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Intervista a Paolo Pietroni

foto di Toni Thorimbert

Chi meglio di Paolo Pietroni può parlare di Photo editing? Nei periodici che ha diretto e sono tanti, da Amica a Class, per non parlare di quelli che ha ideato, tra i quali, Max, Sette o Specchio, ha sempre mirato al cuore dei lettori. E in ogni pagina dei suoi giornali ha curato la scrittura, la grafica rigorosa, l’impatto della comunicazione visiva e la grande fotografia che tocca le corde delle emozioni. Per questo ha introdotto in Italia e ha valorizzato la figura professionale del Photo editor. Il Grin l’ha incontrato diverse volte e l’anno scorso Pietroni è stato presidente della giuria della sesta edizione del premio Amilcare Ponchielli . Da due anni tiene corsi di Photo Editing in Rcs e, prima dell’intervista, il Grin l’ha raggiunto in aula, durante una lezione mentre spiegava il punctum di Ronald Barthes e le maschere della fotografia. (vedi: La camera chiara di Ronald Barthes, ed. Einaudi).

Grin:Cosa deve sapere un Photo editor?
Paolo Pietroni:Deve saper separare le foto che non parlano dalle foto che parlano. Questo è il primo problema. Ci sono delle foto mute che vengono pubblicate e che non dicono niente. La prima operazione da fare è gettare nel cestino quel genere di foto. E il Photo editor è uno che sa, che conosce le fotografie e il loro linguaggio e le riconosce quasi a occhi chiusi.Le foto svolgono di solito una duplice funzione che può essere a volte anche contemporanea ed è quella di informare e quella di emozionare. Le foto che informano si sanno abbastanza distinguere perché sono legate a un fatto, a una notizia, ma non per questo tutte le foto che vengono pubblicate su un sito o un giornale riescono a informare. Le foto nascono anche per emozionare, per comunicare delle cose, per aprire un orizzonte nuovo ai lettori e questo vale anche per molti articoli. E allora il Photo editor deve avere questa capacità di ascoltare le emozioni delle fotografie perché l’emozione, quando c’è, arriva comunque al lettore. Mi riferisco soprattutto a lettori abituali di periodici o frequentatori di siti Internet dove l’immagine ha una funzione molto forte. Credo che i lettori sordi siano pochissimi.

Altri compiti del Photo editor?

Un compito cruciale è quello di scegliere le foto che emozionano seguendo le caratteristiche del personaggio che incarna il giornale o il sito per il quale si lavora.Dipende essenzialmente da chi fa quel sito o quel giornale e questo personaggio a volte coincide direttamente con il direttore o a volte con una maschera molto forte che appartiene alla storia o alla qualità di quel momento. Deve selezionare e proporre a chi le mette in pagina delle foto che siano consonanti con il personaggio del giornale. Quindi il Photo editor è in fondo un attore che sa immedesimarsi nel personaggio e, nel momento in cui realizza questa immedesimazione, viene emozionato più da una foto che da un’altra. E’ un’operazione che appartiene al Photo editor e non al redattore che spesso non sa leggere una foto o non sa scegliere. Saper leggere una fotografia, secondo me, è un dono naturale. C’è chi è proprio negato. Ma questo dono naturale va anche approfondito. Non si può imparare in modo approssimativo. Bisogna entrare dentro nella fotografia. Un’altra difficoltà per il Photo editor è lavorare in un giornale dove i suoi punti di riferimento cioè direttore, caporedattore o caposervizio sono persone che, per disgrazia, potrebbero essere sordi verso la fotografia. In certi giornali le foto mute sono più del 50 per cento delle foto pubblicate. E’ come se venisse pubblicato il 50 per cento di articoli che non dicono niente, che non hanno un inizio e una fine e sono solo chiacchiere. Le foto mute non sono nemmeno chiacchiere, sono mute. Sono il Buio! Invece la fotografia, come la definisce Ferdinando Scianna, è Scrittura con la luce .

Quali sono gli errori da evitare?

Il difetto di un Photo editor è quando opera delle scelte che prescindono dal giornale o dal sito web nel quale lavora. Sceglie fotografie che lo emozionano personalmente come se lui fosse un giornale. Non si immedesima nella testata compiendo più un errore di prospettiva che di presunzione. Come Photo editor invece deve trasferire la sua capacità di cogliere le sfumature del giornale per cui lavora, rimanendo però lui l’attore. E’ una professione infatti come dicevo prima che assomiglia un po’a quella dell’attore. L’attore interpreta un personaggio ma lo stesso personaggio, interpretato da un altro attore, diventa diverso. In ambito teatrale la meraviglia del lavoro di gruppo è che tutti portano la loro interpretazione e la commedia o il dramma stanno insieme perché tutti in fondo sono consoni alla stessa storia raccontata giorno per giorno, settimana per settimana, mese per mese.

Quanto conta il lavoro di squadra?

Se il direttore è poco sensibile diventa un problema. Se il direttore è sensibile deve chiedere aiuto a persone più sensibili di lui e così si possono colmare le lacune all’interno di un corpo redazionale. Il piccolo gruppo però è determinante nella fattura di un giornale e dove c’è questa concordia, quest’ assonanza, questa capacità di saper suonare insieme diversi strumenti nasce una grande sinfonia.

Perché il ruolo del Photo editor non è ancora riconosciuto?

Sul cartaceo io trovo che in generale il Photo editor non abbia ancora il ruolo che gli spetta. Photo editor, come dice il nome stesso, è un redattore fotografico. Possono esserci vari Photo editor e, se è uno solo, è il braccio destro del direttore. Può lavorare on line, può lavorare in staff come succede spesso con l’Art director , ma comunque deve essere in rapporto diretto con l’Art director quando il direttore è troppo occupato e l’Art director deve capire che la fotografia è una cosa e la direzione artistica un’altra. A questa concezione del Photo editor nei giornali italiani forse, a parte qualche eccezione, non ci siamo ancora arrivati. E non c’è ancora il riconoscimento da parte dell’Ordine dei Giornalisti di questa importante figura professionale. Da tanto tempo i periodici in Italia danno un’importanza spropositata al giornalismo scritto a scapito del giornalismo che si occupa della fotografia . E dire che viviamo in un paese dove in fondo le immagini dei quadri e dell’arte, nei musei e nelle gallerie, hanno un’importanza storica. E’veramente un paradosso. Se guardiamo agli Stati Uniti c’è una situazione diversa e lì si arriva a figure ancora più sofisticate e specializzate come il Picture editor , professione che in Italia non c’è perché è un paese provinciale.

Servono Photo editor sul web?

La fotografia on line ha una particolarità che sulla carta non può avere. Può anche essere piccola e non a schermo intero, ma si può cliccare e si può ingrandire. Si può anche costruire una propria galleria personale di fotografie di vario genere. Certo, non potrà avere una grande definizione ma è un modo di utilizzare diversamente la fotografia. La carta deperisce e soprattutto non si può ingrandire. Io penso che con la banda larga ci saranno sempre nuovi sviluppi. La foto on line è portatrice d’informazione e di emozione come sulla carta . I siti italiani presentano gli stessi problemi che si riscontrano nel giornalismo cartaceo. Ed è quella scarsa sensibilità che si nota nel momento in cui i siti vengono affidati normalmente a giornalisti scriventi.

Il futuro di questa professione Se penso agli ultimi 30 anni, cosa è cambiato ? L’unica cosa che è cambiata , devo dire, è la consapevolezza da parte degli editori che il Photo editor è una figura importante. Trent’anni fa non esisteva. Oggi da parte degli editori e mi riferisco ai periodici, c’è in generale una forte consapevolezza dell’importanza di questo mestiere. In 18 mesi un direttore di giornale si rende conto se un praticante sa scrivere o non sa scrivere, anche se c’è sempre un margine di rischio ma è già più difficile che possa capire in 18 mesi se un Photo editor sia in grado di scegliere bene o male le fotografie, quando lui stesso non lo sa fare.Non resta che aspettare tempi migliori. Ma io sono leggermente più portato all’ottimismo grazie al web. Perché il successo o non successo dei giornali dipende da tante cose come la produzione, la promozione, la pubblicità e dai soldi che si investono su quel giornale. Quindi è più difficile da capire. I siti Internet invece sono più diretti.L’emozione nei siti è dovuta all’immagine che uno presenta, è una cosa molto più concreta , meno inquinata dall’emozione sul giornale . E per il 70 per cento sui siti l’emozione viene dalle immagini, e non parlo non solo di fotografia ma anche di filmati. Il Photo editor dovrà occuparsi dei due settori. E lì sono colpi di 2, 3,10 mila lettori al giorno. Spero allora che questo sia un criterio che aumenterà in breve tempo l’importanza determinante di un Photo editor.

In Italia ci sono scuole per imparare questo mestiere?

Scuole non ce ne sono. Ma secondo me la scuola non è necessaria. La scuola te la fai nella pratica della vita e del lavoro.

 

Scuole non ce ne sono. Ma secondo me la scuola non è necessaria. La scuola te la fai nella pratica della vita e del lavoro.

 

Un commento a “Intervista a Paolo Pietroni”:

  1. Cosa intende lei per foto che parlano e foto che non parlano? Di cosa?( personalmente ritengo che una fotografia non spiega nulla, non descrive nulla non parla di nulla, semplicemente perché ritengo che una fotografia non corrisponde mai alla realtà (ammesso che esista la realtà ) semmai ad una porzione di essa ed il fotografo interviene su quella porzione , alterandola, modificandola e trasferendo dentro l’immagine il proprio vissuto, la propria cultura , la propria interiortità per concludere la fotografia se “parla” parla del fotografo cioè di chi la genera.
    Quando si parla di immagini per me non si può parlare di “emozioni” l’emozione è un sentimento strettamente individuale che differenzia gli esseri umani , basarsi sulle proprie emozioni per scegliere fotografie significherebbe selezionare in base a un sentimento che come ho già detto è strettamente individuale e non riguarda la “fotografia” e i linguaggi visivi in genere ma riguarda la sfera emozionale che è ben altro.
    Quindi mettendo da parte le emozioni, parliamo di fotografia:
    Il fotografo e chiaramente poi il photo editor o direttore o altro… devono conoscere grammatica e sintassi del linguaggio visivo e non solo fotografico ma anche quello del cinema e del video.
    Questo è utile dato che il linguaggio e i suoi elementi ( luce, angolazioni,inquadrature ecc..) devono essere parti che servono alla ricostruzione di un “discorso personale”( quello del fotografo ) è qui che si costruisce lo stile cioè la linea di discorso linguistico che serve a sostenere la poetica di un’autore.
    Qui in italia cè mancanza di stile proprio perché i potentati della fotografia italiana hanno creato la micidiale dittatura del fotogiornalismo , come se la fotografia fosse solo “fotogiornalismo” unico modo per raccontare qualcosa o parlare di un tema particolare.
    Per me il fotografo deve gestire il proprio mondo espressivo anche andando contro le imposizioni commerciali (editori, photo editor, scuole, festival , premi) , imposizioni che pompano su uno sgardo aggressivo, sul dramma vendibile, sulla cancellazione della sensibilità umana.
    Il photo editor deve essere capace di individuare il mondo espressivo del fotografo e non fermarsi in superficie (estetizzazione : vedi ricorso all’estetica fine a se stessa che equivale a dire “ il nulla”) o garantire al direttore un certo tipo di discorsetto/storiella rassicurante.
    La fotografia cè quando manca , quando non si vede, quando allude , quando si percepisce un vuoto.
    Capisco benissimo le esigenze del “potere mediatico” e dell’informazione e di come questo potere deve gestire il suo mercato , ma non capisco alcuni photo editor che sono convinti di ciò che affermano e che invece di riflettere e dibattere pubblicamente su quali possibili soluzioni per restituire alla fotografia il suo vero senso , se ne stanno in redazione ad aspettare il lavoro dei “soliti” e cioè di quei fortunati (rispettabilissimi ) che attraverso un meccanismo clientelare riescono a lavorare in maniera abbastanza dignitosa.
    Quindi i discorsi : selezione delle foto , scelta, parlare , non parlare, emozioni , mi sembrano alquanto fuori luogo.
    Credo che la fotografia possa avere diverse funzioni, cioè può essere utilizzata come si crede : funzione comunicativa, funzione espressiva, funzione strettamente commerciale, funzione informativa..ecc…
    Non ne esiste una sola !, a volte una fotografia può permettersi di non comunicare nulla o non informare nessuno ed è pur sempre una fotografia, nella quale può esserci un mondo sommerso che non ci appare che allude, questo però costringe il fruitore a pensare , pensare? Parola oramai poco compresa.
    Se parliamo invece di informazione ( una delle tante funzioni della fotografia ) , lì allora è un altro discorso e
    bisogna stare molto attenti perché non è così semplice come si cerca di far intendere ( come ho già affermato la fotografia non è realtà, questo lo sanno tutti.)
    Sono secoli che il fotogiornalismo serve ad “altro” e non ad informare ( rassicurare,consolare )
    Per finire, per me fare valutazioni del genere significa abbassare notevolmente il livello di creatività di ciascun fotografo che presenta il proprio lavoro, sarà infatti costretto ad adeguarsi alle “emozioni “del photo editor o del direttore e non muoversi e pensare liberamente , studiando e cercando la sua poetica.
    Quindi direi che è sbagliatissimo affermare : “ la foto quando cè l’emozione arriva subito al lettore” . mi chiedo : quale emozione ? di chi ? chi l’ha provata ? poi è vero che una fotografia si “legge” basandosi sulle proprie emozioni? A me non sembra.
    Mi preme anche dire che cè una contraddizione in ciò che afferma Pietroni e cioè quando parla degli errori :
    lui afferma che il photo editor può commettere un errore di prospettiva se sceglie in base alle emozioni , ma come ? scusate non è lo stesso che all’inizio dell’intervista affermava che le immagini lui le sceglie “emozionandosi” ?.
    Mi permetto di dire che il photo editor non può essere considerato attore o redattore fotografico ma invece direi di restituire il ruolo per il quale è stato creato e cioè “impiegato di redazione “ che sceglie le fotografie per il direttore in base alle esigenze di mercato, tutto qui.
    Non si può certo dare un ruolo che non ha.
    Per concludere penso che per fare questo lavoro bisogna studiare ( lasciare le emozioni fuori e tenerle per altro) , studiare sempre , aver fatto anche studi in ambito artistico ( storia dell’arte ) , cinematografico, critico, di comunicazione, sociologico, e ce ne sarebbero tanti ….credetemi.
    Questo non è certo un mestiere che si impara sul campo , quindi sarebbe a dire che bisognerebbe imparare sul campo ad emozionarsi ? ma siamo certi di ciò che si sta affermando?
    E poi : come si fa a riconoscere il photo editor nell’ordine dei giornalisti ( che a parer mio bisognerebbe abolire ) e lasciare fuori come sempre il povero fotografo?
    Direi che l’intervista a Paolo Pietroni riguarda un “semplice lavoro che si svolge in redazione” e non certo riguarda la “fotografia” in senso stretto.

    Un saluto
    Buona giornata
    Alessandro.

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