Muore Fabio Polenghi

Fabio Polenghi aveva l’aspetto di ragazzo, con un garbo e una pacatezza particolari e un grande rispetto per gli altri.

Fabio sapeva all’occorrenza fotografare il glamour per Vogue, pur prediligendo indagare in profondità situazioni sociali significative di marginalità, di disagio o di ribellione, com’era quella di Bangkok  che l’ha impegnato durante le sue ultime settimane. Con la stessa intensità che aveva messo nel raccontare le favelas di Rio, tra gang e prostituzione, o le facce dure dei farmer sudafricani impoveriti.

Il suo impegno era prima di tutto nel raccontare la realtà, vicina o lontana, nel suo continuo rinnovarsi. Da tempo interessato all’Asia, tre anni fa era corso alla frontiera birmana per seguire la rivolta dei monaci, poi ripiegando su storie di rifugiati politici riparati in Thailandia, che comunque informavano sulla durezza del regime birmano. Informare con la fotografia, con senso giornalistico e ogni cura per la qualità della fotografia ma senza cercare estetismi fine a se stessi.

Fotografo giornalista cresciuto alla scuola delle agenzie parigine, aveva il più  ampio orizzonte tematico. Non solo il reportage sociale ma anche occasionalmente quello geografico, la moda, lo sport. Proprio sul mondo dello sport ha lavorato diversi anni ed è rimasto un sogno quello di poterne pubblicare un libro.

Polenghi non inseguiva il facile scoop, non era un avventato. Preparava i suoi lavori con attenzione e senso giornalistico vero. Con tutti stabiliva un rapporto di affettuosa amicizia. Tutti noi che abbiamo lavorato con lui lo ricordiamo così, con i suoi modi gentili, la sua positività e la sua voglia di vivere, malgrado le difficoltà economiche di un  mercato che sempre meno gli permetteva di realizzare le storie a cui teneva. Anche per questo aveva lasciato l’Italia decidendo di far base a Bangkok, città che lo attraeva, base operativa privilegiata per un Sud est asiatico tanto instabile quanto pieno di fascino, dunque sempre d’interesse giornalistico. Sperava fosse un buon posto da cui lavorare.

Elena Ceratti e Gino Ferri