Mostre

Il GRIN divulga tutte le mostre fotografiche di un certo rilievo che vengono segnalate ai photoeditors del gruppo.
Questa attività è maggiormente intensa sulla pagina Facebook, per tanto si invita a prenderne visione dalla sintesi sottostante o direttamente su grin.grupporedattoriiconografici.

Alfred

Isole che parlano di  fotografia SANDRO BECCHETTI L’inganno del vero dal 6 al 30 settembre 2018 Centro di Documentazione del Territorio, Palau (OT)

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Prosegue la stagione espositiva della galleria d’arte XXS che si ritroverà i propri spazi colonizzati da una collettiva fotografica di nove artisti: Aqua Aura, Maurizio Galimberti, Occhiomagico, Nicolò Quirico, Roberto Rinella, Jalal Sepehr, Susanna Sinclair, Sandy Skoglund e Marina Vargas.

Michael Wolf

Dal 10 maggio al 22 luglio 2018, la grande fotografia è di casa alla Fondazione Stelline con la prima retrospettiva in Italia dedicata a Michael Wolf. Oltre 60 opere da 7 serie tra le più celebri mettono a fuoco la relazione tra densità umana e architettura urbana.

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| Torino, 3 maggio 2018 dalle ore 18,00 alle 21,00 Dopo due anni dall’ultima mostra, dedicata alla guerra d’Ucraina, torna a esporre presso lo spazio di Paola Meliga Art Gallery il fotogiornalista Ugo Lucio Borga, con un reportage realizzato in Sud Sudan.

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© MICHAEL PUTLAND / RETNAUK
CREDIT ALL USES

Opening, giovedì 17 maggio, ore 18.30 Ingresso Libero ONO arte contemporanea via santa margherita, 10 bologna | www.onoarte.com   ONO arte contemporanea è lieta di presentare la mostra “Glad to be Glam: fotografie di Michael Putland” una retrospettiva che vuole celebrare alcune delle più importati icone del Glam attraverso le fotografie di Michael Putland. La mostra è la prima di una serie di antologiche che ONO realizzerà nella stagione espositiva 2018 -2019 che vogliono andare ad indagare la cultura popolare e lo stile inglese dagli anni 50 ad oggi. Questo primo appuntamento vuole indagare il Glam inglese come movimento trasversale che ha influenzato ed attraversato moltissimi generi musicali. Le fotografie di Michael Putland in mostra includono artisti come David Bowie, Marc Bolan, Elton John e i Queen – tipiche icone del Glam – fino ai Kiss, George Michael e ai Duran Duran, che hanno portato avanti una rivoluzione di strass, piume e paillettes nel decennio di maggior crisi economica e grigiore dell’Inghilterra del dopo guerra. Dopo gli anni del boom economico e della Swinging London infatti, la società britannica entra in una profonda crisi, i così detti anni di piombo. Alla contrazione dei consumi, alle contestazioni e alla recessione risponde la cultura popolare con un singolare fenomeno che verrà chiamato “Glam”. Se già dal nome, una abbreviazione di galmour, il riferimento al lato estetico è evidente, è altrettanto difficile circoscrivere il Glam che se pure è stato un genere musicale preciso, dal punto di vista visivo e dello stile ha influenzato artisti anche molto diversi. Loro comune denominatore era il colore, l’eccesso di spettacolarizzazione della performance che andava di pari passo con un abbigliamento ed un trucco vistoso e a base di brillantini. Di questi nuovi protagonisti della scena musicale alcuni non hanno superato l’esame del tempo, ma chi lo ha fatto ha ancora una grande influenza nel mondo della musica, tra di essi Elton John, Freddie Mercury e i Queen, Bryan Eno e i Roxy Music, Marc Bolan e ovviamente David Bowie. Da questo elenco è evidente come all’interno dello stesso genere si alternassero intenti più leggeri e giocosi ad istanze anche musicalmente più sperimentali. Entrambi però hanno contribuito ad una generale liberazione dei costumi sessuali, ad un piegamento delle normali definizioni di genere che ha avuto grossa eco anche sulle persone comuni, scendendo dal palco e segnando anche un passo importante per i diritti LGBT+, motivo per cui il probabilmente il Glam fu un genere di maggior successo in Inghilterra rispetto che nei più puritani Stati Uniti. Nelle immagini di Putland si alternano momenti da palco con istanti di quotidianità, in tour, nei backstage o in casa, per mostrare dall’interno e con uno sguardo previlegiato un movimento tanto cangiante quanto ancora importante e con una influenza continua nel mondo della musica. La mostra (17 maggio – 29 luglio 2018) è composta da 50 opere. Ingresso libero. Con il patrocinio del Comune di Bologna.

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“Un’apparizione di superfici” Le strade della fotografia contemporanea ArtPhotò dialoga con Luca Panaro ed Eloisa d’Orsi La fotografia alle soglie del Duemila ha trovato la sua vera vocazione? Il mondo in cui viviamo è fatto di dati che si leggono sugli schermi dei nostri dispositivi, visori piatti che originano fotografie piatte, a-prospettiche. I soggetti, ripresi sempre da vicino, perdono i riferimenti culturali, sociali, semiotici a cui normalmente sono legati e chiedono di essere guardati. Luca Panaro nel suo libro Un’apparizione di superfici (APM edizioni 2017) suggerisce un modo di scrutare i soggetti “senza gli occhiali della storia”. Durante l’incontro le strade della cultura contemporanea saranno indagate assieme a Eloisa d’Orsi, che permetterà di estendere la riflessione con riferimento all’antropologia visiva.

Gohar Dashti, Home, 2017
Gohar Dashti, Home, 2017 Gohar Dashti Fragile, handle with care a cura di Silvia Cirelli Inaugurazione: giovedì 8 febbraio, ore 19 Dall’8 febbraio al 24 marzo 2018, la galleria Officine dell’Immagine di Milano è lieta di presentare la terza personale dedicata a Gohar Dashti (Ahvaz, Iran – 1980), una delle autrici più interessanti della scena contemporanea iraniana. Curata da Silvia Cirelli, la mostra propone i recenti progetti di questa talentuosa interprete, presentati in esclusiva italiana. Distintasi negli ultimi anni con partecipazioni in prestigiosi Musei internazionali come il Mori Art Museum di Tokyo, la Kadist Art Foundation di Parigi, il Museum of Fine Arts di Boston, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Museum of Contemporary Photography di Chicago e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Gohar Dashti si riconferma come uno dei punti di riferimento della fotografia contemporanea mediorientale. Da sempre attenta al confronto con tematiche socioculturali, identitarie, comportamentali e geopolitiche che interessano non solo la realtà iraniana – a cui è certamente legata – ma che riguardano in generale la storia culturale attuale, Gohar Dashti traduce in arte la precarietà di un momento storico segnato dal senso di sradicamento, l’incomunicabilità fra le persone e il bisogno di appartenere. La narrazione di questa giovane fotografa arriva all’autentica essenzialità emotiva, denudando completamente le vulnerabilità umane. Questo avviene tramite una raffinatezza lessicale strettamente connessa a un’implicita connotazione autobiografica, e una simmetria creativa audace e incisiva, dove l’estetica dell’allegoria si scopre come costante elemento focale. Fragile, handle with care, titolo della personale milanese, raccoglie le sue ultime serie fotografiche, progetti artistici dove la consueta presenza umana, alla quale Gohar Dashti ci aveva da sempre abituati, viene completamente abbandonata. Non ritroviamo più, infatti, quella componente umana dalla morfologia emozionale quasi commovente. Ora, è la forza prepotente e allo stesso tempo precaria della natura a vincere la scena, una natura che cerca di riconquistare il proprio ruolo, per restituire all’uomo quella memoria culturale da troppo tempo persa. Nella serie “Home”, nucleo centrale della mostra, questo equilibrio identitario regala ambientazioni dalla sublime raffinatezza, luoghi dimenticati che però continuano ad assorbire il melanconico potere della natura. Un’energia vitale dall’incontrollabile intensità sembra voler riempire un vuoto silenzioso, insinuandosi in ogni angolo recondito, come se le proprie radici si fossero finalmente liberate da qualsiasi costrizione. Anche nel progetto “Still Life”, sempre del 2017, l’artista esalta la consistenza del mondo naturale, questa volta però, destrutturandone la sagoma, allo scopo di offrirne una più personale e intima fisionomia. Piante e rami di vario genere vengono dunque spezzati, sgretolati, per poi essere mostrati in una nuova “veste”, una nuova bellezza quasi più umana, che vegetale. La reinterpretazione delle manifestazioni vitali che il tempo produce sulla natura stessa rimane dominante nel lavoro “Aliens”, una serie di polaroid che tradiscono l’incomunicabilità fra l’uomo e la dimensione naturale, come se immancabilmente fossimo impossibilitati a dialogare, ad ascoltarne la voce. Press kit e immagini: http://bit.ly/presskitGoharDashti Gohar Dashti. Fragile, handle with care a cura di Silvia Cirelli 8 febbraio – 24 marzo 2018 inaugurazione: giovedì 8 febbraio, ore 19 Officine dell’immagine, via Carlo Vittadini 11 Milano info: tel. +39 02 91638758 - www.officinedellimmagine.com - info@officinedellimmagine.com Ingresso libero Orari: martedì – sabato 11 – 19; lunedì e giorni festivi su appuntamento. Catalogo in galleria ufficio stampa Maddalena Bonicelli maddalena.bonicelli@gmail.com
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Il Centro fotografico Cagliari di Cristian Castelnuovo presenta “Vertigo” una mostra collettiva di fotografia a cura di Roberta Vanali.

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La Galleria Bel Vedere è lieta di presentare la mostra PRIMA VISIONE 2017 I FOTOGRAFI E MILANO Inaugurazione giovedì 25 gennaio 2018, ore 18-21 Bel Vedere fotografia – Milano, Spazio miFAC, via Santa Marta 18 info@belvederefoto.it – www.belvederefoto.it – facebook.com/belvederefotografia La mostra è aperta dal 26 gennaio al 24 febbraio 2018 da martedì a sabato, ore 15.30-19.30, ingresso libero

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Fino al 9 marzo 2018, la Fondazione Adolfo Pini presenta la mostra Memory as Resistance, un progetto inedito realizzato dall’artista Nasan Tur, a cura di Gabi Scardi.

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FONDAZIONE FIERA MILANO “REGALA” ALLA CITTA’ MILANO E’ FIERA MOSTRA FOTOGRAFICA DA RECORD  CHE RACCONTA COSA C’ERA LA’ DOVE OGGI SVETTANO I GRATTACIELI. Milano, 13 dicembre 2017 – E’ stata inaugurata da Giovanni Gorno Tempini, Presidente di Fondazione Fiera Milano, la mostra fotografica “Milano è Fiera”, che con oltre 60 immagini fotografiche divise in 8 sezioni tematiche, per 120 metri lineari di lunghezza, è a disposizione di quanti da oggi si troveranno a transitare nei viali tra le due palazzine liberty (le Palazzine degli Orafi realizzate da Paul Vietti Violi nel 1923) di proprietà di Fondazione Fiera Milano, in largo Domodossola.  

LA FATICA DEL ROSSO, 2005, Stampa su carta Ph Pierluigi Meneghello
M.A.C.  Musica Arte Cultura Milano | Piazza Tito Lucrezio Caro 1 presenta Pier Luigi Meneghello THIS IS EVERYDAY VIOLENCE a cura di Giorgio Verzotti  dal 1 al 19 novembre 2017 *** OPENING:  1 novembre 2017 ore 19.00   PRESENTAZIONE ALLA STAMPA:  Mercoledì 8 novembre 2017 ore 11.30 - 13-00 Il M.A.C. di Milano presenta, dal 1 al 19 novembre 2017, la mostra This is Everyday Violence, personale di Pier Luigi Meneghello (Vicenza, 1950), a cura di Giorgio Verzotti. Il progetto espositivo occuperà gli spazi del Salone Delman e della Galleria Chopin. This is Everyday Violence presenta una selezione di 28 opere di Pier Luigi Meneghello realizzate tra i primi anni ’90 e il 2017, con una particolare attenzione a quelle più recenti, da cui emerge con forza uno dei temi centrali del lavoro dell’artista: il rapporto tra gli esseri umani e l’ambiente che li ospita. La violenza, esplicitata nel titolo, diventa soggetto del ciclo di opere presentate ed è raccontata attraverso un linguaggio allegorico che nel corso della sua lunga e coerente ricerca l’artista ha elaborato, trovando nella fotografia il suo esito fino a oggi più frequentato. È la violenza di cui siamo testimoni ogni giorno che tocca maggiormente la sensibilità dell’artista, quella a cui lo spettatore sembra assuefatto per via dell’alienante potere dei mezzi di informazione. La consuetudine alla violenza anestetizza l’occhio di chi guarda, rendendo necessario l’intervento di uno sguardo critico come quello espresso dell’autore. I cicli di opere che Meneghello presenta spaziano attraverso diversi strati di questa tematica: opere dal forte impatto visivo, che attribuiscono alla “messa in scena” un valore simbolico arbitrario, non legittimato da alcuna consuetudine. Ne sono un esempio la rivisitazione di due iconografie della cultura cristiana: Giù dal Paradiso, 1996, un Cristo appeso a testa in giù da un ponte e L’Ultima Cena, 1996, una tavola imbandita da tredici nidi vuoti davanti all’altare di una chiesa in rovina. È sicuramente Remapping the world, 2017, il ciclo fotografico più recente e più emblematico, a sottolineare l’intento da cui è mosso oggi l’artista. In questa sessione di immagini la violenza rappresentata esplode in scenari apocalittici, dove grandi mappe geografiche colorate del vecchio mondo vengono progressivamente ricoperte da ampie distese di fanghiglia o liquami fino quasi a scomparire. Un allarme lanciato da Meneghello sullo scontro che ormai non si limita solo al campo ecologico ma è simbolo di un malessere più profondo: la rottura tra l’ordine naturale dell’ambiente che ci circonda e “l’innominabile attuale” della globalizzazione. Il visitatore lungo il percorso espositivo, percepisce la presenza costante di questa tensione, della forza negativa di cui la nostra quotidianità è intrisa, cioè la contrapposizione tra la società contemporanea e il suo ambiente. “Il tema della mostra, l’elemento unificante che accomuna opere a volte così diverse l’una dall’altra è proprio la contraddizione che attraversa il soggetto storico – racconta il curatore Giorgio Verzotti - La lacerazione che si instaura a partire dalla consapevolezza della sua insanabilità e la necessaria allerta che deve governare le nostre conseguenti azioni. Se le contraddizioni non si possono risolvere nelle pacificanti sintesi dialettiche care a Hegel, dobbiamo almeno saper pensare la differenza che genera il conflitto, assumerla senza pregiudizi e senza paure e “tollerarla” dentro e fuori di noi.” La mostra sarà corredata da un catalogo a colori con testi critici del curatore Giorgio Verzotti, edito da Prinp - Editoria D’arte.     CONTATTI PER LA STAMPA PCM STUDIO  Via Carlo Farini 70 | 20159 Milano press@paolamanfredi.com | Tel.: +39 02 36769480 Paola C. Manfredi | paola.manfredi@paolamanfredi.com   Pier Luigi Meneghello – Cenni Biografici  Pier Luigi Meneghello è nato a Vicenza nel 1950 e vive in campagna a Moncalieri (Torino). Si è formato con studi e lavori molto vari, dall’impegno politico, all’ecologia, alla grafica pubblicitaria, all’architettura e alla letteratura. Il suo inizio nell’arte risale al 1981 e si dirama negli anni in più linguaggi comunicativi, sempre nel tentativo di ricomporre la realtà con pittura, immagini, disegni, collage e pensieri, indagando cosi gli spazi più impegnati del Caos nel mondo globale, che si compenetrano e si sovrappongono in cerchi concentrici di forme diverse attorno al nucleo tematico della violenza. M.A.C. Musica Arte Cultura, è il nuovo spazio polivalente di Milano gestito e curato da laVerdi. Inserito nella suggestiva cornice di Piazza Tito Lucrezio Caro, uno dei luoghi più tranquilli e silenziosi della città, tra la zona dei Navigli e l’Università Bocconi, è stato ricavato nel contesto di uno storico deposito tramviario di proprietà di ATM (Azienda Trasporti Milanesi); un luogo in cui convivono tradizione e modernità. Dispone di una superficie complessiva di circa 1000 mq capace di ospitare molteplici iniziative: concerti, mostre ed esposizioni, conferenze, convegni, presentazioni editoriali, corsi di formazione e Workshop e laboratori didattici. Inoltre, è provvisto di tutti i servizi di accoglienza per il pubblico: reception, guardaroba, bookshop e caffetteria. Sono disponibili anche due terrazze per eventi 'en plein air' con vista sulla piazza e sull’interno del deposito dei tram. Per questo laVerdi e il M.A.C., oltre a proporre un ampio calendario di appuntamenti e iniziative di eccellenza, offrono i propri spazi a tutti i soggetti pubblici e privati che desiderano realizzare i loro eventi in un ambiente accogliente e funzionale, ideale per ogni esigenza.    Informazioni Utili M.A.C. Musica Arte Cultura Piazza Tito Lucrezio Caro 1, 20136 Milano. Orari di apertura da lunedì a venerdì: dalle 9.00 alle 19.00. Sabato e domenica: dalle 9.00 alle 15.00.
Comunicato stampa - Silvia Lelli (ITALIANO)

In mostra opere che vivono della relazione fra performance e fotografia, attraverso la costante presenza dell’elemento luminoso al neon.   Dal 6 ottobre all’11 novembre 2017, 29 ARTS IN PROGRESS gallery di Milano (via San Vittore 13) presenta la mostra di Silvia Lelli, dal titolo Neon collection / Neon installation.

Nobuyoshi Araki, 67 Shooting Back, 2007 © Nobuyoshi Araki Courtesy of Taka Ishii Gallery, Tokyo

Dal 21 settembre al 3 dicembre 2017, la Fondazione Bisazza rende omaggio ad uno dei fotografi contemporanei più celebri e discussi a livello internazionale, Nobuyoshi Araki, con una personale allestita nelle sue ampie sale espositive.​ ​

Nan Goldin, Trixie on the cot, New York City 1979. © Nan Goldin

Il Museo di Fotografia Contemporanea, per la prima volta in Italia, presenta The Ballad of Sexual Dependency della fotografa statunitense Nan Goldin (Washington, 1953), a cura di François Hébel presso il Palazzo della Triennale di Milano. Un diario visivo autobiografico e universale sulla fragilità degli esseri umani, che racconta di vita, sesso, trasgressione, droga, amicizia, solitudine. Un work in progress avviato agli inizi degli anni Ottanta, riconosciuto tra i capolavori della storia della fotografia.

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Guy Bourdin due mostre a cura di Shelly Verthime In Between 1955 -­ 1987 Untouched 1950 -­ 1955  

Ventanas, 2012, stampa su tela 30x40

Valerio Incerto vuole ricostruire, riscrivere, smontare la visione del reale utilizzando immagini dirette, e per questo definisce una metodologia di lavoro che antecede sia l’inquadratura sia il successivo scatto. Incerto costruisce l’immagine senza utilizzare la regola dei terzi, non cerca né tratti anedottici del soggetto né altre referenze, puntando tutto sulla componente visuale, sulla sua struttura formale: costruisce l’immagine partendo da un nucleo significante, centrale, disponendo eventualmente attorno ad esso ogni altro elemento sintattico.

Daniele Tamagni - The Smarteez - 2012
La Galleria del Cembalo, in occasione della fashion week estiva di Altaroma 2017, presenta per la prima volta al pubblico romano gli scatti di Daniele Tamagni sul tema delle mode e delle controculture giovanili nelle realtà urbane dell'Africa contemporanea Dal 6 luglio al 16 settembre, presso la Galleria del Cembalo (Palazzo Borghese) a Roma, la mostra ANOTHER LOOK, a cura di Giovanna Fazzuoli, racconterà la moda di strada come strumento di affermazione individuale e di rivendicazione politica e sociale. Dai dandy congolesi di Brazzaville ai metallari cowboys di Gaborone, dai giovani ballerini di Johannesburg ai creativi di Nairobi e Dakar, Daniele Tamagni è riuscito a cogliere l'immediatezza espressiva di queste comunità. Nel suo lungo lavoro di reportage condotto in diversi paesi africani, Tamagni ritrae  fenomeni di resistenza eccentrica e di rivendicazione della differenza attraverso la moda. L'identità delle fashion tribes è rappresentata in diversi contesti geografici in cui si è radicata una controcultura popolare che si ispira a quella coloniale e occidentale, sfidandola e reinterpretandola con inesauribile creatività. L'intimità di questi ritratti testimonia lo stretto rapporto di fiducia che il fotografo riesce a instaurare con i soggetti rappresentati: “Questo forte legame gli ha permesso di andare alle radici, di realizzare vitali scatti istantanei con gli occhi di una persona di fiducia, calata all'interno di un microcosmo difficile da conoscere, dove è raro per un estraneo essere ammesso.” (Paul Goldwin, già curatore Tate Gallery, London) Tra globalizzazione e tradizione, desiderio di emulazione e affermazione sociale, spontaneità e artificio, creatività individuale e reinterpretazione, le tribù della moda, raccolte nel volume “Fashion Tribes”, rivendicano la propria identità nella realtà di tutti i giorni, una realtà che Tamagni ha saputo guardare da un punto di vista diverso, sfidando stereotipi e luoghi comuni. Gentlemen of Bacongo Le origini della Sape – abbreviazione di "Société d'ambienceurs et personnes élégantes"– risalgono al periodo coloniale francese, quando i congolesi indossavano gli abiti usati dei coloni, sfoggiandoli nei giorni di festa. Il fenomeno si afferma poi nel corso del Novecento e in particolare negli anni Sessanta, quando i congolesi emigrati, affascinati dalla moda occidentale, tornano da Parigi indossando completi all'ultimo grido. I membri della Sape hanno un loro stile unico ed eccentrico, ma anche un codice d'onore e delle rigide regole di comportamento. “Si tratta di persone semplici, con lavori diversi; si vestono come tutti gli altri congolesi durante la giornata, ma nelle occasioni importanti, o quando si ritrovano nei locali, sfoggiano i loro completi da Sapeurs suscitando l'ammirazione della gente del quartiere come fossero delle vere e proprie celebrità. Pur nelle loro diversità, si identificavano tutti nella Sape, che è unica e universale” (Daniele Tamagni). La Sape non è la mera appropriazione di uno stile, ma uno strumento attraverso cui il soggetto postcoloniale afferma la propria identità, sfuggendo ogni categorizzazione. Joburg Style Battles I giovani nati nel Sudafrica post-1994, dopo le prime elezioni libere nella storia del Paese, si battono per affermare la propria identità individuale, libera e creativa. Quando il collettivo degli Smarteez esplode nella cultura pop sudafricana, il suo stile inconfondibile apre la strada a numerosi gruppi che invadono le strade di Johannesburg. Tra queste la Vintage Crew. Si tratta di un collettivo il cui dress code prevede abiti vintage contaminati da elementi che loro stessi definiscono “assurdi”. Attraverso la moda, affermano le proprie  idee politiche e sociali, combattendo il conservatorismo e sensibilizzando i loro coetanei all'accettazione dell'alterità. “Siamo giovani e liberi, e abbiamo qualcosa da dire. Conosciamo la storia dolorosa del nostro Paese, ma guadiamo avanti. Ci serviamo della moda come strumento per comunicare ciò che proviamo” – così sintetizza il loro messaggio Asanda Sizani, già fashion editor di ELLE Sudafrica. Disquettes Le Disquettes sono giovani modelle che abitano a Dakar, in Senegal. Fotografate di notte, sotto le luci colorate della Dakar Fashion Week, si esibiscono in tutta la loro sfarzosa eleganza, con gioielli, cappelli, acconciature eccentriche e trucco pesante. Le stesse donne, con le loro figure filiformi, catturano ogni sguardo anche per le strade di Dakar, alla luce del sole. Non s’identificano in nessuna ideologia, religione o fazione politica. Tuttavia, ancora una volta, non si tratta solo di moda. La generazione nata negli anni ‘80 e ’90 e cresciuta nell'era di Internet e dei viaggi accessibili, vuole reinventarsi, affermarsi e osare di più. Afrometals La storia dei metallari botswani risale agli anni Settanta, quando lo psichiatra italiano Giuseppe Sbrana si stabilizza in Botswana, dove apre il più grande ospedale psichiatrico africano. I suoi figli, Ivo e Renato, fondano il primo gruppo rock del Paese chiamato Nosey Road e i figli di questi ultimi, Giuseppe e Sandra – detta Hurricane Sandy, fondano Skinflint, spostandosi dalla musica rock a quella havy metal con una delle band attualmente più famose del Botswana. Ma gli Skinflint non sono un'eccezione. Le band heavy metal botswane sono ormai molte e riscuotono grande successo. I loro protagonisti e fan, sia uomini che donne, hanno uno stile unico che la giornalista Katie Breen descrive come un ibrido "tra il motociclista e il cowboy": giacche di pelle nera, cinte, catene, borchie e cappelli in stile western. Skinflint, al pari di altri, è impegnato nel sociale e in particolare nella lotta contro l'AIDS: “Continueremo a fare ciò che serve per sensibilizzare i nostri fan, perché pensiamo che lo heavy metal sia un medium perfetto per veicolare questo messaggio, dal momento che la musica metal è una forma di espressione che non ha paura di guardare la morte negli occhi e questo può aiutare a trasmettere la brutalità assoluta della malattia”, scrive il cantante Giuseppe. Daniele Tamagni è un fotografo freelance di moda e reportage. Nel 2007 vince il Canon Young Photographer Award con un progetto sui dandy congolesi, i Sapeurs di Brazzaville. Nel 2009 pubblica il libro intitolato “Gentlemen of Bacongo” e nel 2010 vince l'ICP INFINITY AWARD per la categoria fashion. Il suo progetto sulle lottatrici boliviane si classifica secondo al World Press Photo 2011 per la categoria Arts &Entertainment. Nel 2015 pubblica “Fashion Tribes/Global Style Battles”, Abrams/La Decouverte. Il suo ultimo libro,
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Edizione 2017: a Napoli la tappa conclusiva Mediterraneo: fotografie tra terre e mare Inaugura a Napoli, al Castel dell'Ovo il 28 giugno alle ore 17, la tappa conclusiva della rassegna "Mediterraneo: fotografie tra terre e mare" edizione 2017, realizzata in collaborazione con l'Assessorato al Turismo e alla Cultura del Comune di Napoli. Nella cornice del Castel dell'Ovo, fino al 17 luglio alla Sala delle Terrazze, saranno in mostra i lavori delle fotografe selezionate per le sezioni "Sguardi di Donne sulle Donne del Mediterraneo", Alessandra Basile, Diletta Allegra Mazza, Maddalena Mone, e le fotografe selezionate per il Circuito Off, Ilaria Abbiento, Daniela Bazzani, Eleonora Carlesi, sezione all'interno della quale la direzione artistica seleziona fotografi la cui sensibilità è particolarmente apprezzata. Gli appuntamenti a Napoli non finiscono qui. Infatti giovedì 29 alle ore 15 allo Spazio Nea in Piazza Bellini, si terrà un incontro sulla fotografia documentaria aperto a tutti. A conversare con i partecipanti sarà il reporter Gabriele Micalizzi di Cesura, gruppo di giovani fotografi indipendenti. Mentre venerdì 30 alle ore 17 visita alla mostra alla Sala Terrazze in compagnia della curatrice. Dal 2012 la complessità del Mediterraneo, dall’attualità alla relazione tra cultura e società, è la narrazione della rassegna “Mediterraneo: fotografie tra terre e mare” che coinvolge più di una città in Italia per accogliere le mostre dei fotografi selezionati. La rassegna tratta differenti generi della fotografia ed è interessata alle differenze tra generazioni di fotografi, tanto quanto allo sviluppo della conoscenza e delle riflessioni intorno alle culture mediterranee. La fotografia resta il media, comunicatore e dunque un interlocutore fondamentale per invitare a guardare attraverso nuovi punti di vista, altre culture, all’altro da se. La rassegna lascia spazio alla storica cultura di quest'area, il Mediterraneo, che considera perciò territorio ideale da raccontare, in quanto molteplice ed al contempo nuovo, che ritrova nell'interazione alcune delle sue radici. Ogni anno "Mediterraneo: fotografie tra terre e mare" pubblica bandi attraverso cui i fotografi partecipano. Una giuria annuale, sempre varia, seleziona i lavori da esporre. Le aree di interesse della rassegna restano l'attualità, relativa anche alla ricerca e sostenibilità ambientale ed energetica; il sostegno agli sguardi al femminile con l'invito alle fotografe; il Circuito Off con una selezione di fotografi scelti dalla direzione artistica. L'edizione 2017 a Napoli ha già portato in mostra all'Accademia di Belle Arti di Napoli i lavori delle partecipanti al Laboratorio di Fotografia per Donne Straniere e napoletane Curiose. "Lo Cunto", l'associazione che organizza e promuove "Mediterraneo: fotografie tra terre e mare", ha attivato da qualche anno a Napoli un laboratorio di fotografia con l'intento di creare reti di relazioni tra donne che vivono il territorio e intrecciare nuovi racconti sulla città. Nel contesto della rassegna, il laboratorio di fotografia sta diventando una esperienza condivisa e sperimentale per nuove narrazioni. Per l'edizione 2017 la rassegna ha i Patrocini della Commissione Europea, della Regione Campania, del Comune di Napoli, della Regione Piemonte, del Comune di Settimo Torinese, dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti, dell'Unione delle Università del Mediterraneo e il partenariato dell'Accademia di Belle Arti di Napoli, della Biblioteca Nazionale di Napoli, della Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana e dell'Ecomuseo del Freidano di Settimo Torinese. “Lo Cunto” Associazione di Promozione Sociale, senza scopo di lucro, organizza e promuove la rassegna “Mediterraneo: fotografie tra terre e mare”. L’associazione persegue finalità culturali e formative nell’ambito della fotografia e dell’arte e la loro divulgazione attraverso esposizioni, pubblicazioni e seminari. “Lo Cunto” favorisce la comprensione tra le culture e le generazioni attraverso l’interscambio di esperienze e risorse di differenti nazionalità, in particolare negli ambiti della fotografia e dell’arte.
E' stato il figlio

Il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (AR), ente nato per volontà della FIAF, la storica Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, presenta la mostra fotografica “Questioni di Famiglie”, che si terrà da sabato 17 giugno a domenica 3 settembre 2017, con inaugurazione il 17 giugno alle 18,00. Anticipa l’inaugurazione, alle ore 16,00, una tavola rotonda con i curatori della mostra e, alle ore 17,30, la cerimonia di inaugurazione delle nuove opere di BIBBIENA CITTÀ DELLA FOTOGRAFIA.

Maria Mulas ritratta di schiena, 1980

OBIETTIVO MILANO 200 fotoritratti dall’archivio di MARIA MULAS a cura di Maria Canella e Andrea Tomasetig con Antonella Scaramuzzino e Clara Melchiorre 1 giugno – 6 settembre 2017 conferenza stampa mercoledì 31 maggio, ore 11 inaugurazione mercoledì 31 maggio, ore 18 Uno spaccato di storia milanese dagli anni Settanta ad oggi in un racconto fatto di personaggi, volti ed espressioni

September 10th, 1955, New York City

VIVIAN MAIER UNA FOTOGRAFA RITROVATA A cura di Anne Morin e Alessandra Mauro Genova, Loggia degli Abati di Palazzo Ducale 23 giugno – 8 ottobre 2017 Arriva a Genova l’attesissima mostra retrospettiva Vivian Maier. Una fotografa ritrovata che ricostruisce il lavoro fotografico della grande e sconosciuta autrice. L’esposizione sarà ospitata a Palazzo Ducale dal 23 giugno al 8 ottobre 2017. Promossa dal Comune di Genova, dalla Regione Liguria e da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, la mostra è prodotta da Civita Mostre, realizzata da diChroma Photography in collaborazione con Fondazione FORMA per la Fotografia e curata da Anne Morin e Alessandra Mauro.

Pier Paolo Pitacco_Vanishing Cover
PIER PAOLO PITACCO URBAN NIGHTMARES A cura di  Nicolas Ballario  1 giugno – 22 settembre 2017 Preview su invito 31 maggio 2017 Whitelight Art Gallery Copernico Milano Centrale Via Lunigiana angolo Via Copernico Milano Urban Nightmares, dal 1 giugno 2017 al 22 settembre 2017, è la prima mostra personale di Pier Paolo Pitacco, a cura di Nicolas Ballario, presso Whitelight Art Gallery – all’interno del workspace Copernico Milano Centrale, la cui vocazione è sostenere l’arte, la creatività e la cultura nell’ambiente lavorativo. La mostra Urban Nightmares è un percorso che vede i paesaggi urbani come protagonisti di metaforici incubi. «Pitacco, in queste fotografie, spiega il curatore Nicolas Ballario, ci mostra una fuga prospettica che ipnotizza. Sono immagini che mettono in scena le contraddizioni dell’istinto di sopravvivenza dell’uomo : la paura di ciò che può esserci oltre, ma anche il desiderio di conoscere, di raggiungere ciò che non possiamo vedere dal nostro punto di vista. Queste archeologie industriali ci parlano dell’architettura come cartina di tornasole della società e non stupisce che molte di queste fotografie siano state scattate in Paesi dell’est, dove i paesaggi urbani erano strumenti per nascondere l’oppressione dietro l’ordine, la desolazione dietro la funzionalità. Sembrano porte di ingresso a una dimensione di affanno e soffocamento. Infatti a me più che dello spazio, sembra che queste fotografie parlino del tempo. Quel lasso di tempo che tra l’onirico e il tangibile, non ci permette di capire se siamo svegli o in balia di un brutto sogno. Questi paesaggi urbani sono la fase rem dell’incubo ». ”Era tardi, davvero non me la sono sentita di andare a vedere dove finiva, ero affascinato da quel luogo, dalla bellezza dei suoi colori e proporzioni e nello stesso tempo mi trasmetteva un senso di inquietudine, un senso di angoscia, un senso di smarrimento nel nulla. Uno spazio siderale, potrei dire. Sono tornato molte volte, fotografandolo con diverse tecniche, cercavo una riproduzione che non fosse la semplice ripresa del luogo ma che potesse trasmettere il senso estetico, cromatico e psicologico che io avevo provato, filtrato quindi dalla mia visione e sensibilità. “ Pier Paolo Pitacco. Verranno esposti una serie di lavori di grandi dimensioni oltre ad una selezione della serie Vanishing Cover. Pier Paolo Pitacco incomincia nel 2012 a fotografare quella bellezza che forse scomparirà per sempre. Fotografa le copertine di dischi che gli ritornano alla memoria, ma anche cover che attirano la sua attenzione. Le fotografa guardandole come oggetti dai quali vole estrarre una bellezza che va anche oltre il loro apparire, cerca un taglio, un particolare, una rifrazione della luce che cambia completamente la copertina stessa trasformandola in qualcosa di nuovo, da un punto di vista differente. Durante l’inaugurazione della mostra verrà proposta la Urban Nightmares Experience in cui si potrà entrare a far parte dell’opera attraverso uno scatto personalizzato dell’artista realizzato con Polaroid, vivendo l’esperienza dell’artista con l’artista.  La scelta dei luoghi, le sensazioni e le emozioni che archeologie industriali isolate nella folla hanno suscitato in lui. I colori, le cromie e i suoni. Mosca, Zurigo, Parigi, Milano e Berlino. Un viaggio. Una ricerca che oggi l’artista porta in mostra e condivide, per un solo giorno, con i visitatori che vorranno farne parte. La polaroid verrà consegnata, contestualmente, firmata e autenticata con una limited edition di plexi-boxes. Inoltre, artista e curatore selezioneranno 3 foto che verranno pubblicate su una delle più importanti riviste di fotografia. Comunicato Stampa