo. Ha accettato e in quel momento ci siamo fatti la promessa che, se avessi vinto, avrebbe realizzato il libro. Così è stato, fortunatamente».
La vittoria al World Press Photo ti ha dato maggiore sicurezza?
«Sicuramente mi ha dato lo stimolo e la spinta per credere di più in me stesso e nei miei progetti».
Perché hai deciso di partecipare al premio Raymond Weil?
«Mi sembrava adatto alle mie foto e il riconoscimento è importante». 
Ti ha sorpreso vincerlo?
«Molto».
I premi cambiano la vita?
«No, ma possono migliorarla. Prima non mi conosceva nessuno, adesso i miei lavori vengono
apprezzati e hanno una maggiore visibilità».
Che cosa stai facendo ora?
«Mi godo New York per qualche giorno, poi devo continuare il mio progetto in Medio Oriente per
il quale sono stato selezionato al premio Amilcare G. Ponchielli e voglio iniziare un nuovo lavoro in Libano».
I Rom nelle loro stanze è un progetto senza fine o lo senti esaurito?
«Al momento mi sembra concluso, ho voglia di confrontarmi con altro ma so che sicuramente
un giorno tornerò a documentare le realtà dei Rom ricchi».

Alla fine della serata, siamo usciti tutti insieme, come una comitiva in vacanza, abbiamo attraversato la Nona, poi l’Ottava e la Settima e, dopo aver percorso in longitudine almeno una ventina di strade, ci siamo fermati intorno a una tavolata imbandita di hamburger.
È così questa città, ti fa fare cose che non faresti e fa succedere cose imprevedibili. Magiche, come il premio di Aperture per il nostro the winner, che sorride contento.

Renata Ferri

27.10.2010

http://www.aperture.org/events/detail.php?id=712

 

Gabriele Basilico racconta ISTANBUL

Sono le 18,45 del 15 settembre 2010. Una fila che arriva fino alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie attende di entrare alle Stelline, in corso Magenta 61 a Milano per l’inaugurazione della mostra Istanbul 05 010 , firmata da Gabriele Basilico, uno dei pochi maestri della fotografia italiana conosciuti in tutto il mondo. E’ una lunga coda, paziente e allegra che ha voglia di lustrarsi gli occhi e di respirare cultura. Dopo mezz’ora la folla si trova davanti alla trasformazione urbana della metropoli turca, popolata da ben 18 miloni di persone e colta in trenta immagini inedite in bianconero e a colori realizzate in due occasioni. Nella prima, datata 2005, Basilico era stato invitato per la IX Biennale Internazionale della città e, nella seconda, nel 2010, Istanbul è capitale europea della cultura. Per Gabriele Basilico parlare del suo lavoro e delle sue città è un invito a nozze. Per chi lo intervista è sempre il piacere di ascoltare e approfondire l’anima dei luoghi.

GRIN: Parli delle città intese come corpo fisico in perenne movimento e metafora degli aspetti sociali del nostro tempo. Vale anche per Istanbul?

GABRIELE BASILICO : Questa dichiarazione di metodo, di comportamento del fotografo nello spazio fisico, si può applicare a Istanbul ma è un metodo mio costante e continuo che si evolve di volta in volta in rapporto allo spazio e al tempo. Appartiene a un atteggiamento più generale in cui mi domando come si fa oggi a raccontare con la macchina fotografica una città, specialmente quando una città acquista una dimensione come quella di Istanbul. Cosa devo fare? Ci vado e mi perdo, perché non sono il tipo di fotografo che va a fotografare Santa Sofia, le quattro e cinque moschee, il Corno d’Oro e il Topkapi con luci del tramonto. La mia fotografia è una specie di sonda che si muove in luoghi che mi interessano e che sono quasi sempre quelli della trasformazione urbana, nei quali la città cresce e cambia volto. A me interessa sempre vedere come una città prende forma. Però cerco di vedere, come dire, il suo aspetto antico, quello che sparisce, come il mistero della nascita e della morte, quello che sopravvive e quello che avanza. Questo lavoro su Istanbul non poteva che essere fatto per una strategia di piccoli campioni, presi in punti diversi della città. Chiaramente non potevo andare e tornare ripetutamente come ho fatto a Milano, dove avevo tanto tempo a disposizione e dove, dal ‘78 all’’80, ho scansionato fisicamente quasi tutta la città attraverso la ricerca delle sue aree già industriali. Qui si trattava di scegliere alcuni punti che non fossero i grandi monumenti e di trovare invece parti che si avvicinassero a una cosa più evocativa e più personale. In particolare ricordavo un viaggio in macchina nel 1970 quando non ero ancora fotografo dove con Giovanna (Calvenzi) abbiamo attraversato tutta la Turchia e l’Iran e la tappa più importante era stata Istanbul. Nel 1970 a Istanbul, per andare da Ovest a Est, c’erano i traghetti, non c’erano ponti, un po’ come lo Stretto di Messina. Adesso ci sono due ponti enormi, come a San Francisco, con un traffico intensissimo. E tutto l’Est si estende per chilometri su una sorta di terreno collinare. E’ descritto in un modo molto poetico nel testo di Luca Doninelli (pubblicato nel catalogo che accompagna la mostra, edito da Corraini edizioni, n.d.r.) che racconta come se fosse il mio compagno di viaggio virtuale interpretando i luoghi attraverso le fotografie. Quindi abbiamo questa città estesa, periferie, luoghi dell’estremo e di nuova urbanizzazione e tutta quella zona di vecchie case della Istanbul ottocentesca, fatta anche di case di legno che sono andato a cercare lungo il Bosforo.

Cosa è rimasto della tradizione e quali aspettative del futuro si riflettono nella città attraverso le tue immagini?

Per rispondere bene a questa domanda bisognerebbe avere un osservatorio scientifico. Ti riporti a un quadro più generale di aspettative. Questa città ha raggiunto, secondo le guide, 15 milioni di abitanti che in realtà forse sono circa 20 milioni. Questa megalopoli cresce ogni giorno e i cantieri producono ininterrottamente nuove volumetrie. Diventerà come è diventato Il Cairo o come Mosca. Tra l’altro la sua è una popolazione giovane e quindi in grande sviluppo. Mi dà la sensazione di una città un po’ caotica nella zona centrale che tuttavia cresce in un modo ordinato e che ci sta mettendo molta energia. Il futuro è suo. Cosa rimane? Secondo me rimarrà poco delle vestigia storiche. L’atteggiamento conservativo non è molto considerato. Mi è sembrato che qualche palazzo fosse in restauro, però su iniziative private. Una megalopoli molto vitale comunque, che contiene tutto. Ha il mare, il Corno d’Oro e ancora, in mezzo al suono della città e quasi soffocato dal rumore della metropoli, il muezzin che insiste senza sosta.

Com’è il cuore di Istanbul, visto con il tuo cuore di fotografo?

Adesso devi andarlo a cercare. Quando arrivi in aereo, la prima impressione è forte. Poi scendi e vai per le strade, arrivi nel cuore delle moschee, risali il Corno d’Oro e vai a vedere dove abitava Pierre Loti. Oggi è difficile paragonare le mie emozioni di 40 anni fa di fronte a una città che allora conservava la consapevolezza di essere la porta verso l’Oriente, con quelle dei visitatori contemporanei. Ricordo che quando arrivavi con il ferry nell’Est dicevi con un’aria sentimentale e di complicità: “Ma siamo all’Est del mondo, di là è l’Europa, di qua è l’Asia e la terra è uguale, divisa da un solco di mare”. Però sembrava davvero che di qui ci fosse più polvere in giro e che i muezzin avessero l’altoparlante più forte. Avevi una sensazione forte di oriente che forse ti costruivi dentro di te, ampliandolo con l’immaginario. Oggi tutto questo non l’ho più provato. Mi sono immerso nella città che sta cambiando, che va verso il futuro. Est e Ovest sono ormai una città sola e i due ponti che assistono ogni giorno al passaggio di migliaia di auto sono semplicemente due tapis roulant, elementi di congiunzione della stessa città.

Palazzo delle Stelline, corso Magenta 61, Milano. Fino al 12 dicembre 2010. www.stelline.it

Mariateresa Cerretelli

Visa pour qui?

So far from God,too close to America

Un’immagine tratta dal lavoro So far from God,too close to America di Jérome Sessini

Uno a cento. Un photo editor per cento fotografi. Questa l’impressione dell’ultima edizione di Visa pour l’image. Un festival ormai vecchio che non si rigenera più da solo ma che, forte esclusivamente della sponsorizzazione Getty, è stato ribattezzato polemicamente Visa pour Getty o, come mi suggerisce un amico anglofono, Getty pour Visa.

Una presenza imponente quella della grande agenzia che, ostinarci a chiamarla ancora agenzia fa un certo effetto; esistono ancora le agenzie? E se esistono, hanno quelle dimensioni? Un portale, un fornitore mondiale di immagini che spazia dallo stock alla fotografia storica fino a includere autori emergenti. Un’ambiguità di dimensioni impressionanti che non ha competitors e non potrà averne vista la decadenza di Corbis, l’altro ex grande contenitore di immagini per l’editoria e la comunicazione.

Visa arranca con il solito programma, ma noi non siamo più gli stessi e sentirci soliti non ci fa affatto piacere.

Visa delude e ci impigrisce. Ci trasciniamo al caffè de la Poste e tiriamo tardi per dimenticare le brutte e noiose proiezioni. Proiezioni la cui formula non è mai cambiata. Si comincia con i fatti del giorno: 5/6 immagini di avvenimenti (francesi al 90%) commentati dallo stesso Jean Francois Leroy, l’eterno e inossidabile ideatore e direttore del Festival.

Si prosegue con gli avvenimenti dell’anno divisi in trimestri. Ve lo giuro,la musica che li accompagna non è mai cambiata, almeno non negli ultimi dieci anni.

Seguono proiezioni tematiche. Conseguences dell’agenzia Noor è forse la più interessante in quest’epoca di pochi progetti, tantomeno collettivi: mappatura un po’ scolastica sui disastri ambientali in giro per il mondo. Seguono reportage brutti e sequenze noiose. Per vedere qualcosa di emozionante bisogna aspettare il tributo a Gilles Caron o la celebrazione per i dieci anni di De l’Air, il magazine dedicato alla fotografia che ci fa venire voglia di fare nuovi giornali.

Serata successiva, stessa musica. In nostro soccorso arriva il lungo e davvero straordinario lavoro svolto in Messico da Jérome Sessini, vincitore anche del premio FFF Award Forma Fabrica e del Getty Grant for editorial photography.      Visa val bene un lavoro.

E mentre iniziamo a sperare, ecco che arriva la didattica con proiezioni “contenitore” dove si racchiudono argomenti spesso sterminati. Il Sudafrica di Mandela: il campionato del mondo, l’apartheid, gli scontri, l’occupazione straniera, gli Afrikaner e i diritti civili. Tutto quello che avremmo potuto vedere, credetemi sulla parola però stancante e senza una traccia.

E tutto vediamo anche del terremoto di Haiti: una serie infinita di ripetizioni. Copyright differenti ma poca diversità di linguaggio. A fatica distingui gli autori e cerchi un filo logico, un racconto, qualcosa da portare via con te alla fine della serata. Impossibile. Le immagini si susseguono, incalzano, di tizio, di caio, senza un ordine e, di conseguenza, senza un perché. Al termine siamo stremati, nauseati dal dramma di Haiti, anche un po’ seccati. Non vorremmo esserlo, avremmo voluto trovare un sentiero emotivo per vedere col cuore e capire un po’ di più.

E’ la serata finale. Ci avventuriamo al Couvent de minime per le solite danze della notte.

Si balla fino all’alba. Il repertorio è anni ’80. Io e i miei amici zampettiamo contenti di cantare a squarciagola Madonna o gli Eurythmics ma vedo le facce più giovani che si scambiano sguardi increduli.

Per fortuna ci sono i premi. Una serie ormai sterminata di premi che si scambiano qui a Perpignan.

Il Visa d’or, e le sue declinazioni: la presse quotidienne, news e magazine, ben tre. Premi che nascono da una giuria che non si è rinnovata in venti anni e che mantiene al suo interno figure ormai non più attive nell’editoria (nella press per l’appunto) .

Il Getty Grants; il gran Prix Care; il Prix Pierre e Alexandra Boulat; il Prix Canon de la femme; Il Prix de jeune reporter. Insomma sembrerebbe una manna.

Ma io diffido dei premi da riserva indiana: primo tra tutti il “female” che è per le povere femmine che non possono giocare ai giochi grandi dei maschi. Bambole contro soldatini.

Faccio fatica a dirlo ora che ha vinto Martina Bacigalupo con la sua toccante storia di Francine che ci ha visto, come Grin, tutte coinvolte nella raccolta fondi e nel massimo sostegno al progetto.

Eppure sono contraria e vorrei un Visa nuovo e rigenerato, capace di dare risposte o di suscitare dubbi. Un festival capace di raccogliere ciò che succede fuori nel mondo della fotografia. Uno spazio aperto e un ponte tra realtà differenti. Vorrei vedere altre mostre, o almeno altre cornici.

 

Perpignan è stata per questi 22 anni un luogo d’incontro, di scambio, di crescita. E’ stata lo spazio per affermare piccole realtà locali nello scenario internazionale. Ha dato visibilità e peso al fotogiornalismo,con le proiezioni e le mostre,ha convertito in “campagne” problemi di politica estera: sempre schierandosi, sempre scegliendo da che parte stare.Dichiaratamente e forse a volte incautamente. Però a Perpignan siamo andati volentieri, con gli aerei per Girona delle 8 del mattino, con le macchine a noleggio e i passaggi dell’ultima ora. Visa è stato per molti di noi la piazza internazionale, lo spazio d’azione per sentirsi nel grande mondo della fotografia, a costo di sacrifici, in alberghi scadenti o in appartamenti rimediati.

Qui siamo cresciuti a suon di birre e pastis, abbiamo viaggiato tra i mali del mondo e siamo diventati grandi. Il Festival non è cresciuto con noi. E’ invecchiato e constatarlo ci fa soffrire. Forse per rinascere bisogna andare altrove. In territori nuovi e vergini. Forse sarà in altri continenti che il fotogiornalismo, ancora una volta, ci sorprenderà. A dieu Visa.

 

Renata Ferri

 

 

dal Burundi

Se nelle calde giornate estive vi annoiate e avete voglia di vedere cosa succede in quel del lontano Burundi durante questo periodoelettorale animato, ecco qui il blog di PIGA PICHA, il gruppo per l’immagine indipendente in Burundi che abbiamo messo su da qualche mese con un gruppo di amici giornalisti.

http://web.me.com/pigapicha/Piga_Picha/Karibu.html

Martina Bacigalupo





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