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Premio Ponchielli, il commento del presidente Gsgiv

Amedeo Vergani, presidente Gsgiv dell’Associazione Lombarda Giornalisti, ha fatto circolare il 18 giugno il comunicato che riportiamo qui di seguito. Ci sono molte possibili considerazioni e molte possibili risposte. Invitiamo tutti a partecipare al dibattito.

Tutti estranei all’Ordine i premiati dal Grin

AI “PHOTOEDITOR” PIACCIONO DI PIU’ I FOTOREPORTER NON ISCRITTI ODG ?

Finalisti e vincitori selezionati senza tener conto delle norme dell’ordinamento giornalistico - Una scelta che riflette in pieno la realtà di lavoro di ogni giorno nella quale non importa il fatto che lettori e telespettatori hanno diritto, come ha ricordato pochi giorni fa il presidente nazionale Odg, ad un’informazione visiva prodotta con quelle garanzie di correttezza e responsabilità che possono essere assicurate sino in fondo solo da fotogiornalisti sottoposti al rispetto della deontologia e della disciplina professionale
Colleghi fotoreporter, se siete iscritti all’Ordine dei giornalisti, prendete la tessera e buttatala pure alle ortiche. Risparmierete cento euro all’anno di iscrizione e la rottura di scatole delle revisioni periodiche dell’albo, avrete vita meno complicata con previdenza e fisco e in più, soprattutto, se per caso vi capterà di sgarrare alla deontologia professionale, chi se ne frega, non avrete guai perché nessuno potrà più venire a mettere becco nel vostro operato anche nel caso delle peggiori tra le violazioni visto che non farete più parte del “popolo” sul quale l’organismo di autogoverno dei giornalisti italiani ha il potere, nell’interesse dei cittadini, di prendere provvedimenti disciplinari e , quando serve, mettere in riga con le dovute sanzioni.  Il tutto continuando senza alcun problema a lavorare come ora  per giornali, agenzie e telegiornali perché, tanto, nelle redazioni chi cavolo si è mai sognato di fare dei distinguo tra chi è in regola con le leggi del giornalismo e chi invece produce informazione visiva libero da qualsiasi dovere imposto a chi esercita la professione di giornalista.
Questo, più o meno, è il messaggio che ogni giorno arriva alla categoria dalla realtà del nostro mondo del lavoro “assediato perenne” da una deregolazione così profonda e devastante che, oggi più che mai, lo ha ridotto, profilo economico in prima linea, ad una professione che in molti temono sia ormai irrimediabilmente senza futuro.
L’ennesima riconferma di questo innegabile stato di fatto c’ è arrivata ora dal Grin (Gruppo nazionale redattori iconografici), un’aggregazione totalmente indipendente dagli organismi ufficiali di categoria e dalle loro regole, che dal 2002 riunisce buona parte dei photoeditor e dei redattori iconografici delle riviste illustrate italiane: personaggi decisamente strategici nel mercato reale del lavoro dei fotogiornalisti perché, al di là di tutte le altre competenze che profilano i loro ruoli, sono prevalentemente loro che nelle redazioni decidono a chi commissionare i servizi da produrre, quali fotoreportage meritano di essere mostrati ai direttori o, più semplicemente, a chi chiedere, da chi comperare e spesso pure quanto pagare le foto d’attualità o di stock per i servizi da pubblicare.
Non c’è infatti nessun iscritto all’Ordine dei giornalisti nella rosa dei quattordici fotoreporter finalisti dell’edizione 2009  del premio “riservato -dice il bando - a fotogiornalisti italiani” con il quale da sei anni l’associazione dei photoeditor assegna un contributo in denaro ( 5.000 euro ) a quello che viene ritenuto il miglior progetto fotografico del momento.
Il “Premio Grin” questa volta è stato vinto da Martina Bacigalupo, 31 anni, genovese con “base” stabile a Parigi, per una serie di immagini sulla travagliata vita quotidiana di una giovane donna del Burundi mutilata brutalmente dal marito. Segnalati i lavori di Daniele Tamagni e di Siro Magnabosco . Gli altri finalisti erano:  Michele Borzoni, Francesco Cocco, Fabio Cuttica, Paola De Grenet, Giulio Di Sturco, Martino Lombezzi, Giovanni Marrozzini, Antonella Monzoni, Gabriele Rossi, Annette Schreyer, Terra Project, Riccardo Venturi.
Tutti fotoreporter che, secondo l’edizione 2009 dell’Annuario dei giornalisti italiani , non risultano negli elenchi dell’Albo professionale. Una realtà che non ha comunque influito minimamente sulle scelte della giuria che in questa sesta edizione era presieduta dal giornalista Paolo Pietroni, “inventore” di numerosi periodici illustrati di successo, ed ha avuto come componenti, oltre ai rappresentati dei due sponsor dell’iniziativa (UniCredit&Art e Fnac) e a Mariuccia Stiffoni Ponchielli, il fotografo Toni Thorimbert e tre socie del Grin: le giornaliste professioniste Paola Brivio, Simona Ongarelli e Laura Incardona.
Non è però assolutamente una novità per il Grin la scelta di non fare distinguo, nelle regole del suo premio, tra chi è fotogiornalista nel sacrosanto rispetto della legge e chi invece lo è solo di fatto. Lo stesso criterio è stato applicato anche nelle cinque precedenti edizioni tanto che solo in una occasione, nel 2006, per un caso fortuito era risultato vincitore un collega iscritto all’Odg come pubblicista.
L’assenza nel “premio Grin” di qualsiasi distinzione tra chi è e chi non è nell’ Odg, è comunque un fatto che non stupisce per nulla perché riflette in pieno quanto avviene ogni giorno nelle redazioni dove non ha nessunissima importanza se chi produce o fornisce informazione visiva sia sottoposto, o meno, alla disciplina dell’Ordine professionale. Per essere chiarissimi, non frega proprio nulla a nessuno se gli autori di foto e filmati  hanno, o non hanno, in tasca il famoso tesserino professionale: “todos caballeros”. Il tutto alla faccia soprattutto dei sempre più numerosi colleghi che, facendosi un “mazzo così” per essere pienamente nelle regole, hanno pure affrontato l’esame di stato per diventare giornalisti professionisti.
Riprove di questa realtà sono ogni giorno sotto gli occhi di tutti. Un esempio tra i più lampanti ce l’ha offerto all’inizio di febbraio il magazine del Corriere della Sera con un numero speciale sull’Italia raccontata ai lettori con le immagini, tutte scattate nello stesso giorno, di 62 fotoreporter incaricati ad hoc dalla redazione della rivista. Di questi 62 autori, solo 23 sono risultati iscritti all’Odg. Gli altri, tutti assolutamente ignoti all’Ordine e alle sue regole.
Una “consuetudine” perciò assolutamente generale sulla quale, ovviamente, ci sarebbe davvero molto da riflettere, analizzare, dire e ridire sotto i più variegati profili, partendo da quelli sul versante del diritto dei cittadini ad un’informazione visiva disciplinata dalla deontologia professionale, sino a quelli più sindacali, compreso il rischio che una costante ammissione di fatto che il lavoro di chi produce in prima persona l’informazione visiva può essere svolto fuori dalle regole dell’Ordine, prima o poi si trasformi nella negazione della natura giornalistica del ruolo di chiunque si occupa più in generale di immagini giornalitiche - photoeditor compresi - e di ogni conseguente possibilità di applicazione del Contratto nazionale di lavoro giornalistico agli addetti dell’intero settore.
La materia del “fotogiornalismo garantito” e del conseguente distinguo tra chi opera nel fotogiornalismo “targato” Odg  e chi invece ne è fuori, ultimamente sta pure uscendo sempre più dai confini ristretti degli ambiti più attenti e sensibili del giornalismo e , anche grazie ai clamori mediatici di inchieste giudiziarie, scandali politici, gossip d’alto bordo, commistioni tra pubblicità e informazione e taroccamenti vari da prima pagina con al centro foto e fotografi, i suoi problemi sono sempre più  sotto gli occhi anche del grande pubblico.
Sul problema specifico del “todos caballeros” che imperversa nella realtà del lavoro quotidiano di chi si occupa di informazione visiva, pochi giorni fa si è espresso, con molta chiarezza e con tutta la sua autorità, anche il presidente nazionale dell’Odg, Lorenzo del Boca, intervenendo a Roma ai lavori per lo studio di un decalogo sulla deontologia del fotogiornalismo. “E’ un dovere di direttori e redattori - ha ricordato Del Boca - aver sempre molto ben presente che lettori e telespettatori hanno diritto ad un’informazione visiva prodotta con quelle garanzie di correttezza e quelle assunzioni di responsabilità che possono essere assicurate solo da fotogiornalisti sottoposti alla disciplina dell’Ordine. Chi se ne dimentica, è in grave errore”.
Parole destinate a restare solo nel vento dei discorsi di circostanza? Vedremo.

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88 Commenti a “Premio Ponchielli, il commento del presidente Gsgiv”:

  1. non penso che valga la pena commentare…cmq penso che sia veramente banale ricordare che se un progetto fotografico è valido, è valido a prescindere se sia stato realizzato da un fotografo iscritto o non iscritto all’Odg. La differenza la fa la coerenza del progetto, la composizione e il contenuto dell’immagine: non una tessera. Il lavoro di un photoeditor è valutare il progetto non chiedersi se chi lo ha fatto ha la tessera odg o no.

  2. Onestamente penso che sia tutta invidia…

  3. Sono d’accordo che la professionalità e la deontologia nella realizzazione di un servizio debbano sempre essere rispettate, ma spesso i “professionisti” come vengono definiti dall’articolo, non hanno più la stessa sensibilità di un “giovane” fotoreporter e l’iscrizione ad un qualsiasi ordine non significa necessariamente qualità del prodotto; é comunque grazie a organizzazioni come Grin che l’attenzione viene rivolta anche ad ottimi professionisti che sono al di fuori della casta degli iscritti ad un qualsiasi ordine.
    Se tutto questo provoca un problema, la provocazione potrebbe essere di scegliere un pari numeri di candidati, tra iscritti e non, ammessi alla selezione finale per il premio.
    A mio parere: continuate così!

  4. Salve. Sono uno dei finalisti del premio GRIN di quest’anno. In primo luogo mi preme una precisazione: io sono iscritto all’ordine dei giornalisti come pubblicista dal febbraio 2009, numero tessera 130053. Visto che sembra così importante controllare gli elenchi, che siano controllati bene.
    Penso che sarebbe il caso di osservare le fotografie presentate al premio GRIN quest’anno e i precedenti, più che controllare i documenti dei partecipanti. Non mi sembra che nessuno dei lavori fotografici faccia cattiva informazione, semmai cerchiamo (mi sento di parlare a nome di molti dei partecipanti, alcuni dei queli conosco personalmente) nuovi modi di documentare la realtà. Lo facciamo spesso a nostre spese, spendendo tempo e concentrazione su tematiche che alla stampa poco interessano, ma che crediamo valga la pena di raccontare. Molti lavori presentati al GRIN non hanno sbocco sui giornali, troppo impegnati ad inseguire veline e Vip.

  5. Che dire? E’ strano che l’ordine dei giornalisti si ricordi che (dovrebbe) essere anche un organo di tutela della professionalità, moralità, responsabilità, ecc. dei giornalisti italiani solo in queste occasioni, quando ogni giorno sui giornali e alla televisione assistiamo alla vergognosa prostituzione di “professionisti” che da tempo hanno perso il senso del pudore e non si vergognano (loro no) di quello che scrivono, o piuttosto, non scrivono…non dicono, non fanno vedere..
    L’ordine, che normalmente tace di fronte a questa spazzatura che è diventata l’informazione nel nostro paese, questa volta parla, batte cassa… per dire cosa alla fine? Che delle persone, dei professinisti che fanno il loro lavoro, e lo fanno bene, lavorano senza una tessera? e con ciò?
    L’invidia è una gran brutta cosa…ma l’arroganza del potere è ancora peggio! Andate avanti così e fregatevene dell’odg!
    delia

  6. Io sono stato uno dei partecipanti al concorso, su invito di uno dei photoeditor del GRIN.

    Non sono però un fotogiornalista, né sono iscritto a nessuna organizzazione di categoria, come non penso lo siano diversi altri dei partecipanti.

    A mio parere, non dovrebbe semplicemente esistere in Italia una cosa chiamata “Ordine dei giornalisti”. Come non esiste in altri paesi. A garantire la deontologia professionale di chi informa dovrebbe essere semplicemente la legge ordinaria che punisce la diffamazione a mezzo stampa. Non ricordo, forse per mia ignoranza, particolari difese da parte dell’Ordine dei giornalisti di questa “professionalità”. Non mi pare che abbia consentito, per esempio, ad una persona davvero autorevole e seria come Enzo Biagi di difendere la sua dignità professionale quando fu vilmente attaccato nell’ultimo periodo della sua luminosa carriera.
    Non mi pare nemmeno che sia l’Ordine dei giornalisti, ed in subordine la categoria dei fotogiornalisti ufficialmente riconosciuti, a garantire che si possano svolgere inchieste scomode e pubblicare opinioni fuori dal coro in questo Paese dove l’informazione è così assalita dai conflitti d’interessi e dalle pressioni dei vari poteri e potericchi.

    Dire che nessuno dei vincitori e dei menzionati del Ponchielli 2009 sia un iscritto al GSGIV è quindi come lamentarsi con il parroco che ci sono dei fotografi non autorizzati in chiesa durante il matrimonio. Mi pare una posizione di retroguardia che protegge l’appartenenza invece della competenza.

    Penso che l’unica difesa di ogni fotografo, e quindi anche di un fotogiornalista, sia la qualità del suo lavoro. Il resto è solo resistenza corporativa destinata ad essere spazzata via dal tempo.

    Detto questo, approfitto per aggiungere un paio di elementi di riflessione all’eventuale dibattito che se ne vorrà trarre.

    1) L’interesse di Unicredit Arte per il Ponchielli rivela come vi sia uno spostamento in atto nel mondo del fotogiornalismo dall’editoria classica al mondo dell’arte contemporanea. Molti autori ambiscono ormai ad essere considerati più artisti contemporanei che fotogiornalisti. Il rischio però è di vendere pere come fossero mele d’oro. Non basta, a mio parere, fotografare vicende socialmente e umanamente toccanti con luci e colori sapientemente costruiti con la postproduzione per passare dall’informazione giornalistica alla performance artistica.

    2) Non mi pare di aver visto tra i vincitori e i menzionati un lavoro svolto sotto casa, in uno dei tanti comuni italiani su temi che riguardino la normale quotidianità dei miei connazionali. Lo dico giusto perché può venire da pensare che i lavori considerabili degni di premiazione per il GRIN siano esclusivo appannaggio di chi fa trasferte di migliaia di chilometri e si occupa di temi assolutamente estremi.
    Poi, per carità, può darsi benissimo che quest’anno gli unici lavori premiabili avessero quelle caratteristiche lì. Non intendo difatti che il mio discorso sia interpretato come la richiesta di una specie di “quota tricolore” per coloro che si occupano dell’ordinario qui ad Abbiategrasso invece che dello straordinario laggiù da qualche parte nel mondo.

  7. ‘..tutte chiacchere e distintivo..’
    due cose: prima di iscriversi all’ODG , seguendo questo ragionamento, non si può nè scrivere nè fotografare; quando sei iscritto all’ODG non sei più tenuto a dimostrare niente a nessuno e sopratutto non ti devi più confrontare con chi non è iscritto??!!
    lo sa, Amedeo Vergani, che tutti le persone che lavorano da decenni nelle agenzie di fotogiornalismo e che determinano scelte, editing, temi non sono giornalisti col distintivo e sono tra i migliori professionisti dell’informazione?
    L’ODG si gurada bene dal chiedere che ci entrino .

  8. Rispondo a Fulvio e al suo punto 2), solo per precisione.
    Fra i finalisti del premio Ponchielli ci sono quattro “progetti italiani”. E cioè:
    1. Cocco, le immagini sono state realizzate sulla Riviera Adriatica
    2. Terra Project, un viaggio nei siti petroliferi italiani
    3. Lombezzi, il terremoto in Abruzzo
    4. Rossi, viaggio in Basilicata
    Grazie comunque per il contributo di Fulvio al dibattito.

  9. Ringrazio molto Giovanna Calvenzi per l’immediata precisazione sul punto 2) e faccio volentieri ammenda per la mia colpevole insufficiente conoscenza dei lavori premiati e menzionati.

    Non avendo altri canali di comunicazione, approfitto dell’occasione insperata per segnalarti che da diverso tempo hai una mia richiesta d’amicizia in sospeso su Facebook. Che dici, mi fai amico? ;-)

    Un saluto caloroso.

  10. Così dopo anni di assoluta indifferenza da parte del Odg nei confronti dei fotografi professionisti il dottor Vergani presidente Gsgiv si chiede come mai tra i migliori fotografi italiani ci sia questo disinteresse nei confronti dell’ Ordine dei giornalisti.
    Propongo una interpretazione riportando la mia modesta storia.
    Diventai professionista nel ‘98 e dopo due anni decisi di iniziare la procedura per diventare pubblicista, produssi tutto il materiale cartaceo che attestava la mia collaborazione continuativa con le riviste; fu difficile ottenere le dichiarazioni perchè alcuni direttori, tra questi anche uno dei maggiori quotidiani nazionali, erano restii nel voler firmare il documento di collaborazione per un fotografo. Ricordo che le informazione date per telefono dalla segreteria del Odg erano frammentarie e date con scarsa disponibilità; questo mi creò non pochi disagi costringendomi ad andare per diverse volte nella sede di via Appiani ed ottenere informazioni certe per giungere al completamento della pratica. Un pò mortificato accantonai la cosa ed in un secondo momento mi domandai perchè dovessi iscrivermi ad un ordine professionale che, anche se non dichiaratamente, si mostrava poco disponibile alla mia adesione; decisi di non iscrivermi più e di continuare ad affidarmi all’ Associazione Nazionale Fotografi Professionisti Tau Visual che invece mi aveva dato massima disponibilità, attenzione e consulenza professionale in maniera precisa, puntuale e seria.
    Con il trascorrere degli anni mi accorsi che tra i giornalisti pochi erano in grado di discutere di fotografia, di analizzare un’ immagine anche in maniera semplice, ad eccezione di alcuni photoeditor; ricordo ancora incontri imbarazzanti in alcune redazioni con direttori di riviste o giornalisti che facevano richieste folli o esternavano commenti sulla fotografia del tutto simili a ciò che un fotoamatore dei tramonti poteva dire. Mi chiesi dove fosse finita la deontologia professionale che invece la mia associazione continuava a propinarmi e perchè questa scarsissima considerazione dei fotografi e della fotografia.
    Ora mi chiedo come sia possibile muovere critiche al fatto che dei bravissimi fotografi, in questo caso i selezionati del premio Ponchielli, non siano iscritti all’ Odg; come si può parlare di possibile non rispetto della deontologia professionale quando è il committente stesso che “a volte” non la rispetta (voglio ricordare che in Italia probabilmente esiste l’ unico giornale al mondo che non firma le fotografie).
    Credo infine che il ruolo di un ordine professionale sia oltre a quello di raccogliere fondi per la previdenza sociale anche quello di tutelare i propri iscritti e assisterli nello specifico del proprio ruolo professionale.
    Rimango in attesa dell’ Ordine dei Fotogiornalisti.

  11. …sono PROFESSIONISTA dal 2002 dopo aver consumato le suole delle scarpe per cercarmi le notizie per il quotidiano per cui lavoravo. Ho speso soldi che non avevo (indebitandomi) per poter andare a Roma e sostenere l’esame di Stato poi superato.
    Poi…più niente.
    Il quotidiano per cui lavoraro una volta diventato professionista, mi ha cacciato, oppure, diciamo così, non mi ha riconfermato. Oggi, che tra parentesi faccio il fotoreporter, quindi pezzo più foto, mi nascondo dietro la bella parola “freelance”, per non dire che sono disoccupato.
    Dove stà l’ordine dei giornalisti?

  12. Ciao a tutti!
    Sono d’accordo con quanto scritto dagli altri sul Blog, considerando infame l’attacco del Presidente Vergani.
    Come egli stesso afferma la distinzione “tra chi è fotogiornalista nel sacrosanto rispetto della legge e chi invece lo è solo di fatto” la dice lunga sulla discrepanza tra l’ Ordine/Legge e lo stato di fatto che è costituito da un mercato selvaggio che costringe molti ad anni di precariato e sfruttamento.
    La realtà delle cose è che sempre più spesso essere freelance non è una scelta ma una condizione materiale cui è impossibile sottrarsi.
    In questa situazione impazzita del mercato, in cui la committenza è saturata da una offerta altissima e sempre crescente, è molto difficile pubblicare un numero sufficiente di “pezzi”, nei tempi previsti, per accedere all’Ordine.
    Magari è facile pubblicare gratis o sottocosto, come magari hanno fatto molti, proprio per avere accesso alla qualifica di pubblicista (cosa deontologicamente scorretta). Anche a me, come a Fabrizio, è capitato che il direttore della mia agenzia si rifiutava di firmare carte per l’Ordine…
    Il Presidente dovrebbe allora scendere dallo scranno e cercare di regolare la situazione che “di fatto” esiste, il dato materiale in cui ci troviamo ad operare, ovvero dovrebbe calarsi nella realtà e non arroccarsi sui privilegi acquisiti.
    Il premio Ponchielli è già molto prescrittivo, prevedendo la liberatoria, per fotografie rappresentanti persone, forzando, forse, un po’ la legge…che se non sbaglio la prescrive solo per i ritratti e non per le foto scattate per strada per trattare temi sociali o culturali. Il Grin ha comunque giustamente voluto cautelarsi…
    Personalmente ho deciso di non parteciparvi perchè la mia produzione migliore è della categoria “people” o “documentazione antropologica” realizzata anche all’estero con evidente difficoltà a reperire le liberatorie.
    Ecco quello che allora dovrebbe fare un Presidente di Ordine: promuovere una legge chiara che consenta di fotografare, per scopi culturali, oltre che per informazione, senza liberatoria, cosa che di fatto lega le mani ai fotogiornalisti come hanno notato autorevoli voci. Ci immaginiamo Koudelka, Zecchin o Letizia Battaglia che richiedono firme per liberatorie?
    In questo caso allora il Presidente tutelerebbe davvero la categoria dei fotogiornalisti….

  13. Gentilissimi tutti,
    per quello che posso vedere dal mio punto di vista, purtroppo la auspicabile tutela della qualità che l’appartenere all’ordine dei giornalisti vorrebbe garantire rimane solamente teoria.
    Mi sembra infatti che, nella pratica, non si intervenga nella quotidiana mistificazione di immagini e notizie che la stampa italiana distribuisce.
    Purtroppo sono proprio giornalisti stipendiati iscritti all’ordine che fingono di dirigere le testate che in realtà sono dirette dai venditori di pubblicità. Altri giornalisti iscritti all’ordine e stipendiati compilano gli spazi adattando la realtà agli interessi del momento.
    Ci sono ovviamente delle eccellenti eccezioni, persone serie e integre che lottano ogni giorno per comunicare. Ma il fatto di doverle chiamare eccezioni è sconfortante. E la loro lotta difficile.
    Credo che se radiografassimo le motivazioni che hanno mosso all’acquisire una tessera dell’Odg tutti gli iscritti, ne uscirebbe che non la tutela della qualità, ma i vantaggi contrattuali e previdenziali, così come altre agevolazioni nella pratica del lavoro e della vita, hanno mosso la maggioranza stragrande all’iscrizione.
    Quindi invito tutti a non essere polemici “tra noi” se una giuria ha cercato di premiare la qualità all’interno di un concorso di storie fotografiche. Di qualità ce n’è tanta, se pur persa tra montagne di colpevole spazzatura. E questa qualità non deve per forza essere iscritta all’albo.

    (Scrive, con speranza nel futuro, la tessera di publicista 119550)

  14. Carissimi,
    il dibattito è molto interessante. Il tema ha “dilaniato” la mia esperienza lavorativa ormai ventennale. Ho letto con interesse la lettera di Amedeo, e mi sono ritrovato in quasi tutte le risposte che gli sono state date. Sono contento, perchè sento che la maggior parte di noi fotoreporter considera l’Ordine una sovrastruttura elefantiaca, vecchia, superata, inadeguata, non attenta a rispondere alle esigenze di noi operatori della comunicazione sballottati in un mercato veramente incontrollato e condizionato solo dalle esigenze degli inserzionisti pubblicitari. In ogni caso il punto è: i lavori premiati al concorso del Grin erano e sono buoni? Basta così! Le foto raccontano una storia forte e con un linguaggio efficace e rispettoso delle persone? Benissimo! I giurati hanno colto la capacità di raccontare per immagini degli spaccati di vita che raramente trovano posto sui giornali? Perfetto! Chissenefrega se l’autore del servizio è iscritto all’Ordine, o all’Aci, o all’Arci, o alla Camera di Commercio, o al Gruppo Bocciofilo degli amici del sabato sera, o se ha uno spazio su facebook. La maggior parte dei fotoreporter ha una cultura generale da far invidia a molti giornalisti seduti in redazione tronfi che aspettano i pezzi dai collaboratori sottopagati. La maggior parte dei fotoreporter dimostrano sul campo il loro approccio “libero, maturo e rispettoso dell’umanità”, senza bisogno di tessere e esami. Se poi questo approccio deontologico non c’è, lo si vede dalle foto: non si scappa, siamo tutti bravi e attenti a riconoscere un servizio fotografico realizzato in buona o cattiva fede. O no?

  15. e complimenti all’Ordine! Pensato per un giornalismo scritto e non visivo, che impone lo stesso esame a tutti senza distinguere tra graphic designer, photoeditor, fotografi e scrittori. Che pone ostacoli per l’iscrizione chiedendo a prova della professionalità anni di lavoro o obbligando a seguire corsi assai costosi, soprattutto per chi è pagato come praticante, e sempre rivolti al giornalismi scritto. Che non ha mai pensato ad un gruppo specifico per i photoeditor, che anzi se lo sono inventato da soli, seguendo tuttavia la procedura per essere parte dell’Ordine sia nei componenti rappresentanti sia nello Statuto e non certo antagonisti. Spesso il premio GRIN serve a far emergere giovani fotografi che forse, speriamo, un giorno diventeranno fiori all’occhiello dell’Ordine. Anzi propongo che dalla prossima edizione del premio oltre al gradito denaro si offra l’iscrizione all’Ordine o al corso propedeutico all’esame, così anche Vergani sarà contento!

  16. [...] premio ponchielli Sul blog del GRIN (Gruppo Redattori Iconografici Nazionale) è comparso il commento di Amedeo Vergani, presidente Gsgiv dell’Associazione Lombarda Giornalisti, alla selezione finale del Premio [...]

  17. Ringrazio Amedeo per aver sollevato questo dibattito e mi ricollego al post di Giovanna per ribadire una contraddizione dell’OdG . Se l’Ordine tiene così tanto alla professionalità degli operatori dell’immagine dell’informazione, perché non si trova traccia nel contratto della figura del photo editor? Ricordo che moltissimi ricercatori iconografici, picture editor, photo editor non hanno accesso al contratto perchè non è mai citata questa qualifica professionale proprio nel contratto e gli editori ne approfittano per utilizzare contratti meno onerosi di quello giornalistico (Contratto Grafico-editoriale, Poligrafico, addirittura del Commercio).

  18. il premio ponchielli è aperto atutti.
    si cerca di premiare la qualità, l’impegno, la passione.
    parafrasando il titolo: ai photoeditor piacciono i buoni lavori fotografici.
    la qualità fa la differenza, non la tessera!

  19. Ciao a tutti,

    è un piacere poter leggere e partecipare a tale discussione. Sono anni che ne facciamo di simili tra di noi fotogiornalisti, e il sapere che la questione viene sollevata direttamente dal presidente dell’Associazione mi riempie di gioia. 
    Ma vorrei che si abbassassero i toni. Anch’io, all’inizio, mi sono un po’ inalberato, ma poi ho colto l’ironia che si cela dietro le parole di Amedeo Vergani. Ho capito che non era plausibile che il presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti ci accusasse di sputare sulla deontologia. Che non sapesse che noi non continuiamo “a lavorare come ora per giornali, agenzie e telegiornali”, perché sono anni che i giornali non ci fanno più nessun contratto, che per le agenzie lavoriamo da free lance a partita iva e perché per lavorare per i telegiornali dovremmo usare la telecamera. Impossibile che non sappia che, una volta diventati pubblicisti, molti di noi non sostengono l’esame da giornalista perché questo complica più che facilitare il nostro lavoro (come dice giustamente Marco), perché l’esame ci chiede di scrivere un articolo e non un trattato di fotogiornalismo o di fare una prova pratica per mostrare le nostre capacità narrative con la macchina fotografica. Sarebbe surreale pensare che non sappia che la scuola di giornalismo non prevede nulla al suo interno che tratti l’argomento dal punto di vista fotografico, limitandosi a spiegare ai suoi studenti come corredare con immagini un articolo, pratica che viene sempre più esortata, considerato che i quotidiani italiani che prevedono nella propria redazione la figura di un photoeditor si possono contare sulle dita di una mano. 
    Sicuramente il presidente è a conoscenza del fatto che la nostra formazione avviene sulla strada. Che spesso da principianti ci avviciniamo ad agenzie (dopo aver capito che i giornali sono off limits) nelle quali veniamo pagati per quanto vendiamo, senza alcuna garanzia. Agenzie che spesso i giornali stessi mettono in competizione tra loro abbassando il prezzo delle foto e costringendo gestori e fotografi a scannarsi tra loro. Che le alternative che ci vengono poste per imparare il mestiere sono quella di emigrare in paesi che offrono formazione universitaria di altissimo livello oppure quella di frequentare le costosissime scuole italiane (praticamente tutte private) che insegnano a creare set fotografici per la moda o a illuminare con la dovuta perizia un comodino o una pera, ma non a gestire una situazione di piazza o a cosa fare per ottenere un visto. Vergani, essendo del mestiere oltre che mio presidente, sicuramente sa che anche noi ci facciamo “Un mazzo così”, ma che sfortunatamente, al contrario dei più blasonati giornalisti, tale mazzo non ci permette poi di giungere ad analoghe condizioni contrattuali, né tantomeno di venir altrettanto tutelati quando abbiamo un raffreddore o ci facciamo veramente male. Non ricordo neppure un giornalista o un rappresentante dell’ordine al nostro fianco quando, alle esequie di Raffaele Cirielli, noi fotografi posammo le nostre attrezzature sulle borse e chiedemmo maggiori garanzie. Da allora abbiamo ottenuto solo il risultato che nessun giornale ci scrive più due righe di garanzia per i nostri viaggi, non sia mai che magari poi qualcuno faccia causa. Penserei a uno scherzo se mi dicessero che il presidente non sa che il mercato dell’editoria italiana utilizza i fotografi e i relativi lavori senza garantir loro neppure la corretta trascrizione delle didascalie e che quasi nessun quotidiano nazionale firma le fotografie. Soprattutto perché sono sicuro che lui sa quanto lustro noi fotografi portiamo all’Italia, grazie anche a tutti i premi internazionali che continuiamo a vincere, in un periodo come questo, in cui i colleghi di tutto il mondo ci sbeffeggiano per il servile modo di porre le domande dei nostri giornalisti.
    E’ riflettendo su tutto questo che ho capito l’ironica provocazione sottesa nella lettera del presidente. E trovo sublime che sia stato proprio lui a dare inizio a tale discussione, perché ne deduco che sia pronto a spendersi in prima persona per far sì che questo increscioso stato delle cose abbia fine. 
    Presidente mi consideri il primo lanciere del suo esercito.

    Cordiali saluti
    Samuele Pellecchia

  20. Gentilissimi tutti, provo anch’io a dare il mio contributo sapendo che la discussione è lunga e farraginosa e quindi impossibile da risolvere in questa sede.
    Tutte le parole scritte in questo blog hanno del vero ma è anche vero che “grande è la confusione sotto il cielo” perché molti livelli si sovrappongo uno sull’altro. Amedeo Vergani è uno stimato fotogiornalista professionista (cioé ha fatto l’esame ma comunque è freelance con stipendio o senza non lo so ma non è importante), con esperienza pluridecennale e da molto tempo impegnato nell’Associazione Lombarda dei Giornalisti (ovvero il sindacato regionale) come rappresentante della categoria dei fotocineoperatori. Il suo ruolo è sempre stato quello di cercare di promuovere e migliorare la professione del fotografo a più livelli all’interno del grande calderone dell’Ordine Nazionale (che sappiamo esso stesso andrebbe ampiamente riformato di suo). La sua lettera, voleva senz’altro scatenare un dibattito, ma non è affatto rivolta a polemizzare sterilmente con la categoria tutta ma a evidenziare un problema che esiste da molto tempo: chi è il fotografo e chi è il fotogiornalista, se deve stare dentro una categoria che lo riconosce e lo valuta come tale oppure no, e non tra chi è bravo e chi no perché questo non è materia di discussione. Ognuno è com’é.

    Un po’ di storia. Le lagnanze dei fotografi sono sacrosante ma da molti anni sempre le stesse. Molti anni fa (e forse altri prima di loro) un gruppetto sparuto di fotografi non famosi ma onesti lavoratori e fornitori d’immagini per i giornali, tra i quali anche Amedeo Vergani, Fotografia e Informazione (www.fotoinfo.net) e altri in tutta Italia, stanchi delle proprie insopportabili lamentele, hanno deciso di provare (con lunghissime ed estenuanti riunioni e perdite di tempo) a far qualcosa di concreto per dare dignità alla professione, alla categoria e ai colleghi tutti, scegliendo come ambito di intervento proprio l’Ordine. Si sono, quindi, iscritti a tale congrega (Ordine) in molti in modo da poter far numero, contare quindi qualcosa e venire addirittura eletti nei vari organi di rappresentanza. Ma non bastava essere eletti qui o là, poiché per cambiare bisognava che tutta la filiera cambiasse atteggiamento. Quindi, hanno avuto l’idea e la presunzione di chiedere ai loro datori di lavoro, ovvero i photoeditors e alcuni all’interno delle agenzie, se avevano voglia anche loro di far qualcosa per migliorare la fotografia giornalistica. I photoeditors hanno ascoltato e hanno accolto tale proposta. Così si sono messi insieme e hanno formato il Gruppo redattori iconografici, ovvero il Grin.
    Con giubilo dei fotografi, si pensava che una nuova Era, per la fotografia giornalistica italiana fosse alle porte. E con nuova Era s’intendeva non solo essere pagati o considerati di più come firma, ma cercare di fare questo lavoro dignitosamente fornendo ai giornali immagini non per dire “quanto si è bravi” ma per dare al lettore un prodotto sano, derivante cioé da rapporti di lavoro corretti. Ma le richieste dei fotografi (e che sono ancora tutte quelle di cui ci si lamenta in questo blog, ovvero obbligo di firma, rispetto per l’immagine, il taglio, la didascalia, lettere d’incarico, ecc.ecc.) sono state accolte solo da alcune persone più sensibili mentre per il resto disattese dall’incuria e dalla disattenzione, “qualità” propriamente italiane e non solo del settore giornalistico. Le ragioni di tale fallimento meriterebbero una discussione più approfondita. In primis senz’altro l’individualismo dei fotografi stessi, poi la deregulation delle agenzie, lo spappolamento del mercato dovuto anche all’era digitale, l’essere per chiunque fotografo perché possessore di fotocamera e non perché professionalmente preparato, ecc. ecc.
    Quindi, le constatazioni che solleva Vergani non sono invidia o oscurantismo, ma al contrario, vogliono porre attenzione su questioni che riguardano tutti a diversi livelli e che vorremmo poter risolvere per il bene della fotografia, dell’informazione e di noi stessi, non solo in quanto fotografi, ma in quanto italiani.
    Scusate se son stata prolissa e forse poco chiara.

    un caro saluto a tutti
    isabella balena

  21. Per favore continuate a premiare la qualità, l’impegno e la passione. Grazie GRIN!

  22. Mi sarebbe piaciuto che in questo dibattito il GRIN assumesse una posizione “ufficiale” ma poiché i tempi non ci consentono una riunione e una decisione collettive, intervengo a titolo personale in questo dibattito, complesso certamente e che, nel corso dei diversi interventi, si è arricchito di opinioni e contributi che sarebbe straordinario poter affrontare tutti insieme, di persona e non solo virtualmente.

    Isabella Balena riassume la nascita del GRIN. Che vede la luce grazie a una necessità e a un’intuizione dei fotogiornalisti ma anche grazie a diverse necessità dei photo-editors stessi. Che elenco:
    . bisogno di conoscersi
    . bisogno di confrontare le diverse professionalità e i diversi inquadramenti sindacali
    . bisogno di aggiornarsi (autoaggiornarsi?)
    . bisogno di lavorare collettivamente per promuovere la conoscenza della fotografia. Dimentico certamente qualche altro bisogno.

    Avremmo voluto che tutto questo avvenisse nell’ambito dell’Ordine dei Giornalisti, struttura nella quale molti di noi sono inquadrati e della quale molti di noi vorrebbero invano entrare a far parte.

    Nel 2002 abbiamo ufficialmente chiesto di diventare un GRUPPO DI SPECIALIZZAZIONE all’interno dell’Ordine. Della nostra prima richiesta si sono perse le tracce quindi l’abbiamo rifatta e ripresentata una seconda volta. Niente. Pazienza.

    Abbiamo continuato a ritrovarci, a lavorare insieme, abbiamo creato questo sito, organizzato sei edizioni del Premio Ponchielli, diverse mostre fotografiche, numerosi incontri con giornalisti, fotografi, direttori di giornali, rappresentanti dell’Ordine e del sindacato dei giornalisti. Abbiamo fatto quello che potevamo in assenza di una sede nella quale ritrovarci (il Circolo della Stampa di Milano ha modificato le sue regole d’accesso) che ci avrebbe consentito, come nei primi anni della nostra esistenza, una continuità operativa.

    Con Amedeo Vergani abbiamo avuto incontri e scontri ma, per quanto mi riguarda, nel rispetto della sua tenacia e della sua onestà. E malgrado una divergenza che ci allontana fin dall’inizio del Premio Ponchielli: Amedeo avrebbe voluto che il premio fosse riservato agli iscritti all’Ordine mentre noi non volevamo nessun paletto. Ne abbiamo dissentito civilmente, credo.

    Adesso su questo punto si riapre il dibattito e ancora una volta dobbiamo essere grati ad Amedeo Vergani che non molla. Molte delle sue considerazioni possono essere condivisibili, altre per niente, resta però una considerazione che faccio io, squisitamente personale. Un vecchio detto popolare suggerisce che chi lavora sbaglia. Noi GRIN lavoriamo con e per la fotografia e siamo destinati quindi a sbagliare. Agiamo, giriamo, discutiamo, sosteniamo indubitabilmente il lavoro dei fotografi, facciamo firmare le foto se le redazioni nelle quali lavoriamo ce lo consentono, eppure sbagliamo. Non va bene, come ci ha fatto presente a suo tempo Fotografia & Informazione, un premio che premio non è ma acquisto di opere da parte di UniCredit&Art, non va bene mischiare fotogiornalismo e fotografia, non va bene premiare autori non iscritti all’Ordine dei giornalisti.

    Ancora a titolo personale tutte le critiche mi fanno piacere, mi costringono a pensare e a verificare. La domanda però è: perché a posteriori? Tutta la nostra attività è pubblica e aperta, mandiamo newsletter su ogni gesto che facciamo, su ogni riunione indetta.

    Un’ultima considerazione obbligatoria : l’Ordine, che riconosce a fatica i fotogiornalisti, non ha neppure quest’anno previsto nel nuovo contratto di lavoro l’esistenza dei redattori e/o dei ricercatori iconografici.

    Devo andare avanti?

    Comunque sono entusiasta di questo dibattito collettivo.

    Grazie a tutti

    Giovanna

  23. personalmente credo che tutti quelli che hanno lavorato e hanno fatto qualcosa concretamente in questi anni, abbiano contribuito a far crescere la fotografia tutta. Vero che tutte le iniziative sono avvenute fuori dall’Ordine perché non c’é modo di cambiarlo, almeno non ancora. Quindi meglio farle che non farle. Sarebbe bello che tutte queste iniziative e fatiche a vario livello (Vergani, Ordine, Grin, fotografi singoli, ecc.) trovassero davvero un terreno e un confronto comune, dato che gli obiettivi sono gli stessi. Grazie a tutti per il lavoro.
    Isabella Balena

  24. Vorrei sapere dovè Amedeo Vergani e la sua associazione quando gli editori abbassano i prezzi delle foto, oggi uno sport molto praticato. Vorrei sapere se è ha conoscenza che i giornali quotidiani e periodici sottoscrivono contratti capestro con agenzie senza che a queste risultino dei dipendenti figuriamoci dei fotografi professionisti.
    Mi piacerebbe sapere se l’associazione Lombarda giornalisti sia mai intervenuta ancora più grave se non ne fosse neppure a conoscenza. Io non sono stato scelto tra i finalisti ma sono contento che ci sia un confronto come il Premio Ponchielli.

  25. insieme ad Amedeo Vergani faccio parte della commissione contratto dell’F.N.S.I.
    Ho conosciuto Amedeo circa una decina di anni fa. L’ho conosciuto perchè già all’epoca cercavo un aiuto o meglio qualcuno che potesse aiutarmi nell’ambito della mia professione che vedevo sempre più minacciata e destinata ad una veloce agonia, qualcuno che più di me conoscesse il mondo dell’informazione e potesse aiutarmi credere ancora in una tutela del fotogiornalismo.
    Ed ho trovato LUI…non altri !!!
    Da questa amicizia è iniziato un confronto che dura come ho detto da diversi anni, lunghe telefonate, assemblee, commenti sui problemi e sulla crisi della professione sollevati giustamente per l’ennesima volta da voi nei vostri interventi su questo blog.
    Da dieci anni con Amedeo parliamo di tutto questo, da dieci anni ne discutiamo e cerchiamo con grandi difficoltà, di coinvolgere colleghi per formare gruppi di specializzazione all’interno delle varie Associazioni Stampa regionali, da 5 anni cerchiamo di portare la voce dei “fotogiornalisti” alle riunioni della commissione contratto della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, ma purtroppo la nostra voce è sempre troppo flebile, difficilmente ascoltabile ed i risultati sono nelle vostre parole.
    Sarebbe stato bello avere i vostri interventi, fuori da questo blog, magari in una della tante assemblee della F.N.S.I. dove Amedeo è intervenuto, dove Amedeo ha decine di volte parlato della situazione della nostra professione, dei rapporti tra ordine e fotogiornalisti.
    Ecco perchè mi sento in dovere di non poter accettare certe critiche personali nei confronti di Amedeo che è uno dei pochi se non il solo, giornalista professionista che VOLONTARIAMENTE continua imperterrito senza scoraggiarsi a seguire ancora il “nostro mondo” a ricevere telefonate ed e-mail di colleghi (iscritti all’ordine e non) che si sentono “soli”, a scrivere e-mail e newsletter, a portare avanti battaglie purtroppo sempre più spesso inascoltate.
    Certi commenti “lasciano il tempo che trovano” certi interventi ed in alcuni casi “offese a livello personale” mi rattristano e mi rendono ancora più cosciente del fatto che la nostra professione è veramente diventata una “guerra tra poveri” dove però la guerra è stata combattuta da pochi, validi e preparati “professionisti dell’informazione visiva” come Amedeo !
    Scusate, ma concludo ancora una volta con una frase che secondo me calza alla perfezione e che varie volte ho avuto modo (ahimè) di scrivere in articoli relativi alla situazione del fotogiornalismo in Italia…..“Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”

    Saluti, Maurizio Papucci
    Iscritto all’albo giornalisti pubblicisti dal 1993

  26. Buona giornata a tutti, mi chiamo Roberto Canali e sono un giornalista professionista, da anni lavoro come freelance nel mondo dell’informazione e devo confensare che ho letto con molto interesse il vostro dibattito. Permettetemi di dirvi anzitutto che tra gli “scriventi” i problemi non sono poi così differenti dai vostri: noi non abbiamo editor di fronte ma colleghi redattori, iscritti come noi all’ordine dei giornalisti e spesso più interessati a far carriera all’interno delle redazioni (com’è giusto, ognuno tiene famiglia) che non alla notizia vera e propria. E così se fino a vent’anni fa per chi arrivava ad avere il tesserino da professionista in mano il lavoro era sicuro oggi con le università che sfornano praticanti a getto continuo e il popolo dei contratti a progetto, le ritenute, i pubblicisti e gli abusivi trovare lavoro è sempre più difficile. Come in tutti mercati quando l’offerta è superiore alla domanda non sempre vince chi da il prodotto migliore, anzi spesso chi vende a meno la fa da padrone, con il risultato che la corsa al ribasso sta creando generazioni di giornalisti frustrati (ma per quelli basta un buono psicologo) e prodotti editoriali piuttosto scadenti. Di fronte a questo scenario la tentazione di buttare tutto a carte quarantotto, come affermate voi, ci può essere, ma il rischio è buttare il bambino insieme all’acqua sporca. Le regole si possono contestare (anche se prima bisognerebbe conoscerle) o cambiare (perchè ricordate che un Ordine professionale non è un circolo chiuso ma funziona in base a regole giuridiche e garanzie ben precise), ma fare il ragionamento che fanno molti voi quando disconoscono qualsiasi tipo di deontologia può essere molto pericoloso. Dove non ci sono regole infatti vige la legge della giungla ovvero del più forte, ora ditemi secondo voi tra editori, photoeditor e photoreporter chi è il più forte? Ho letto l’intervento del collega Amedeo Vergani e l’ho trovato una “fotografia” molto fedele dello stato dell’arte dell’editoria italiana: ammettere che i giornali possano essere fatti da persone che non devono rispondere a nessuna regola deontologica, appartenere all’Ordine dei Giornalisti e rispondere, in prima persona, quando sgarrano, significa semplicemente che il valore della merce informazione è pari a zero.
    Penso che ognuno di voi va a fare la spesa, mi domando se acquistereste mai un prodotto di cui ignorate la provenienza, senza nessuna indicazione sulla composizione o i criteri con cui viene lavorato. Ora possibile che viviamo in una società che pretende di sapere vita, morte e miracoli del piatto di pasta o dell’insalata e se ne frega di sapere se l’articolo che legge sul giornale o la foto arrivano dall’ufficio stampa, la ragazza immagine chiusa nel bagno di villa Grazioli, il photoreporter o l’abusivo? L’informazione non è una merce qualsiasi, si comprano i giornali per leggere notizie e le foto sono la loro rappresentazione didascalica, spesso e volentieri con una forza e una rappresentatività che la parola non possiede. Possibile che non vi rendiate conto che se vi definite photoreporter non potete fare a meno di iscrivervi all’Ordine che proprio in virtù della vostra professione vi deve tutelare e pretendere da voi che rispettiate in maniera scrupolosa tutte le regole legate alla professione. Di fronte ad un interlocutore fortissimo come sono gli editori non possiamo permetterci nessun qualunquismo: solo lavorando al meglio, con tutte le carte in regola e la conoscenza perfetta dei doveri e dei limiti della nostra professione possiamo sperare di fare al meglio il nostro lavoro di giornalisti, non importa se con una penna o una macchina fotografica. Senza una professionalità vera e riconosciuta chi volete che ci rispetti, forse gli editor che oggi vi fanno lavorare ma sono pronti a chiudervi il rubinetto non appena alzate la testa e rivendicate un diritto, o gli editori per i quali siete solo un costo a bilancio. Da questo punto di vista sono molto più integralista del collega Vergani: i giornali e l’informazione sono un mestiere da giornalisti, così come negli ospedali ci devono stare i medici e i chirurghi e non i macellai. Altrimenti non si capirebbe perchè un lettore deve spendere ogni giorno un euro o di più ancora per acquistare qualcosa che non avendo alcuna garanzia di fonti e regole magari è scritto meglio e ricco di fotografie patinate, ma assomiglia tanto ad un catalogo pubblicitario.
    Scegliete voi da che parte volete stare, ma se posso permettermi l’ultima annotazione polemica prima di dire che l’Ordine dei giornalisti non serve a niente o non funziona, rivendicate il vostro diritto a farne parte e poi provate a cambiarlo dall’interno.
    Saluti a tutti,
    Roberto

  27. Finalmente un po’ di vita ha rotto i silenzi da cimitero di questo blog.
    Consiglio al “Grin” di passare uno stipendio al Signor Vergani per lanciare di quando in quando tante belle e intelligenti provocazioni come questa.
    Amedeo sei un grande

  28. Vergani_ ho letto con attenzione il tuo intervento che ha innescato tante polemiche e perplessità . Mi domando se la lingua italiana scritta sia una sorta di ideogramma interpretabile “plasticamente”. Non mi sembra che il tuo intervento sia così severo, anzi… Ecco allora qualche riga sulla vicenda che forse va oltre la questione sollevata
    Se la fotografia è “scrivere con la luce” è inevitabile che ci siano fotografi bravi, eccezionali e presunti. Gli uni e gli altri, tutti insomma, certamente meritano di essere “letti “. Pubblicati, premiati. Occorre però considerare che anche per chi “scrive con la luce” le regole del mercato, la bravura, la fortuna, le opportunità fanno la differenza.
    Ho visto nella mia lunga attività professionale centinaia di migliaia di immagini tutte degne di essere “lette” interpretate, divulgate. Moltissimi di questi stupendi “racconti scritti con le “regole grammaticali della fotografia ”, sono diventati icone rappresentative della grande capacità divulgativa del linguaggio fotografico. Detto questo come premessa si dovrebbe considerare che fra i veri professionisti dell’immagine, non esistono almeno nella lettera e nell’animo, né categorie né caste, né tantomeno torri d’avorio. Bisognerà pur ammettere che per ovvie ragioni coloro che quotidianamente operano al servizio dell’informazione debbano sottostare nel rispetto delle leggi a regole deontologiche definite dagli ordini, dai gruppi, dalle associazioni.
    Qualsiasi persona, capace di usare la macchina fotografica come una stupenda penna stilografica, fuori da ogni contesto ma libera pensatrice, ha diritto come ogni altra di diffondere il proprio “pensiero”. Anzi, per fortuna esistono i geni dell’immagine che molto spesso sono dei veri precursori del futuro e veri artisti. Ciò che ha scritto Vergani, non mette in discussione i bravi fotografi premiati né credo, coloro che così hanno deciso, è ovvio che le intenzioni dello scrivente sono latenti (i veri fotografi sanno perfettamente come si rivela la latenza). Ben oltre lo scritto dovevano rappresentare e credo rappresentino, una provocazione. In questi i interminabili “blogs” a volte si è passato il segno. Vergani, non intendeva né penalizzare né offendere nessuno. Egli, nel suo impegno quotidiano a favore di tutti, TUTTI, gli operatori dell’immagine, ha semplicemente sottolineato la necessità non certo teorica, di far notare ad alcune persone che si occupano di “scritti con la luce” che esistono albo di ordini ben precisi che non dovrebbero essere né ignorati né sottovalutati. La questione sollevata da Vergani, credo, sia almeno nell’intendimento, provocatoria e che vada al di la dell’evento descritto. L’interveto di Vergani dovrebbe essere riletto anche attraverso una sorta di lente di ingrandimento. E’ noto che per adempiere, avere, ottenere nel rispetto delle regole e delle leggi, occorre rivolgersi a seconda dei casi, a persone iscritte agli ordini. E’ altrettanto vero che chi usa le immagini come veicolo d’informazione dovrebbe avvalersi di coloro che ne hanno i titoli. Non perché altri non siano in grado di realizzare quanto fatto dai “titolati”, ma solo perché, la deontologia è scritta nel dna nell’ordine. Esistono grandi avvocati, professionisti, cattedrati che potrebbero, per esempio, redigere un atto forse meglio di quanto possa fare un notaio ma … perché sia valido, è un notaio “iscritto all’ordine” a renderlo conforme alla lettera della legge. Se per alcuni operatori dell’informazione la regola a volte non sembrerebbe tale nessuno li obbliga a rispettarla. Da qualche tempo la tecnologia ha “modificato la “catena diffusionale delle immagini”. Alcune agenzie fotografiche, taluni photoeditors e alcuni editori ritengono, e forse non a torto, di utilizzare le tendenze di mercato ignorando a volte, gli iscritti agli ordini, alle categorie, ecc. Se così deve essere e sia ma, aboliamo gli ordini. Tutti gli ordini, però. Finalmente tutto sarà libero come nell’utopica anarchia ed ognuno potrà, con le dovute conoscenze, fare il notaio, il medico, l’ingegnere. Gli aspiranti fotogiornalisti potranno così, armati di macchinette, telefonini, telecamere, cercare lo scoop nella speranza che qualche cosa di eccezionale possa essere ripreso e “ venduto”: lo facciano pure i paparazzi e i vari personaggi di turno. I fotogiornalisti iscritti all’ordine, non credo abbiano l’esclusivo intendimento di “vendere”, anzi vorrebbero che l’ordine considerasse l’opportunità di occuparsi con maggiore attenzione delle nuove oggettive difficoltà che la categoria riscontra quotidianamente. I professionisti (inteso per coloro che vivono di questo lavoro iscritti o non iscritti) vogliono solo sia riconosciuta la loro funzione di operatori dell’informazione a cui le testate riconoscano l’essenzialità e la competenza nel ruolo che li vede impegnati quotidianamente.
    Basta con sterili polemiche. Se è vero che si leggono tante stupidaggini è altrettanto vero che la fotografia non racconta bugie ma, come diceva un collega, anche i bugiardi possono scattare fotografie dal momento che intanto c’è e ci sarà sempre chi le compra e le diffonde a meno che proprio al capezzale della moribonda professione di fotogiornalista non appaia finalmente davvero - ORDINE.
    Mauro
    ex consigliere nazionale O.G.

  29. solo due parole

    Provo a dire la mia in poche parole dopo aver letto un sacco di cose su ’sta storia del premio. Amilcare Ponchielli, tra l’altro, l’ho conosciuto personalmente e ne ebbi l’impressione di uomo colto e preparato, ma anche attento alle regole della professione.
    Innanzi tutto molti commenti hanno il tono piccato dell’autostima eccessiva: è vero che la qualità non ha tessera, ma è vero anche che la qualità da sola non basta per poter esercitare una professione che prevede delle regole per legge. Il punto non è poi solo questo: in un clima di deregolation sfrenata non fa bene NON fare dei distinguo: capisco l’astio verso l’Ordine dei Giornalisti, visto che per anni ha fatto di tutto per escludere fotografi e cameramen dall’albo, ma se esiste ora un’alternativa valida per rivendicare diritti contrattuali e tutela sindacale proviamo ad utilizzarla.
    Voglio ricordare inoltre che l’Ordine e il Sindacato non fanno leggi, quelle le fa il Parlamento.
    In ogni caso non è insultando l’Amedeo Vergani che si salvaguarda una professionalità: sarebbe interessante sapere cosa ne pensano gli amici del Grin delle tariffe da fame che gli editori ci impongono, fotografi con tessera e non, a scapito di deontologia e di quella qualità dell’informazione che anche loro vogliono valorizzare.

    Andrea Merola
    da Venezia 29/06/2009

  30. è la prima volta che accedo a questo sito e, che bella discussione. con tutto il rispetto per Amedeo Vergani, io di nuova ( o almeno recente) generazione, ho poco rispetto per un ordine che annovera con disinvoltura tanti elementi che del giornalismo e della sua etica costituiscono la negazione.
    come tutti gli ordini in Italia, quello dei giornalisti è perlopiù una casta, che detiene privilegi ed è refrattaria ad ogni cambiamento.
    tanti blogger senza tesserino, tanti fotografi senza riconoscimenti conservano molta più dignità di blasonati pachidermi. L’OG non è ormai garanzia di alcuna professionalità ed etica.
    E’ qualche anno che faccio questo lavoro, fotografo, e finalmente ho avviato la pratica per l’iscrizione all’ordine:
    un valido motivo l’ho infine trovato, pare (assurdo ma vero) che con questa famosa tessera potrò continuare a guidare il mio Vespone vecchio di 30 anni in barba alle norme antinquinamento.
    eduardo

  31. l’ODG è una di quelle invenzioni che fanno parte dell’Italia delle corporazioni, delle caste e della raccomandazione. Stia tranquillo il presidente Vergani, ci sono ancora tanti fotografi (o fotogiornalisti se preferite) che vengono tenuti fuori dalla porta, anche se fanno ottimi lavori, semplicemente perchè non hanno le conoscenze giuste.

  32. In che modo l’OdG garantisce che i membri tutti aderiscano sempre al codice deontologico ? Leggendo alcuni quotidiani e osservando alcuni telegiornali, mi sembra che diversi membri dell’Ordine se ne facciano un baffo del codice deontologico e aderiscano viscosamente alla convenienza del momento. Abbiamo chiari esempi del recente passato e del presente che lo testimoniano.
    Rimane il fatto che la qualità del lavoro di un fotoreporter è frutto della sua intelligenza e sensibilità, così come è frutto anche della sua etica.
    Indipendentemente dall’OdG.
    Non penso che, da questo punto di vista, si possano fare appunti alla giuria del GRIN per la scelta dei finalisti e del fotografo premiato.

    Ciao,
    Paolo Nobile

  33. Ciao a tutti,

    è un piacere che si sia aperto un dibattito del genere. Io sono un fotoreporter napoletano iscritto all’odg. Voglio innanzitutto dire che è mia convinzione che la tessera non fa il fotoreporter ne la qualità del suo lavoro, ne conferisce deontologia a chi la possiede. Dico ciò perchè per esperienza diretta conosco fotoreporter che non hanno il tesserino dell’ordine e non hanno nulla da invidiare sotto il profilo professionale a chi invece decanta la famosa tessera.
    Non conosco Amedeo Vergani ne so come vanno le cose nell’odg di Milano, ma per quanto mi riguarda per l’esperienza avuta nella mia città, devo dire chè un organo assente sotto tutti i punti di vista.
    Ho lavorato per alcuni anni per un quotidiano cittadino e sono stato letteralmente scaraventato per strada ad imparare il lavoro senza che nessuno si occupasse di come lo facessi. Di come, se e quando venissi pagato, e come me cosi è per tanti che si accingono a fare questo lavoro e devono sottostare alle dure leggi dell’editoria. L’odg non si è accorto che il giornale ad un certo punto ha interrotto la mia collaborazione da un giorno all’altro non avendo io un contratto che mi tutelasse.
    Senza contare all’epoca le lunghe attese negli uffici dell’odg anche per una semplice informazione poichè erano assenti gli impiegati addetti……ma forse questo è un fatto napoletano…….
    E’ triste dirlo ma gli unici momenti che l’odg si ricorda di noi sono: Gennaio per i 100 euro del rinnovo tessera e per le elezioni dell’odg dove tutti si prodigano come classicamente si fa in politica italiana.
    Non sono comunque contro l’odg, anzi credo che sia un organo importante ma deve prendere posizione a favore degli operatori dell’immagine e con essi costruire e non stare li a prendere funzione solo di organo bacchettatore.
    Rileggendo il blog ho trovato molto interessante lo scritto del collega Samuele Pellecchia, secondo me spiega bene molte delle nostre difficoltà.

    Salvatore Esposito.

  34. Caro Grin, cari partecipanti al dibattito,

    mi chiamo federico della bella e non sono un fotografo, né un giornalista. Lavoro come editor a Contrasto, scrivo di fotografia per diversi magazine e web magazine e insegno fotografia (editing, storia, ecc). Collaboro con Fotografia & Informazione, che da anni si occupa di problematiche legate all’informazione visiva. Scrivo a titolo personale.

    Pur non essendo, ripeto, né fotografo, né giornalista, ho trovato il dibattito molto interessante, perché coglie alcune questioni fondamentali: cosa vuol dire fare giornalismo e informazione oggi? Qual è lo statuto dell’informazione visiva? Quale ruolo possono avere premi come il Ponchielli, dibattiti come questo, organizzazioni come il GRIN e l’ordine dei giornalisti o il sindacato dei giornalisti stesso?

    Credo che la prima cosa da fare sia guardare il mutato paesaggio e rendersi conto che per molti versi i vecchi paradigmi non esistono più: l’editoria sta attraversando una crisi profonda, il peso dei giornalisti come categoria diminuisce ogni giorno, e anche l’ordine e il sindacato devono accettare nelle redazioni e fuori situazioni un tempo impensabili, mentre il potere degli uffici stampa e delle corporation minaccia la qualità e la trasparenza dell’informazione. Un tempo era data per assodata in Italia una situazione di questo tipo: i giornalisti scriventi contavano tantissimo, quelli assunti nelle redazioni più di tutti, alcuni diventavano direttori, gli editori facevano i soldi, i fotogiornalisti non contavano nulla (mai in Italia abbiamo avuto qualcosa di paragonabile alla NPPA americana).
    Ora mi pare che gli editori per primi debbano rivedere il loro business: internet, ben lungi da essere una miniera d’oro e un eldorado per tutti, fatica a produrre utili, persino per prodotti o società come Youtube o Myspace. L’informazione sulla rete al momento è gratuita, e nessuno ha ancora capito davvero come guadagnare pubblicando contenuti su internet, mentre crollano gli investimenti pubblicitari sulla carta stampata. Alcuni magazine, nati in risposta alla crescente richiesta di spazi pubblicitari di qualche anno fa, e spesso produttori o divulgatori di fotografia di grande qualità, soffrono pesantemente questa riduzione degli investimenti. Si assiste all’apparente paradosso per cui, mentre la fotografia dilaga ovunque, gli spazi per il fotogiornalismo di qualità si assottigliano, si restringono, e l’informazione risulta essere tra i settori più in difficoltà, sommando alla propria crisi, che viene da lontano, gli effetti della recessione in corso.

    Intanto le nuove tecnologie hanno dato la possibilità di vedere i grandi eventi con gli occhi dei protagonisti, dotati di apparecchi di registrazione e costantemente online: la recente repressione in Iran, dopo la cacciata dei giornalisti, ha visto protagonisti, come produttori di informazione, fino a ieri quantomeno, i manifestanti stessi, e come veicoli di trasmissione Twitter, YouTube, Facebook, la rete. È probabile che il fenomeno sarà sempre più frequente in futuro. Tutto questo costringe editori, giornalisti, fotografi, fotogiornalisti, agenzie, free lance e persino investitori pubblicitari a ripensare profondamente la propria attività, il proprio ruolo.
    Da aggiungere che, almeno in due casi recenti, l’informazione tutta, con poche eccezioni, ha dato scarsa prova di sé: prima sulla questione Iraq, quando ha accettato supinamente le versioni ufficiali sulle armi di distruzione di massa e dimostratesi poi palesemente false, poi negli anni 90-2000, quando non ha visto, o non ha voluto raccontare, il sistema perverso della finanza sregolata che ci ha portati alla ben nota situazione attuale.
    Tutto questo in una situazione particolare come quella italiana in cui c’è il più spettacolare conflitto di interessi del mondo occidentale e una confusione tra business privato, interesse pubblico, informazione e propaganda probabilmente senza eguali.

    Nei giornali quotidiani intanto lo spazio e lo statuto della fotografia è al solito limitato a 2 fondamentali funzioni: la testimonianza dell’evento (la prova), oppure il rimando a modelli visivi noti e facilmente riconoscibili con un utilizzo meramente simbolico della fotografia, privo dunque di collegamenti al dove chi quando cosa, … (le famose 5 W). Accanto a queste una marea di foto inutili, banali e “testine”, di notabili, autorità, celebrities, ecc.

    Per tutto questo ritengo che la domanda di Amedeo Vergani di una regolamentazione e di una discussione sul far west informativo sia giusta, ma che in questo caso la battaglia per un premio riservato ai giornalisti rischi di essere di retroguardia. In questo senso credo che gli obiettivi e gli interessi del GRIN, dei fotografi che vogliono pubblicare sui giornali, giornalisti o no, partecipanti al premio o meno, di un’associazione come Fotografia & Informazione, e alla fine di Amedeo Vergani stesso, coincidano e si propongano di far avanzare la cultura fotografica in Italia.
    Nei racconti fotografici più interessanti e contemporanei, le frontiere tra i generi sembrano essere superate, tanto che reportage, arte, documentario si fondono e si confondono. In questo scenario provare a erigere barriere, tracciare confini, costruire recinti, credo sia un’impresa disperata, destinata al fallimento. E forse neppure sensata. Nell’editoria declinante molti fotografi hanno trovato in aziende, ong, fondazioni, associazioni, enti pubblici, finanziatori e sostenitori di progetti un tempo destinati alle pagine dei giornali.

  35. Più che d’accordo con Maurizio Papucci. Chi conosce Amedeo e il suo impegno può avere per lui solo un profondo rispetto. Chi lo ha insultato dovrebbe perciò vergognarsi.
    Torniamo però al problema che ha dato origine a questo dibattito: Ordine o non Ordine? Se parliamo di fotografia destinata al giornalismo c’è poco da fare. Chi la produce e chi la tratta nelle redazioni è soggetto alla legge che regola la professione di giornalista, esattamente come chi informa scrivendo sui giornali o parlando nei microfoni di radio e televisioni.
    Se parliamo invece di fotografia con destinazioni non giornalistiche, a questo punto, ovviamente, siamo in un altro campo.
    Non trovo nessun motivo di scandalo perciò se qualcuno dà per scontato che a un concorso che viene presentato nel suo bando come “riservato ai fotogiornalisti italiani”
    vengano ammessi solo iscritti all’Albo dell’Odg. E’ così soprattutto se chi organizza il concorso è un’aggregazione di giornalisti professionisti e aspiranti tali come il Grin e non l’ultima proloco del nostro Paese dove la definizione di fotogiornalista potrebbe venire spesa erroneamente da soggetti che non sono neppure tenuti ad essere in possesso di specifiche competenze sulla materia. Il Grin perciò, per evitare confusioni e menate, chiarisca meglio a chi è destinato il suo premio.
    Altra storia è invece il calvario che dobbiamo salire per presentano domanda di iscrizione all’Ordine. Qui, ragazzi, siamo tutti d’accordo. A parte qualche rara eccezione si passano le pene dell’inferno, oppure ti trovi davanti ad un muro di tale ignoranza delle stesse regole dell’Ordine che, per non infilarti in perdite di tempo senza fine, rinunci. E’ capitato a me, in Lombardia. Sono da anni pubblicista e lavoro esclusivamente come fotogiornalista libero professionista. Ho perciò tutte le carte in regola per essere iscritto d’ufficio al praticanto e fare poi l’esame d’abilitazione per diventare professionista. Cosa che, stando proprio alla legge dell’Ordine, dovrei fare obbligatoriamente perché esercito con esclusività professionale l’attività giornalistica. Quando mi sono presentato all’Ordine di Milano per capire come fare domanda, mi sono però trovato davanti un paio di signore che cascavano dalle nuvole con una serie di “non so”, “ma per i fotografi non credo sia così”, “dobbiamo chiedere bene” e tante altre belle cose del genere per cui ho deciso, almeno per ora, di sbattermene e continuare a lavorare come pubblicista anche se in teoria il pubblicista dovrebbe essere qualcuno che alterna l’attività giornalistica con un altro mestiere.
    Ho letto che qualcuno di voi ha dei problemi ad iscriversi perché ha un numero di pubblicati limitato rispetto alla seessantina di articoli all’anno richiesti mediamente dagli Ordini regionali. Questo è un problema in particolare di chi produce reportage d’ampio respiro e che com’è immaginabile non ha foto pubblicate ogni giorno. Chi è in Lombardia tenga però presente che su questo problema qualche anno fa s’era dato da fare il Gruppo di specializzazione dei giornalisti dell’informazione visiva di cui, appunto, Vergani è presidente, ottenendo che l’Ordine facesse le sue valutazioni sul lavoro dei fotoreporter equilibrando la quantità con la qualità del pubblicato.
    Per il restante, i problemi esposti sono quelli che abbiamo tutti da anni e che si aggravano sempre di più.
    Che ne dicono però in merito i padroni di casa di questo blog : i photoeditor ? Come giustamente ha ricordato Isabella Balena, sono loroi i “nostri datori di lavoro”. Che ne pensano? Stanno solo a guardare? Abbiamo capito tutti che oltre a vedere e giudicare le nostre foto per lavoro, lo fanno anche per passione e con tutta l’anima. Ma, cosa propongono su tutti i problemi che abbiamo? Provino, tanto per cominciare, a rispondere loro ai quesiti di Vince Paolo Gerace. Che fanno, per esempio, quando il loro editore decide di abbassarci le tariffe e ordina di pagarci meno? Si incazzano e fanno sciopero?

  36. Tutti gli argomenti sono molto interessanti anche per me che sono solo uno appassionato di fotografia. Mi pare però di capire che l’epicentro della questione a questo punto è sul “siete” o “non siete giornalisti?”.
    Se di decidesse di rispondere “no” bisogna fare attenzione perché i vostri colleghi assunti dai giornali e i photoeditor, finiranno con il perdere, oppure con il non avere mai, il contratto di lavoro da giornalista. Sareste considerati impiegati normali, o operai, e pagati come tali.
    C’è una cosa poi che non ho ancora capito.
    In molti se la sono presa con Amedeo Vergani usando anche parole di fuoco e toni molto offensivi per quello che ha scritto, come se fosse stato lui a inventare l’Ordine dei Giornalisti o che sia stato lui a dire che direttori e redattori - come invece ha detto il presidente dell’Ordine, Del Boca - devono far lavorare solo che è iscritto all’Albo dei giornalisti.
    A me sembra che forse siete in molti ad aver letto molto male oppure a non aver letto. Il suo articolo informava solo su quello che voi stessi confermate che è la realtà e su quello che dicono e quello che accade in questi giorni all’Ordine.
    Sul Premio Ponchielli non parla male di nessuno. Lo porta solo come esempio più recente della situazione generale per far vedere a chi magari non ci crede che anche in una circostanza così importante per il fotogiornalismo d’Italia, anche se le regole del Grin parlano di iniziativa riservata solo ai fotogiornalisti, prevale la pratica quotidiana di non andare a fare differenze tra fotogiornalisti e fotografi.
    E’ giusto?
    Come cittadino poi mi chiedo se è nel mio interesse che diventiate tutti dei “non giornalisti”. Voi sicuramente sarete tutti onesti, ma cosa potrà poi fare la giustizia nel caso di qualcuno che dopo aver fotografato le prove di uno scandalo, anziché vendere le sue foto a un giornale, accetta invece, in cambio di più soldi, di dare ogni cosa ai colpevoli per far sparire il suo lavoro. Per le regole deontologiche dei giornalisti questo credo che sia un reato gravissimo. Per quelle della giustizia normale però non mi sembra che siano previste pene per chi decide di buttare via delle foto. Un esempio forse più calzante è quello delle foto della figlia di Berlusconi all’uscita da una discoteca che Corona aveva venduto a Berlusconi stesso che, per motivi suoi, le voleva togliere di mezzo. Corona, che non è giornalista, su questo episodio l’ha passata liscia perché, non avendo fatto ricatti, ha solo venduto delle foto ad un possibile cliente. Se fosse stato un giornalista sarebbe però finito nei guai con l’Ordine perché appunto è proibito ai giornalistoi farsi corrompere per non dare una notizia.
    Giacomino Luccarelli

  37. Intervengo nuovamente, perché mi pare che vi sia in questo scambio di opinioni un vizio di fondo che penso vada rimosso: la questione deontologica.

    Nella tesi del presidente Vergani, l’appartenenza di un fotogiornalista all’OdG darebbe garanzie deontologiche perché l’aderente sarebbe soggetto ad un controllo che prevede anche sanzioni, nel caso se ne riscontrasse la necessità. Tesi ineccepibile in linea di principio. Dove però, a mio parere, il discorso cede irrimediabilmente è nel confronto con la realtà di fatto.

    Perché tutto avvenga “come da regolamento”, è assolutamente necessario che vi sia un atto di adesione alle regole da parte di tutte le parti in causa.
    In questo senso, sbaglia mira Vergani quando sceglie di innescare il dibattito sul Premio Ponchielli, come ennesimo esempio dell’andazzo generale. Il suo vero interlocutore non sono i photoeditor, ma gli editori stessi. O meglio, le proprietà delle imprese editoriali. Sono loro difatti a consentire che le regole vengano violate, che il praticantato diventi sfruttamento, che il giornalista sia sempre più relegato al ruolo di “manovale generico” dell’informazione: fornitore di parole per avvolgere concetti ed idee confezionati altrove.

    La leva per tutto questo disordine etico è la solita vecchia, marxianamente inevitabile, legge del mercato. Non può esserci alcuna dignità, né etica, lì dove c’è la pura logica del profitto. Fino a quando a comandare sull’editoria e sull’informazione saranno i finanziatori, siano essi azionisti o inserzionisti pubblicitari, nessuna deontologia e nessun ordine professionale potranno impedire loro di servirsi di chi vogliono, pagandolo come vogliono, per realizzare i loro scopi, economici e culturali.

    L’Ordine dei giornalisti è quindi, secondo me, del tutto inutile. Ci vorrebbe invece, e con urgenza, un sindacato dei lavoratori dell’informazione aperto a tutti, iscritti o meno, per diffondere al più ampio numero di soggetti l’educazione al ruolo sociale del giornalismo e la protezione dalle angherie delle proprietà.

    In sintesi: si scenda dal piedistallo ottocentesco di un ordine corporativo svuotato ormai di ogni senso storico e si inizi a costruire una grande, ampia, consapevole alleanza tra tutti coloro che l’informazione la fanno e tutti quelli che la ricevono. I lettori sono i veri, unici, alleati dei giornalisti. Insieme a loro, può crescere una nuova informazione. Internet lo insegna ogni giorno. Anche qui.

  38. Salve a tutti.
    Ho iniziato una nuova strada da un paio di mesi: una nuova agenzia.
    Sto facendo tutto questo comportandomi al contrario di come si sono comportati altri con me: cerco di rispettare i fotogiornalisti, categoria di cui faccio parte, cerco di pagare i pubblicati nei 30 giorni consentiti, mettendomi in debito con la banche perchè i giornali pagano a 90 giorni se va bene.

    L’altro giorno, nel tentativo di trovare clienti chiamo una redazione (in altri luoghi disposto a fare nomi). Prima di poter parlare con l’editor ho dovuto fare 15 telefonate, poi finalmente la sua voce. Allora propongo i servizi dell’agenzia, espongo cosa offre l’agenzia e chiedo di potergli fornire un account per entrare sul nostro archivio.
    Risposta: “Ah ma noi non possiamo prendere foto o servizi da altre agenzie, abbiamo un contratto esclusivo con un service che ci fa tutto”.
    Alla faccia, dico io. Un po’ perplesso cerco di ribattere e lui mi spiega meglio: “io ed il direttore decidiamo i servizi da pubblicare e li commissioniamo ad un service che ci fornisce tutto dai testi alle foto e poi noi le impaginiamo”.

    Come l’esempio sopra riportato potrei raccontare altre mille vicende capitate durante la poca esperienza di fotogiornalista ed ora di agenzia.
    Il fatto è che tra insulti, idee stravaganti e quant’altro non ci rendiamo conto che siamo tutti nella stessa barca che tra l’altro sta per affondare nonostante i tentativi di svuotarla dall’acqua.
    Conosco Amedeo dal 2000, ho avuto con lui confronti sulla professione e da lui sono arrivate soluzioni a impensabili e macchinosi problemi con l’ordine della mia regione. Amedeo non ci ha pensato due volte a scontrarsi con l’ordine per la soluzione dei problemi di molti fotogiornalisti, tra cui il sottoscritto, siano essi lombardi o siciliani, ha sempre cercato a titolo GRATUITO di trovare soluzioni. Lo conosco come una persona professionalmente capace e preparata con la quale poter programmare azioni svolte al miglioramento della nostra professione e non ho mai sentito nelle sue parole testimonianze di invidia o peggio di infamia come qualcuno i questo blog ha detto.
    Sarebbe bello che certe espressioni, specie gli insulti, venissero messi da parte e che si cercasse di fare proposte.
    Il punto è che certe omissioni delle regole stabilite dalla legge o il mancato rispetto delle varie indicazioni di direzione dettati dall’ordine (l’ordine non produce leggi semplicemente vigila) producono la situazione in cui ci troviamo oggi e costringono coloro che sono in regola e che vogliono vivere di questo lavoro a cambiare mestiere. Oggi un fotogiornalista dell’Ansa è stato aggredito dalle guardie del corpo di Hu Jontao in visita a Vicenza nessuno ne ha ancora parlato e se si parlerà di questo è solo perchè una guardia del corpo cinese è venuto in italia ad applicare l’abitudinaria censura che vige in Cina, ma nessuno mai parlerà del fatto che un giornalista (perchè di questo si tratta) è stato picchiato perchè faceva il suo lavoro.
    Ragazzi, qui bisogna darsi una mossa, a prescindere se si è photoeditors o fotogironalisti. Con l’andazzo generale delle cose, da qui a poco i giornali non avranno più bisogno di qualcuno che seleziona una foto o un servizio e nemmeno di uno che glieli produce, li scarica da Flickr o come diavolo si chiama e il gioco è fatto. Già tempo addietro mi ritrovai a parlare con qualcuno che sosteneva che siccome aveva fatto delle foto era padrone di proporle al giornale e già tempo addietro avevo messo in guardia del fatto che questo atteggiamento ci avrebbe rovinati, ora non vorrei sembrare portatore di sventure ma così è stato e peggio sarà se non ci rilassiamo e pensiamo a cosa fare. I photoeditor dovrebbero stare dalla nostra parte, ma purtroppo capisco che loro sono dipendenti e devono fare ciò che gli dice il capo, ma magari agendo col comitato di redazione si potrebbe chiedere di evitare di chiudere gli accessi ai fotografi a certi giornali con la scusa di voler mettere più qualità ed infine pubblicare le foto sfocate che vengono proposte gratis…
    Cordiali saluti a tutti
    Antonino Condorelli

  39. Leggo solo ora la “vicenda Vergani”. Vorrei in primo luogo ribadire la professionalità e le conoscenze di Amedeo. Chi ha acceso il dibattito non ha capito, oppure non ha voluto capire, che il punto non era il concorso Grin, del quale, senza niente togliere a nessuno, alla maggior parte -e, ripeto: alla maggior parte- dei fotoreporter non interessa più di tanto. Il punto di partenza della questione era decisamente un altro. Mentre da una parte società civile e quant’altri vorrebbero un’informazione visiva sottoposta a precisi principi etici e conseguenti norme deontologiche professionali, dall’altra il caos è tale che quasi nessuno di chi la produce (i fotografi e gli stessi photo editor ) è iscritto all’Ordine che, almeno per ora, è l’organismo ufficiale voluto dallo stato per tenere sotto controllo il comportamento dei giornalisti, tra i quali, appunto pure chi fa foto per i giornali. Il caso del premio Grin e i dati che se ne desumono, è portato solo come esempio molto significativo dello stato di fatto. Il resto, scusatemi ma mi viene da pensarlo, o è malafede allo stato puro oppure scarsa conoscenza di cos’è, di cosa è tenuto a fare e di come funziona lo stesso Ordine dei giornalisti che non è niente di perfetto, che non piace a moltissima gente ma che però c’è. Grazie.

  40. Su fotoinfo.net l’articolo “Ordine e fotogiornalismo” http://www.fotoinfo.net/articoli/detail.php?ID=815

  41. Il signor Vergani , è edulcorando una storiella raccontata daun caro collega, uno di quei signori che riuscito a salire sulla torre inizia a tirare oggetti a chi sta salendo per impedire che salgano anche loro, questo ridicolo omuncolo infatti , non fà che perpetrare i discorsi di tanti coleghi che riusciti , spesso per motivi assolutamente indipendenti dalla qualita dei loro prodotti, a prendere tessere tesserine ed attestati e provano anche solo di eliminare la concorrenza cercando di impedire ad altri di lavorare, per chi come me infatti cerca di entrare nel mondo di questo lavoro trova decine di difficoltà non ultima la difficoltà a vendere i prodotti perchè lor signori con le loro agenzie (anche internazionali) SVENDONO a prezzi ridicoli foto a quotidiani e riviste con il meccanismo buffo degli abbonamenti, poi noi siamo cattivi e poco etici non professionale perchè costretto a mantenere un altro lavoro , visto che queste grandissime agenzie con i loro miseri ritorni non permetterebbero una vita normale… .

  42. Gentili Amici,
    leggo con piacere il polverone sollevato dall’amico Vergani, apprezzando nel contempo le risposte di molti altri colleghi e amici.
    Per riguardo all’opportunità della lettera: mi trova contrario. Il premio Grin deve aderire alla qualità del progetto fotografico (per giornali, libri e internet) e non all’appartenenza a categorie professionali. C’est tout.
    Per quanto riguarda la categoria fotogiornalista vorrei esprimere ad Amedeo un paio punti per contribuire al dibattito.
    Faccio il fotografo dal 1992. Nel 1993 all’esame di ammissione della Tobagi ho sostenuto, forse con eccessivo ardore, la tesi che alcuni fotografi (citando Salgado, Peress etc.) sono assimilabili ai giornalisti per cifra professionale ed etica. Non essendo stato ammesso ho intrapreso la tortuosa strada professionale di fotogiornalista, di cornaca locale, per motivi personali.
    Nella provincia veneta non era semplice trovare interlocutori, ed era anche difficile avere un’identità professionale. Ho lavorato diverso tempo per diversi colleghi senza avere un’identità, conscio che il mio lavoro non derivava dal riconoscimento che avevo dalle pubblicazioni, dal ritorno d’immagine, ma dalla qualità delle foto. Su consiglio del comercialista aprii una società con un collega per fatturare l’attività professionale a giornali, agenzie e aziende.
    Senza considerarne l’idiozia, in Italia.
    Alla mia domanda di essere iscritto all’ordine, Veneto, dopo qualche anno di pubblicazioni quotidiane, risme di giornali da riempire un furgone, mi venne risposto che non era possibile per un vizio di forma reddituale (fatturavo con l’azienda e non personalmente), senza accettare un’autocertificazione e la firma di una decina di testimoni iscritti all’ordine professionisti.
    Non dico di avere più pubblicato dimostrabile di metà degli iscritti all’ordine, sicuramente più di un dentista o un avvocato che pubblica sul quindicinale della sua associazione e per ciò può iscriversi, ma questo a me pare lesivo della dignità personale e professionale. Per rispetto della quale non ho aderito neppure ad altri mezzi proposti (basta una fattura personale ogni 2 mesi, vero?) per essere pubblicista.
    Ora chiedo a te Amedeo, o cortesemente a chi voglia rispondere, la definizione di “fotogiornalista”, in Italia, e quanto l’idea proposta da OdG sia lontana dalla realtà: della professione, del mercato e degli interlocutori.
    Per il resto con la ditta mi sono salvato parecchio dall’elasticità degli editori, ricevere pagamenti a 270/360 giorni non è semplice, e a livello legale credo mi tuteli di più un avvocato che l’Ordine, specialmente nelle lesioni d’uso e manipolazioni d’immagine. E per quanto riguarda l’etica ritengo sia un bene superiore a qualsiasi associazione, e adeguo il mio comportamento a valori umani e sociali che forse non sono nemmeno più condivisi.
    Basterebbe del sano buonsenso (non fare agli altri etc.) e la legge ordinaria (se funzionasse in Italia) ma sottolineo che un codice etico e deontologico sarebbe necessario per la professione. Anche se basterebbe una clausola: le immagini non devono essere estorte o rubate o lesive della dignità del soggetto, per falciare metà dei giornali pubblicati in Italia. Ma questa è una crisi tra giornalismo tout court e lettore che assume gossip quotidiano, e non vorremmo facesse troppo parte del nostro lavoro.
    Detto questo rinnovo la stima per quanti continuano a credere nella nostra professione in Italia, ponendomi come altro lanciere.
    Un caro saluto.

    Fabiano

  43. Per chi è interessato ad argomentazioni un po’ meno squallide del genere che ci ha offerto nei giorni scorsi Daniele, consiglio di dare un’occhiata qui:
    http://www.lsdi.it/2008/12/10/fotogiornalismo-da-anni-precarieta-e-deregulation-affliggono-la-professione/

    Giacomino Luccarelli

  44. Torniamo, dopo l’estate, a parlare dell’interessantissimo dibattito nato dall’intervento del 18 giugno di Amedeo Vergani a proposito del tema Premio Amilcare G. Ponchielli, fotografi, fotografi giornalisti, Ordine dei giornalisti.
    I commenti finora sono stati 43, alcuni brevi e sintetici, altri più complessi e ragionati. A questo punto ci sembra opportuno, vista l’importanza dell’argomento, esporre le nostre considerazioni.

    Prima di tutto una precisazione fondamentale.
    Per scrivere (o pubblicare sui mezzi di informazione) non è indispensabile essere giornalisti professionisti: l’articolo 21 della nostra Costituzione garantisce a qualsiasi cittadino la possibilità di esprimersi attraverso qualsiasi mezzo.
    Diverso è il discorso se questa attività diventa una professione.
    Molti di noi non ricordano con esattezza il ruolo e i compiti dell’Ordine dei giornalisti. Fulvio, nel suo post del 22 giugno, dice che secondo lui basterebbe il codice penale.
    Non è vero. La prima e più banale considerazione: l’Ordine nazionale dei giornalisti serve a sanzionare comportamenti che non sarebbero penalmente perseguibili, ma che, se compiuti da un giornalista, diventano lesivi. Esempio: se, come è successo, qualcuno vuol fare il giornalista e nel frattempo è anche sui libri paga dei servizi segreti italiani, i suoi pezzi perdono ogni credibilità. Per questo è stato radiato dall’Ordine. Si potrà dire: però continua a scrivere. Risposta: certo, perché l’articolo 21 della Costituzione prevede che CHIUNQUE possa farlo. Essere giornalista e prestare il proprio volto (e la propria credibilità) per pubblicizzare i cioccolatini o la grappa non è lecito. Può farlo qualsiasi cittadino e ovviamente non c’è nulla di male (tanto meno niente di penalmente perseguibile), ma il giornalista, proprio per il ruolo che deve svolgere, non deve farlo.
    Qualcuno ha scritto (giustamente) che molta, troppa informazione italiana sarebbe da sanzionare. Giustissimo. Ma non essendo l’Odg il tribunale dell’Inquisizione, ci sono tempi e modi da rispettare e purtroppo molto spesso le persone che giustamente si indignano, non continuano a seguire le vicende fino alla loro conclusione (moltissimi continuano a credere che Farina sia ancora un giornalista: professionalmente non lo è più).

    La vicenda Premio Ponchielli-GRIN-Vergani, almeno nella sua essenza, si può ricondurre alle poche righe precenti: la vera necessità è riuscire a trovare notizie interessanti e una buona realizzazione dei propri pezzi (scritti, fotografati o filmati poco importa). Questo è il principale nodo: patenti e patentini non sono indispensabili, proprio come dice il dettato costituzionale.

    A ulteriore dimostrazione di queste considerazioni ricordiamo, per chi non lo sapesse, che la figura del photo editor non è prevista dal contratto di lavoro dei giornalisti e che la posizione di photo editor nelle redazioni dei giornali italiani è regolamentata da contratti estremamente vari, pochissimi dei quali giornalistici.

    Al momento della sua costituzione, per ben due volte, il GRIN ha chiesto di essere riconosciuto come Gruppo di Specializzazione all’interno dell’Ordine dei giornalisti, sempre invano. Ciò nonostante il GRIN difende la necessità di un ruolo giornalistico per i photo editor, per inevitabili competenze professionali e come garante di un rapporto deontologicamente corretto fra fotografi e giornali.

    In sintesi, anche se formalmente l’Ordine dei giornalisti non riconosce i photo editor, questo non ci ha impedito di attenerci a quanto l’Ordine prevede per quanto riguarda la necessaria formazione giornalistica, la correttezza professionale, il rispetto della deontologia. E di prevedere un premio dedicato alla memoria del primo photo editor italiano, Amilcare Ponchielli che sostenga il lavoro di un fotogiornalista italiano. Iscritto o non iscritto all’Ordine dei giornalisti come i photo editor possono essere iscritti o non iscritti all’Ordine dei giornalisti.

    Continuando il ragionamento da un punto di vista forse più sindacale, le riflessioni necessarie sulle opportunità e i modi di fare informazione, soprattutto in questo momento, diventano numerose e complesse. L’Ordine dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa hanno compiuto errori e omissioni, certamente. Ma forse un maggiore sforzo da parte di tutti noi sarebbe veramente auspicabile, tornando a discutere (come stiamo facendo su questo blog) e soprattutto tornando a impegnarci in prima persona, partecipando direttamente alla vita delle istituzioni che ci dovrebbero tutelare.

    L’autunno si preannuncia pesante: tutti, professionisti, pubblicisti e collaboratori saltuari, dovranno fare i conti con ristrutturazioni, stati di crisi, licenziamenti, contratti non rinnovati, tagli dei compensi, in un momento in cui l’informazione in Italia sta vivendo una delle sue stagioni più tristi dal punto di vista della credibilità e della qualità. Fare i Soloni rinchiusi in una torre d’avorio è tanto facile quanto inutile. Riflettere, discutere, confrontarsi e cercare spazi e forme per ridare dignità a questa professione è urgentissimo.

  45. … che lettera strepitosa è quella del Sig. Vergani, è talmente disarmante che non so che rispondere. E’ scritta con l’innocenza di un fanciullo. Ma che dire ad una persona che sostiene che solo grazie alla tessera può esistere deontologia, correttezza e professionalità… nulla. Ma non importa il mondo va avanti e, almeno questa volta, viene valorizzato chi merita e chi lavora con passione curiosotà e lucidità intelletuale…
    Con buona pace di tutti.

  46. Stamattina, 5 ottobre 2009 alle 06:24, è arrivata nella mia mailbox una email da info@photoeditors.it con oggetto “Newsletter GRIN 05/09/09″.
    L’episodio piuttosto curioso di una news che arriva un mese dopo esatto, mi ha spinto sul blog per replicare (visto che l’unica persona citata in quella news sono io). Arrivato qui però, come post più recente trovo solo l’ormai antica notizia di una cerimonia privata (il matrimonio Sabatino- Ongarelli) risalente al 21 luglio scorso.
    Poi, come penultimo commento del 5 settembre a questo post del 22 giugno, trovo la “ripresa del discorso” in cui sono citato. Davvero una tempistica interessante.

    Probabilmente il lavoro di photoeditor non lascia sufficiente tempo libero per occuparsi d’altro, ma non penso che con questa dinamica degna di Giobbe, si possa sperare di veder cambiare le cose, se non nel lontano succedersi delle generazioni future :-)

    Tornando a bomba, prima di affermare che NON È VERO quanto io sostengo, cioè che basti il Codice Penale a sanzionare i giornalisti e che l’Ordine sia perciò inutile, come del resto viene evidentemente ritenuto nei restanti paesi civili cui ci si riferisce sovente come modelli, forse bisognerebbe anche interrogarsi sui TEMPI dell’azione sanzionatoria e sulla sua reale EFFICACIA. Sotto questo profilo, la Magistratura rischia di fare la figura della lepre, il che è tutto dire!

    Inoltre, un giornalista ha tutto il modo di fare pubblicità (i publiredazionali cosa sono sennò?), di lavorare per i servizi segreti che vuole (se l’Ordine avesse il potere di scoprire questo, sarebbe meglio della CIA…), di continuare a infangare chi crede con notizie false o ben manipolate (e mi pare stia capitando con sempre maggiore frequenza) senza temere proprio per nulla l’intervento dell’Ordine.

    Basta saper fare il proprio “mestiere” e calibrare i toni in modo da sfuggire la sanzione. Si sa, la calunnia è un venticello… Parlo della vita reale, quella di tutti i giorni.

    In attesa di conoscere per Natale (auguri in anticipo!) il vostro pensiero e nella speranza che invece ciò accada ben prima, per il naturale amor proprio che le provocazioni inducono, saluto tutti e avviso che mia cugina si sposerà a Pasqua del prossimo anno :-D

  47. I dirigenti del Grin la fanno un po’ troppo facile dandosi mano libera con quest’alibi dell’art.21 della Costituzione. Facciano pure questi ragionamenti mentre giocano a scopa o a ramino coi vicini di casa, oppure quando vanno in orgasmo raccontandosi tra loro quant’è importante e bello il loro concorso fotografico.
    Sul lavoro però dovrebbero riflettere e ragionare un po’ di più anche su tutte le altre costituzionalissime leggi che regolano le professioni intellettuali come quella di giornalista, sulla differenza tra il diritto dei cittadini ad esprimere le proprie opinioni e gli obblighi di chi per lavoro ha il compito di tenerli informati attraverso i media, tenendo presenti anche le sanzioni penali previste per chi favorisce e sfrutta l’esercizio abusivo di una professione.
    Non è materia semplice, ma per questo non può restare fuori dal bagaglio delle competenze e dei saperi di chi è convinto, come i photo editor Grin, di avere tutte le carte in regola per essere considerato un professionista a tutto tondo tanto da autodefinirsi , come ho letto ora nella spiega Grin del 10 settembre, “garante di un rapporto deontologicamente corretto tra fotografi e giornali”.
    Garante di che ? Di quale deontologia? Mi auguro che non sia la deontologia che viene amministrata dall’Odg perché altrimenti saremmo davanti ad un caso di apoteosi delirante nel quale il Grin aggiunge ai poteri dei photo editor anche quello di magistrato giudicante del comportamento professionale dei fotogiornalisti. Per questo, come ha stabilito il Parlamento italiano nel 1963, ci sono già, in un ruolo assolutamente esclusivo, i Consigli regionali dell’Ordine. Gli interrogativi su questa autoproclamazione restano perciò aperti e sarebbe molto interessante se il Grin ci spiegasse meglio questo suo enunciato.
    Nel complesso credo che il Grin avrebbe fatto meglio a incassare in silenzio il fatto che Vergani abbia estrapolato dei dati dalla realtà del loro premio riservato - come loro stessi avevano scritto nel loro bando -a fotogiornalisti italiani per portare un esempio di come nei giornali, in quanto a fotogiornalismo, non si fa differenza tra chi è iscritto Odg ( e pertanto sottoposto alle norme deontologiche e alle sanzioni previste dall’ordinamento professionale ) e chi invece, non essendo nell’Albo dell’Ordine, è immune da qualsiasi possibilità di essere sottoposto a provvedimenti disciplinari. Il presidente Gsgiv ha fatto conoscere una verità che viene confermata da tutti gli interventi di questo blog e in modo decisamente inequivocabile proprio dallo stesso Grin quando afferma - assumendosi delle belle responsabilità nella veste rappresentativa che vuole coprire - che è giusto e legittimo considerare fotogiornalisti anche soggetti non giornalisti ai sensi di legge perché, a suo dire, chiunque è considerabile tale in base al dettato dell’art.21 della Costituzione.
    Per quanto riguarda invece il fatto che gli editori in molti casi non riconoscano i photo editor come giornalisti e pertanto molti degli iscritti Grin hanno stipendi che non li soddisfano, è una faccenda che non vedo cosa abbia a che fare con il problema posto dalle riflessioni di Vergani.
    Cari photo editor, volete il contratto dei giornalisti? Mettete in moto i Cdr dei giornali dove lavorate, coinvolgete il sindacato e, se siete davvero certi di svolgere una mansione di natura indiscutibilmente giornalistica, andate da un buon avvocato e fate personalmente causa ai vostri padroni. I giudici del lavoro sono ancora una realtà esistente e, se dimostrerete di avere ragione, avrete ampiamente modo di soddisfare le vostre aspettative, ottenere il praticantato pregresso, fare gli esami di abilitazione, diventare giornalisti professionisti e avere pure il risarcimento dei quattrini in meno nelle buste paga che avete portato a casa sino ad ora. Insomma: fuori gli attributi e, come si diceva in anni lontani, lotta dura senza paura.
    Una cosa che poi non ho capito, anzi che ho capito bene ma come elemento di dubbio sullo spessore delle competenze di chi dirige il Grin in materia di cos’è l’Ordine dei giornalisti e su quali sono gli organismi attraverso i quali opera, è l’insistenza con la quale viene messo sotto accusa l’Odg per non aver mai preso in considerazione le ripetute richieste per far riconoscere il Grin come “Gruppo di Specializzazione - è stato scritto - all’interno dell’Ordine dei giornalisti”. E’ una doglianza fatta rimarcare sia come dirigenza Grin nel documento postato in questo blog il 10 settembre, sia da Giovanna Calvenzi nel suo intervento del 25 giugno e sia dal post di un’altra Giovanna del 23 dello stesso mese.
    Ma chi cavolo vi ha detto che l’Ordine ammette al suo interno aggregazioni come la vostra? Siete totalmente fuori strada e nella confusione totale. Avete sbagliato interlocutore. L’Odg non può riconoscere al suo interno gruppi di specializzazione operanti, come il Grin, all’esterno del suo Consiglio nazionale. Il regolamento della legge che stabilisce il suo funzionamento prevede solo delle commissioni e dei gruppi di lavoro che possono essere composti esclusivamente da membri del Consiglio nazionale e da una percentuale molto minima di consulenti-esperti cooptati all’esterno con specifiche delibere. Si tratta di organismi che non hanno proprio nulla a che vedere con la vostra associazione. Il Grin nell’Odg può entrarci come i cavoli a merenda. Informatevi meglio. I gruppi di specializzazione esistono invece altrove: nel sindacato dei giornalisti ( Fnsi ) che però, almeno per chi non è nelle nebbie dell’ignoranza più nera, è decisamente un’altra cosa rispetto all’Ordine.
    Chiudo ringraziando Fotografia&Informazione che, grazie ad un testo di Leonardo Brogioni pubblicato nel suo sito, mi ha fatto conoscere l’esistenza di questo blog che, pur con molti limiti, mi ha fatto capire un po’ meglio gli ingarbugliamenti e i guazzabugli di un settore del giornalismo che pur non essendo il mio ( sono cronista in un quotidiano ) mi è molto contiguo e mi interessa anche al di là della professione.

    Renata M.

  48. Fotoeditor, occhio alla galera! Franco Abruzzo, ex presidente quasi a vita dell’Ordine lombardo, due giorni fa ha diramato la notizia che vi sottopongo qui sotto secondo la quale se fate lavorare chi non è giornalista rischiate di trovarvi in manette e di farci finire pure i vostri direttori. Leggere pure in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=4425

    Cassazione penale:
    chi facilita il lavoro
    di un “senzatitolo” risponde
    in concorso del delitto
    di esercizio abusivo
    di una professione

    Risponde, a titolo di concorso, del delitto di esercizio abusivo di una professione, chiunque consenta o agevoli lo svolgimento da parte di persona non autorizzata di un’attività professionale, per la quale sia richiesta una speciale abilitazione dello Stato. (Cass. pen. Sez. VI Sent., 09-04-2009, n. 17893)

    Saluti,
    Giak

  49. Rispondo a titolo personale. Lo preciso perché scrivere a nome di un gruppo come il Grin richiede “dinamiche degne di Giobbe” (come precisa l’arguto Fulvio Bortolozzo nel suo intervento del 5 ottobre). Siamo in tanti, non moltissimi ma tanti, e ogni intervento collettivo richiede un giro di messaggi che rende le decisioni lente da prendere. Quindi con solo una settimana partecipo a questa discussione che mi sarebbe piaciuta non virtuale e devo tuttavia deludere Bortolozzo: sua cugina non fa parte del Grin e quindi non potrà avere la sua pasquale commemorazione di matrimonio. Scherzi a parte, il dibattito ci ha veramente coinvolto solo che come tutti i blog prende a volte direttrici difficili da seguire. Il nodo centrale era semplice. Esiste un premio creato da un gruppo di persone che fanno un certo lavoro. Il premio aiuto fotografi italiani o residenti in Italia a finire il loro progetto. Punto. E’ una piccola cosa che aiuta noi a conoscere molti nuovi progetti e che contribuisce a rendere meno oneroso il lavoro del vincitore. Vergani ci fustiga perché non chiediamo che i fotografi siano iscritti al sindacato e dal suo punto di vista ha ragione. Noi abbiamo il nostro punto di vista e, a ragione o torto, continuiamo. Poi ci sono gli interventi come quello di Renata Mistice e lì non so più cosa scrivere. Il suo livore è talmente tangibile che mi viene voglia di rincuorarla invece di rispondere alle molte sviste di lettura nelle quali è incorsa. Invito tutti, e lei soprattutto, a rileggere il primo capoverso del suo intervento. La ringrazio solo di avere evidenziato un mio errore. Credo di aver scritto Ordine e avrei dovuto scrivere Fnsi. Scusate. Giovanna Calvenzi

  50. Anch’io mi sento costretta a intervenire dopo aver letto le parole di Renata Mistice. Mi chiamo Laura Incardona, non sono una photoeditor ma da molto tempo sono appassionata di fotografia e ne scrivo. Lavoro in un giornale (dove mi occupo di cultura e spettacolo e, in modo particolare, proprio di arte contemporanea e fotografia), partecipo fin dal suo inizio o quasi alle attività del Grin e sono consigliere dell’Ordine nazionale dei giornalisti.

    Primo: parlare di alibi a proposito dell’articolo 21 della nostra Costituzione mi ha fatto venire prima un brivido e poi una certa rabbia. Ognuno è libero di avere le opinioni che crede, la mia è che preferisco vivere in un Paese in cui chiunque, persino l’ex collega Farina, può continuare ad esprimersi anche a mezzo stampa. Invito tutti a riflettere su come se la sta passando l’informazione in questo periodo in Italia (tanto per fermarci a giocare in casa).

    Secondo: ricordo alla collega Mistice che i Consigli regionali dell’Ordine non hanno il “ruolo assolutamente esclusivo” sul comportamento etico dei colleghi. Sono il primo grado di giudizio in caso di mancanze o doglianze (ho imparato che si dice così), ma è proprio l’Ordine nazionale ad avere l’ultima parola. Lì arrivano tutti i ricorsi (dopo essere passati dagli Ordini regionali) e il giudizio del nazionale è quello DEFINITIVO.

    Terzo: evidentemente negli ultimi vent’anni non ho imparato granché del mio mestiere, oppure la collega Mistice ha letto un po’ frettolosamente l’intervento incriminato. Il Grin non può certo ritenersi una forza di legge o un ordine professionale: per accedere agli albi di qualsiasi professione c’è un esame di Stato da fare. Che la legge del 1963, che regola l’accesso alla professione, sia da cambiare è palese e evidente a tutti. Sono vari i tentativi fatti dall’Ordine nazionale (sì, ancora lui) per renderla più conforme ai tempi cambiati. L’ultimo è stato approvato e presentato l’anno scorso proprio in questo periodo. Peccato che, trattandosi di legge dello Stato, debba passare in Parlamento e, stupirà anche la collega Mistice (ma forse è colpa del Grin) in Parlamento pare che non abbiano tanta voglia di prenderla in esame (con una perfetta par condicio tra destra e sinistra).
    Credo di poter dire che il Grin è un’associazione di persone che amano la fotografia e lavorano nel suo ambito. Non sono persone perfette, ma almeno stanno (stiamo?) tentando di fare qualcosa nella morta palude. Che a volte la “cosa” venga bene e a volte male è un altro paio di maniche. L’associazione è aperta, si organizzano attività e incontri per migliorare la conoscenza della fotografia e parlare dei suoi problemi (inclusi quelli sindacali). Da qui a soluzioni miracolose e prese di potere mi sembra che ci corra parecchio.

    Quarto: che i photoeditor non siano contemplati come figura professionale nel contratto nazionale è un dato di fatto. Sulle retribuzioni più o meno ricche non mi pare si sia mai fatto cenno nel blog (peraltro, a volte proprio i photoeditor che non hanno contratto giornalistico hanno le retribuzioni più alte). Ma vorrei ricordare ancora un altro dettaglio. Da anni le cause di lavoro sono cause perse, punto (sì, mi interesso anche di faccende sindacali). Al massimo si può raggranellare qualche soldo, dando l’addio nel contempo al posto di lavoro. La lotta dura senza paura auspicata dalla collega dimentica, tra l’altro, gli stati di crisi delle case editrici, le chiusure di testate, lo sfruttamento a cui si sottopongono troppe persone. Anch’io penso che bisognerebbe dire no. Però bisogna farlo tutti insieme e oggi mi sembra che il concetto stesso di “insieme” non sia più molto popolare. L’intervento stesso di Mistice in fondo si inserisce in questa linea: invece di partecipare, (anche con critiche, persino con toni feroci) oggi preferiamo stare soli soletti davanti allo schermo del nostro computer a pontificare.

    Ultimo dettaglio: non gioco mai a carte perché mi annoia mortalmente e parlare di “dirigenti del Grin” come se si trattasse dei capi di una potente organizzazione internazionale mi ha fatto veramente sbellicare dalle risa.

    Laura Incardona
    16 ottobre 2009

  51. Sono convinto anch’io che il Grin faccia qualche confusione nei suoi ragionamenti sull’art.21 della Costituzione. Lascio perdere il Premio Ponchielli perché è un’iniziativa propria del Grin che, come libera associazione, può decidere tutto quello che vuole e qualificare come ritiene più opportuno il proprio ruolo e il proprio impegno nel mondo del fotogiornalismo. L’unico rilievo, già fatto anche da altri, riguarda l’uso non appropriato della definizione di fotogiornalista. Se negli intenti del Grin c’era quello, come ci ha spiegato molto bene Giovanna Calvenzi, di aiutare un fotografo italiano, giornalista o non, a finire un suo progetto, per evitare fraintendimenti sarebbe bastato usare la definizione generica di fotografo e non quella di fotogiornalista che, come quella di giornalista, ha un significato molto specifico e che scritta da dei giornalisti in un documento come il bando di un concorso, normalmente non può certo riferirsi a non iscritti all’Odg.
    Altra storia invece per l’applicazione del ragionamento sull’art.21 fatto dal Grin quando i fotoeditor siedono alle loro scrivanie nei giornali. Le osservazioni di Renata M. nella loro essenza sono sicuramente pertinenti. Se le regole fossero davvero come ce le ha presentate il Grin, dovrebbe infatti essere messa in dubbio la stessa costituzionalità della legge che ha fatto nascere l’Ordine dei giornalisti. Verissimo che non è materia facile e volendone discutere in modo costruttivo senza rischiare di dire scemenze - io per primo - sarebbe necessario sentire bene qualche giurista in grado di spiegarci come stanno davvero le cose e perché, nonostante l’art.21 della Costituzione, la legge, se non sbaglio, prevede l’obbligo di iscrizione all’Albo non solo per chi esercita in modo esclusivo la professione di giornalista ( elenco professionisti ) ma anche per chi svolge da più di due anni attività giornalistica in modo non occasionale e remunerato anche se il suo mestiere è un altro ( elenco pubblicisti ).
    Infine, ammesso, ma non concesso, che il ragionamento del Grin sia ineccepibile, l’associazione dei photo editor ( e con essa anche Giovanna Calvenzi e Laura Incardona) si è però dimenticata di spiegarci chi è che si assume le responsabilità deontologiche che dobbiamo garantire ai lettori su quanto viene pubblicato nel caso che chi ha prodotto l’informazione passata al pubblico sia solo un cittadino prestato al giornalismo semplicemente in base all’art.21″ della Costituzione.
    Se non mi sbaglio, le violazioni deontologiche dovrebbero essere equiparabili ai reati penali e di conseguenza le responsabilità possono essere solo personali di chi ha commesso il fatto. Nessuno perciò nelle redazioni, sempre che io non abbia preso un granchio, può accollarsi colpe di comportamenti professionali illegittimi compiuti da altri. Neppure il direttore che invece, per certo, può essere incolpato di “omissione di controllo” che però è un genere di violazione a sé, totalmente indipendente da quella dell’autore diretto del “misfatto” professionale.
    Sempre che io non mi sbagli, era appunto su questo problema non da poco che il testo di Amedeo Vergani andava a parare nella sua essenza. Se chi produce informazione giornalistica è fuori dall’ Odg, chi risponde dei doveri professionali nei confronti dei lettori? Chi viene sanzionato? Chi rischia di essere cacciato dalla professione?
    Laura Incardona che, come lei stessa ci ha informati è Consigliere nazionale dell’Ordine, potrebbe darci una risposta?
    Scusate se non mi firmo. L’anonimato è una brutta cosa. Però, siccome sono un fotogiornalista e qui siamo nel sito, come aveva fatto notare Isabella Balena, dei nostri “datori di lavoro”, sono tra quelli che non possono permettersi il lusso del rischio di finire, per “lesa maestà”, nella lista nera di qualche fotoeditor che vorrebbe avere a che fare solo con chi gli dà sempre ragione.
    Tengo famiglia e sappiamo tutti che il potere che i fotoeditor hanno su di noi va persino molto più in là di quello di un normale datore di lavoro che, lo voglia o no, deve pur sempre fare i suoi conti anche con contratti di lavoro e sindacati. Nella nostra molto precaria realtà da lavoratori autonomi, davanti a chi ci può scegliere, oppure no, per un commissionato, a chi si può ricordare di noi, oppure ignorarci, per una ricerca iconografica, o a chi può coinvolgerci, oppure tagliarci fuori, da un libro, da una mostra e pure da un premio, noi siamo - citando Ungaretti - “come d’autunno, sugli alberi, le foglie”.
    Triste, ma, così è.

  52. -

  53. q

  54. Cercando di andare in ordine (e come peraltro mi era sembrato di avere già scritto su questo blog):

    Il famigerato (e mai abbastanza lodato) Articolo 21 della Costituzione e l’Ordine dei giornalisti.

    Ripeto e ribadisco: a me sembra una cosa eccellente il fatto che un giorno, se Anonimo ha qualcosa da dire su un argomento, possa sottoporre il suo scritto al direttore di un giornale (vice, caporedattore, caposervizio ecc ecc). Se l’argomento è ritenuto di interesse, viene pubblicato. Punto.
    Se però Anonimo fa della scrittura (o della produzione di foto o video) il suo mezzo di sostentamento, questa diventa la sua professione. Come tale, comporta diritti e doveri che Anonimo deve conoscere e rispettare. Da qui il famoso tesserino di iscrizione all’Albo. Tutto questo in teoria (e sottolineo: in teoria), perché sappiamo che un contratto giornalistico costa e sempre meno editori hanno voglia di far firmare un contratto di praticantato, uno dei mezzi che fa (insieme alle scuole) accedere all’esame.

    Si può ricorrere al praticantato di ufficio, presentando domanda e documentazione all’Ordine regionale che valuterà la pratica. Si affronta l’esame, si supera e la propria condizione lavorativa non cambia di un millimetro, nel senso che nessuno (o quasi) ti farà il mitico contratto. Perché? Perché i giornali sono in gravissima difficoltà, causa calo di vendite e di inserzioni pubblicitarie, perché la categoria ormai è debole come un lattante e gli editori si sono stancati di pagare. Molto meglio (dal loro punto di vista) far lavorare giovani e quasi giovani (stiamo parlando di quarantenni e oltre) che accettano il precariato nella folle speranza (secondo me, ma spero sempre di essere smentita dai fatti) di un’assunzione. I Cdr: anche loro non sono più quelli di una volta, perché gli editori si sono fatti furbi (provate a far entrare un collaboratore in una redazione di una grande o media casa editrice. Le piccole sono più pericolose della foresta amazzonica e meriterebbero un discorso a parte che si può riassumere con: diritti zero) e hanno imparato più di un trucco per tenersi le spalle al sicuro.

    Riguardo all’iscrizione nell’Albo dei Pubblicisti, non mi risulta sia obbligatoria. Se uno fa l’ingegnere e ogni tanto vuol scrivere dei pezzi sulla staticità dei palazzi o recensioni cinematografiche e qualcuno lo pubblica, va benissimo così. Se però un professionista è iscritto agli Albi dell’Ordine, garantisce al lettore e al committente di seguire norme deontologiche riconosciute come fondamentali.

    Quindi, checché ne dicano l’ottimo Vergani o l’ottima Renata Merici o l’ottimo Anonimo, la realtà è questa. Si può, si deve combattere, ma la situazione è durissima e, secondo me, il peggio deve ancora arrivare. Farsi illusioni o nascondersi dietro a grandi proclami mi sembrerebbe inutile e falso.

    L’accollarsi colpe compiute da altri in redazione.
    Qui, caro Anonimo, ti sbagli. L’articolo 57 del Codice Penale parla dei reati commessi a mezzo stampa e recita testualmente: “Salva la responsabilità dell’autore della pubblicazione, il direttore o vicedirettore responsabile, il quale omette di esercitare il controllo necessario a impedire che con il mezzo della pubblicazione siano commessi reati, è punito, a titolo di colpa, se un reato è commesso, con la pensa stabilita per tale reato diminuita in misura non eccedente un terzo”.
    Quindi nelle redazioni non è che ci si possono accollare colpe altrui (come scrive Anonimo): te le recapita direttamente il tribunale. Non a caso il direttore è defintio “responsabile”.

    Continuando con le domande di Anonimo: se chi produce informazione giornalistica è fuori dall’Odg, chi risponde dei doveri professionali nei confronti dei lettori ecc ecc. Spero che le righe precedenti siano state chiare. La responsabilità è di chi sta nei giornali e esercita un controllo su fonte e attendibilità. Tradotto: se io passo un testo di un collaboratore (professionista o no) che contiene inesattezze o falsi o peggio, la responsabilità è mia (responsabile del servizio) e del direttore (che firma il giornale e ne è, per legge, responsabile). Quindi verranno sanzionati l’autore, il responsabile del servizio e il direttore.

    Tornando a noi, a questo punto mi sembra evidente che a garantire la qualità e la correttezza dei servizi fotogiornalistici siano proprio i photoeditor (nelle redazioni in cui la loro figura professionale è riconosciuta e cioè quando sono giornalisti professionisti o pubblicisti). Ovviamente sappiamo di non vivere nel migliore dei mondi possibili e quindi situazioni difficili o scorrette o al limite della scorrettezza si verificano, malgrado la presenza e la buona volontà dei photoeditor.

    Ultima cosa: l’anonimato di Anonimo. Francamente anche a me è sembrata una cosa triste, triste soprattutto nelle sue motivazioni.

    Stavolta l’illusa sarò io, ma credo che almeno una parte di chi fa i giornali si limiti a volere un lavoro buono e ben fatto, con la notizia (come si diceva una volta) e se l’autore non è simpatico, be’, al massimo non ci si va a bere un aperitivo. Essendo poi personalmente contraria al mio, di anonimato, scrivo anche che fra i premiati del Premio Ponchielli ci sono stati anche autori con cui non sarei andata a bere un caffè. Ma se le foto sono buone, sono buone e hanno avuto il mio voto.

    Stavolta spero di essere stata sufficientemente chiara (nonostante la materia ostica)

    Laura

  55. Ho letto i recenti post di Giovanna Calvenzi e Laura Incardona e sono tornata a rileggere anche le spiegazioni del Grin. Ora, mettendo tutto assieme, ho sicuramente un’idea più chiara sulla linea del Grin in merito al problema delle responsabilità nel caso di violazioni alla deontologia commesse da collaboratori non iscritti all’Odg.
    Per evitare malintesi cerco di sintetizzare e semplificare il tutto secondo quanto sono riuscita a capire. Se per caso avessi preso dei granchi potrò così essere corretta senza che eventuali mie osservazioni e domande vengano di nuovo scambiate per manifestazioni di livore o non so cos’altro.
    Espongo per punti in modo che sarà più semplice correggermi o integrare con specificazioni :
    1 - Grazie all’art.21 della Costituzione, gli editori ( tesi Grin e Incardona ) possono lecitamente avvalersi di collaboratori e del loro apporto di lavoro di natura giornalistica indipendentemente dal fatto che siano iscritti ad uno degli Elenchi dell’Albo dell’Ordine.
    2 - L’obbligatorietà di iscrizione all’Odg ( tesi Incardona ) sussiste solo per chi esercita la professione di giornalista ( giornalista professionista ) dentro le redazioni nelle condizioni previste dal Cnlg.
    3 - Per chi invece è fuori dai giornali in posizione di collaboratore o di libero professionista, l’iscrizione all’Odg è una scelta opzionale per “garantire ( Incardona ) al lettore e al committente di seguire norme deontologiche riconosciute come fondamentali”. L’iscrizione all’Elenco pubblicisti ( Incardona ) non è obbligatoria.
    4 - Eventuali violazioni ai doveri professionali dei giornalisti, comprese le conseguenti sanzioni, stabiliti dalla legge che ha istituito l’Odg ( 69/63 ) commessi da tutti questi collaboratori estranei all’Ordine ed ai suoi provvedimenti disciplinari, ricadono ( Incardona ), in base ad un ragionamento giuridico ( non l’ho però ben capito ) che fa perno sull’art.57 del Codice penale, personalmente su “chi sta nei giornali e esercita un controllo su fonte e attendibilità”.
    5 – Per il fotogiornalismo, nel caso di collaboratori non iscritti all’Odg colpevoli di violazioni alla deontologia, gli eventuali provvedimenti disciplinari e le relative sanzioni gravano sui photo editor che hanno la responsabilità ( Incardona ) di “garantire la qualità e la correttezza dei servizi fotogiornalistici”, o hanno ( Grin ) un ruolo “come garante di un rapporto deontologicamente corretto fra fotografi e giornali”.
    6 - In base a tutto questo, è un problema che non sussiste quello posto nell’articolo di Vergani sul fenomeno ( compreso l’esempio del premio Grin ) dell’ ininfluenza pratica dell’iscrizione all’Odg nella realtà di lavoro dei fotoreporter in rapporto alla notizia del richiamo del presidente nazionale dell’Odg, Lorenzo del Boca, a direttori e redattori per ricordare loro “di aver sempre molto ben presente - parole sue - che lettori e telespettatori hanno diritto ad un’informazione visiva prodotta con quelle garanzie di correttezza e quelle assunzioni di responsabilità che possono essere assicurate solo da fotogiornalisti sottoposti alla disciplina dell’Ordine”.
    Se non è così, per cortesia, correggetemi dove ho frainteso.
    Passo ora a un paio di chiarimenti che mi sono imposti da puntualizzazioni che, mio malgrado, mi sono state fatta da Laura Incardona. La collega ha voluto ricordarmi che i Consigli regionali dell’Ordine non hanno il “ruolo assolutamente esclusivo” sul comportamento etico dei colleghi e che è l’Ordine nazionale ad avere l’ultima parola col suo giudizio “definitivo”. Temo però che Laura Incardona non mi abbia letto dal verso giusto. L’assoluta esclusività alla quale mi riferivo riguarda l’avvio del procedimento disciplinare. Azione che, ripeto, è di assoluta esclusività dei Consigli regionali. Il Consiglio nazionale prende in esame solo eventuali ricorsi alle deliberazioni disciplinari dei Consigli regionali e il suo “giudizio”, per giunta, non è per nulla definitivo -come ha scritto Laura Incardona - visto che, come specifica la legge che riguarda la nostra professione nei suoi articoli 63,64 e 65, il giornalista sanzionato dall’Odg può impugnare la deliberazione disciplinare e ricorrere ai vari gradi di giudizio della magistratura ordinaria e la parola “definitiva”, nel caso il ricorrente voglia andare sino in fondo, è quella della Corte di Cassazione.
    Laura Incardona mi fa pure notare che nessuno degli intervenuti al blog ha mai parlato di quattrini a proposito delle rivendicazioni del contratto giornalistico da parte dei photo editor. Evidentemente non ha letto Susanna Scafuri ( post n.17 del 23 giugno ) che ha scritto “gli editori ne approfittano per utilizzare contratti meno onerosi di quello giornalistico”.
    Concludo ringraziando Giovanna Calvenzi per aver fatto chiarezza sui miei dubbi sull’ente nel quale il Grin vorrebbe entrare come “gruppo di specializzazione”, ammettendo senza tante storie di aver fatto confusione e di aver scritto Ordine anziché sindacato. E, chiedendo pure scusa per l’errore, ha rivelato doti che vedo molto rare anche in questo blog. La collega non ne abbia a male e non me ne voglia, ma credo che questo genere di sviste siano per lei come una persecuzione. Ironia della sorte, nel medesimo post delle scuse è infatti ricaduta in pieno nello stesso qui pro quo. Questa volta, confusione alla rovescia perché là dove avrebbe dovuto scrivere Ordine, ha invece scritto sindacato. ” Vergani - ha specificato parlando del premio Ponchielli - ci fustiga perché non chiediamo che i fotografi siano iscritti al sindacato”. Vergani, almeno da quanto ho letto nel suo testo pubblicato dal Grin in questo blog, ha fatto partire tutto questo ambaradan parlando esclusivamente di iscritti e non iscritti all’Ordine. Se avesse centrato il suo articolo sugli iscritti al sindacato, credo che staremmo sicuramente discutendo di tutt’altro.
    Renata M.

  56. Mi scuso.
    Intanto vorrei chiedere alla collega Renata Mistice di diventare il mio avvocato. Sì, sono daccordo con te in tutto e per tutto.
    Poi, rispondendo a qualche post qui sopra dico: se l’informazione vive ciò che sta vivendo ora in Italia non è certo perchè Farina non fa più il giornalista o la spia. Anzi, per questo, forse, dovremmo essere contenti.
    Ancora, non penso di essere depositario della verità assoluta, ma se non è così poco ci manca:
    Il fatto è che noi, Editori e fotogiornalisti (quelli iscritti all’ordine) in primis, photoeditors, giornalisti e Cdr, stiamo celebrando la morte di una professione, e appresso a questa la morte di centinaia di talenti e famiglie.
    Bene, Qualche settimana addietro, non ricordo bene se a Vicenza o a Venezia, la direttrice di un giornale è stata radiata dall’ordne perchè nella sua redazione faceva lavorare gente non iscritta all’ordine. Si capisce quindi, che se l’informazione deve essere prodotta da chi è iscritto all’ordine, lo stravolgimento degli articoli costituzionali sopra riportati non è proprio una cosa giusta. Insomma, ognuno di noi in sede legale ha diritto di difendersi, ma se non può pagarsi un avvocato, gli viene fornito un avvocato d’ufficio, non può difendersi da solo, o se lo potesse fare non sarebbe per questo un avvocato.
    Allora, il problema non sta nel fatto che un tesserino ti fa diventare fotogiornalista. Mentre quel tesserino, invece, ti sottopone a delle regole e a delle sanzioni a cui senza non saresti sottoposto. Non si discute la bravura, le capacità di ognuno, o il fatto che col tesserino si è bravi e belli. Si discute la deontologia, la garanzia che un fotogiornalista iscritto all’ordine mette nel proprio lavoro. Se i photoeditors capissero tutto questo dimenticando, come accade sempre, amicizie e favoritismi tutti noi vivremmo meglio. Soprattutto ci sarebbe sì, una selezione naturale e quindi più lavoro per tutti. Continuo dicendo che la situazione attuale dell’editoria italiana, non è dettata dall’assenza di alcuni personaggi, bensì dalla loro presenza. Infatti Editori sempre più imprenditori cercano di fare il loro interesse, forse giustamente non so, a scapito della gente che lavora nell’indotto. Alcuni giornalisti che debilitano la professione accettando regalie, viaggi, e quant’altro per scrivere bene su qualcuno o qualcosa o di qualche regione del mondo. Alcuni photoeditors che cercano di tirare il prezzo delle foto per aumentare il loro “castelletto” di fine anno prelevato dal budget che l’editore mette a disposizione, in fine, il fatto che durante la costruzione di una legge, che per alcuni versi può essere giusta, per altri ha messo in crisi tutti, mi riferisco al decreto Bersani, l’ordine, forse con le mani legate, ha accettato di buon grado che per i suoi iscritti le tariffe si potessero abolire, facendo in modo che le foto ed i pezzi venissero pagati a prezzi da fame.
    Ma sapete quante foto devo vendere, se il giornale me le paga 20 euro, per fare uno stipendio a fine mese? ve lo dico io: 100. Ma sapete quanto tempo e impegno ed energie, non solo fisica, ci vogliono per fare 100 foto interessanti, che abbiano un minimo di riconoscimento? TAAAAANTOOOO.
    E poi ve lo dico molto sinceramente, dovreste smettere, anche per una dignità vostra personale, che vi fregiate di essere professionisti e professionali, dovreste smettere, appunto, di prendere le foto da chi ve le regala o da chi ve le vende a 99 cent o 5 euri. Tutto questo rovina l’editoria. E non credo nemmeno nei tagli della pubblicità, altrimenti non si spiegano certi stipendi da re. Sto cominciando ad incazzarmi troppo e divago e scriverei cose che mi metterebbero in forte pericolo. mi fermo qui. grazie.

  57. Se i photoeditors capissero tutto questo dimenticando, come accade sempre, amicizie e favoritismi tutti noi vivremmo meglio.

    … ovviamente non accade che dimentichino quanto sopra.

  58. ANONIMO 2009

    Grazie a Laura Incardona per avermi risposto cercando di chiarirci meglio come stanno le cose. Nella sostanza, come grossomodo ha inteso pure Renata Mistrice, lei ci spiega che il problema delle responsabilità di illeciti deontologici commessi da chi non è iscritto all’Ordine viene risolto appioppando colpe e sanzioni a chi, nella filiera del lavoro redazionale, ha passato le immagini o i testi sotto accusa.
    Mamma mia! Non vorrei trovarmi nei panni dei colleghi che nelle redazioni hanno il compito di curare delle pagine o più semplicemente delle rubriche o, come i photo editor, a coprire dei ruoli specialistici che li obbligano ad aver a che fare in continuazione con informazione prodotta da collaboratori non iscritti all’Odg. Se gli sfugge e gli finisce in pagina una notizia o una foto tarocca, o qualsiasi altra cosa che contrasti con i principi etici della professione, rischiano pure di finire rovinati a vita per colpe altrui. Nel caso infatti di sanzioni come la sospensione o la radiazione dall’Ordine, finiranno infatti automaticamente licenziati per aver perso i requisiti da giornalista. Vita professionale, in pratica, sempre sul filo del rasoio e per chi si occupa di foto poi, considerando la caotica realtà del settore, un lavoro da “il rischio è il mio mestiere”, quasi da gioco d’azzardo perché lo sappiamo tutti che è praticamente infattibile per un redattore andare e riverificare tutto quello che dovrebbe essere già stato verificato dai loro collaboratori o la veridicità dei contenuti di un’intervista o di una foto. La facilità dell’imbroglio l’hanno dimostrata recentemente due studenti francesi che, come ha pubblicato Fotografia&Informazione, hanno rifilato a Paris Match un fotoreportage totalmente fasullo, vincendo pure un premio abbastanza simile a quello del Grin e togliendosi pure anche la soddisfazione, a pubblicazione avvenuta, di svelare loro stessi la verità perché nella loro rete c’erano cascati proprio tutti.
    Spero perciò nell’interesse dei colleghi in redazione di aver frainteso qualcosa nelle informazioni di Laura Incardona e di averne tirato così conclusioni sballate. La collega sicuramente non può aver parlato a vanvera. E’ nel Consiglio nazionale dell’Ordine e tra le responsabilità che ha assunto c’è quella, come ci ha spiegato lei stessa, di giudice, appunto, in materia disciplinare. Non può perciò, con la sua competenza ed esperienza, averci raccontato bischerate. O sbaglio ?

  59. Anonimo 2009 è anonimo e non serve aggiungere altro.
    Leggere e travisare per cazzeggiare è una pratica divertente ma alla fine inutile e noiosa.
    Si parlava, credo, di etica e di deontologia e non credo sia una novità che il direttore responsabile è responsabile.
    La verifica fa parte del mestiere come pure la fiducia nei confronti dei collaboratori.
    Credo di poter rispondere con serenità alla domanda di Anonimo 2009: si, sbaglia. Perchè travisa scientemente e non aiuta a fare chiarezza. Ma non se la prenda: sono rintronata, come acutamente ha scoperto Renata Mistice il 21 ottobre, e le mie osservazioni sono prive di senso.

  60. Non ci capisco tanto di roba legale sul mestiere di giornalista perché, come ho già avuto modo di dire, non è il mio lavoro. Ma non mi sembra che Anonimo 2009 abbia travisato, come ha giudicato Giovanna Calvenzi, quello che ci ha spiegato Laura Incardona scrivendo : “La responsabilità è di chi sta nei giornali e esercita un controllo su fonte e attendibilità. Tradotto: se io passo un testo di un collaboratore (professionista o no) che contiene inesattezze o falsi o peggio, la responsabilità è mia (responsabile del servizio) e del direttore (che firma il giornale e ne è, per legge, responsabile). Quindi verranno sanzionati l’autore, il responsabile del servizio e il direttore”.
    A me sembrano le stesse cose dette da Anonimo 2009. E Incardona non ha parlato solo di direttori. Giovanna Calvenzi può spiegare dove il fotografo senza nome ha travisato? La domanda è per permettere a me, ma forse anche ad altri, di capire senza confusioni un argomento importante per voi ma che sta diventando anche per me molto più interessante di quanto m’era sembrato in partenza. Ringrazio.
    Giak

  61. Cara Calvenzi,
    vorrei rassicurarti. Segnalando le tue due sviste tra Odg e Fnsi non ho mai avuto l’intenzione di farti passare per rintronata. Da quanto ho potuto leggere qui, ti trovo invece molto leale e schietta anche se a volte mi è difficile starti dietro perché esprimi le tue convinzioni senza spiegarci bene i loro perchè.
    Vai certa: hai la mia stima più sincera.
    Per quanto riguarda il cazzeggio, non credo sia una gran novità ricordarti che la sua pratica è un rischio congenito nel dna di qualsiasi blog e viaggia in parallelo con quello dell’affermazione di cazzate, delle offese cazzutamente gratuite e dello spazio dato a cazzoni che aprono la bocca senza neanche essere in grado di capire di cosa si stia parlando : tutti elementi che anche qui hanno già fatto la loro comparsa in quantità industriale.
    Cazzeggio o no, mi sembra che qui la discussione si sia finalmente concentrata sul nocciolo del problema posto dall’articolo di Vergani: le responsabilità deontologiche. Continuare cercando di andarci a fondo con l’umiltà di cercare di capire prima di voler far capire, non sarebbe perciò una brutta cosa.
    Renata M.

  62. ANONIMO 2009
    Giovanna Calvenzi ha sentenziato che “cazzeggio per travisare scientemente” e “non aiuto a fare chiarezza”. Per la miseria! Ma è appunto per evitare confusioni che ho cercato di tradurre nel concreto le spiegazioni che ci ha dato Laura Incardona, vice presidente Grin e membro del Consiglio nazionale dell’Ordine. Care “Grin girls” - definizione che rubo a voi stesse da un altro settore di questo stesso blog - prima di mettermi a gratis sul banco degli imputati, ditemi almeno cos’è che non ho capito bene? Altrimenti dovrò pensare che siete voi a cialtronare, più che cazzeggiare, per difendere i vostri poteri, compresi quelli che ha denunciato Ermanno ( post 56 ), sulla pelle di tutti noi che per campare facciamo di mestiere foto per i giornali sbattendocene di essere nel bravometro del vostro premio e, visti i chiari di luna del mercato, con per la testa grilli molto più seri tanto che la fame e la disperazione potremmo raccontarla, purtroppo sempre più spesso, senza muoverci da casa: fotografando noi stessi allo specchio.

  63. Gli ultimi messaggi – Anonimo2009, Giak, Ermanno e Renata, sollevano problemi che credo non sia giusto ignorare.
    So che il linguaggio dei blog spesso è frettoloso, a volte offensivo, sempre personalistico e questa è una delle ragioni per le quali non amo tanto intervenire. Però io stessa ho accusato Anonimo2009 di cazzeggiare senza motivarne le ragioni che, stoltamente, mi sembravano evidenti. Quindi motivo.
    Anonimo2009 scrive: “Non vorrei trovarmi nei panni dei colleghi che nelle redazioni hanno il compito di curare delle pagine o più semplicemente delle rubriche o, come i photo editor, a coprire dei ruoli specialistici che li obbligano ad aver a che fare in continuazione con informazione prodotta da collaboratori non iscritti all’Odg. Se gli sfugge e gli finisce in pagina una notizia o una foto tarocca, o qualsiasi altra cosa che contrasti con i principi etici della professione, rischiano pure di finire rovinati a vita per colpe altrui”. Il vero senso di queste frasi è che all’interno dei giornali ci sono giornalisti professionisti dipendenti, iscritti all’Ordine, e collaboratori esterni ai quali NESSUNO chiede se siano o meno iscritti a qualcosa: gli si chiede che sappiano fare il loro lavoro (scrivere o fotografare) e che siano accurati, corretti, onesti. Non possono solo lavorare in redazione, fisicamente. Se sfuggono la foto o la notizia tarocca, proposte da collaboratori iscritti o non, a seconda della gravità del “tarocco” ci vanno di mezzo chi ha passato la notizia, chi ha passato la foto e, in ultima istanza, il direttore responsabile, unico per contratto licenziabile in casi estremi. Le reazioni degli editori e dell’Ordine non sono sovrapponibili né necessariamente univoche. L’editore può ammonirti e perfino licenziarti (non so se sia mai successo), l’Ordine può sanzionarti o espellerti ma questo non ti impedirà comunque di continuare a lavorare. Non potrai più diventare direttore responsabile di un giornale ma potrai continuare a scrivere, a fotografare, a pubblicare: dipenderà solo dalla qualità del tuo lavoro. Nessuno rischia di vedersi rovinata la vita per colpe altrui. E la vita professionale nelle redazioni non è mai sul filo del rasoio ma ha comunque responsabilità. Un redattore dovrebbe SEMPRE andare a verificare le notizie che passa. L’episodio Paris Match è successo ma ne parliamo proprio perché è un episodio. Cosa significa, poi, che “hanno vinto un premio abbastanza simile a quello del GRIN”? Cazzeggio, appunto, che serve solo a travisare un punto sostanziale: prima di arrivare all’etica o alla deontologia, ci sono l’intelligenza, la buona fede, la fiducia, l’onestà culturale … E il Premio Ponchielli non serve a creare un bravometro ma ad aiutare economicamente chi sta facendo un buon lavoro, a seguirlo nella sua evoluzione, e, a noi, a conoscere nuovi lavori.
    Mi piacerebbe poi parlare degli straordinari poteri che hanno i photo editors italiani, sottolineati anche da Ermanno. Ermanno ci accusa di esercitare favoritismi, privilegiando le amicizie. Sono accuse pesanti, forse in qualche caso vere, ma solo in qualche caso. Rifiuto di pensare che si possa generalizzare su un tema come questo. I poteri di un photo editor (in generale, e mi spiace di dover parlare della mia categoria perché non era questo il punto di partenza) sono ridottissimi. Regolarmente assunti come giornalisti professionisti in Italia non superiamo la trentina. Tutti gli altri hanno contratti a progetto, contratti poligrafici, vengono pagati con partita IVA, eccetera eccetera. E’ evidente il potere contrattuale che possono avere nell’ambito di una redazione. Ma non è questo il posto per aprire il quaderno delle lamentazioni.
    Un ultimo punto: le tariffe. Sarebbe bello pensare che siamo noi che stabiliamo inderogabilmente i prezzi. La parola “castelletto” mi giunge nuova, anche perché quello che eventualmente non è stato speso nell’anno in corso si azzera a fine anno e nessuno ha meriti particolari dall’aver risparmiato. Personalmente rimpiango la scomparsa del GADEF che era riuscito anni fa a creare un tavolo di discussione con gli editori ed era anche riuscito a imporre, per qualche anno, un serio e condiviso tariffario. Poi agenzie, fotografi ed editori non sono più riusciti a trovare un accordo ed è penosamente vero che il costo delle singole fotografie si enormemente abbassato. Ciò nonostante non mi è mai capitato, neppure una volta in molti anni di onesto servizio, di pagare una foto 5 euro. E credo che nessun photo editor che si rispetti lo abbia fatto, se non costretto da una direzione e questo la dice lunga anche sulle condizioni di lavoro del photo editor. La contrapposizione fra fotografi e photo editor ipotizzata da qualcuno mi sembra francamente inesistente: noi abbiamo bisogno dei fotografi ma loro spesso possono tranquillamente fare a meno di noi.
    Ultimissima considerazione per Renata poi, lo prometto, smetto. Nei “compiti e doveri di un redattore iconografico ” (come potete vedere nel “Chi siamo” di questo sito) sta scritto: “I suoi doveri, come quelli di tutti i giornalisti, consistono nell’operare affinché ai lettori sia garantita un’informazione di qualità nel rispetto delle norme deontologiche della professione e delle leggi che regolano l’utilizzo delle immagini”. Questi sono i nostri obiettivi, disattesi in molti casi, applicati seriamente in alcuni altri. Senza nulla di più.

  64. Gentile Giovanna, il fatto che lei, nel suo post, esordisce dicendo che i problemi sollevati negli interventi precedenti non si debbano ignorare e conclude poi promettendo di smettere, lascia pensare ad una sua sottrazione nel voler affrontare la cosa.
    Io non mi sottraggo affatto, e sono disposto a confrontarmi, facendo anche i nomi di chi paga e chi vende le foto a 5 euro o a 99 cent. Certo, non sono così kamikaze da farlo qui… Come Anonimo 2009, anch’io tengo famiglia…
    Tutta questa discussione nasce dal fatto che il GRIN nel suo regolamento parla di fotogiornalisti. Per chiuderla in breve, potreste cambiare il vostro regolamento inserendo “fotografi” al posto del “fotogiornalisti”.
    Ma forse questo non basterebbe, pur cambiando il regolamento del GRIN non è detto che cambiereste anche le vostre convinzioni sul fatto che, comunque, uno che sa tenere la macchina fotografica in mano possa fare le foto per i giornali.
    Tuttavia mi rasserena pensare che ci sia un’associazione di photoeditors, o di qualunque altra categoria, che voglia promuovere la bravura e le capacità dei fotogiornalisti o fotografi che dir si voglia, (tanto qui non fa più differenza). Mi rallegra che si metta a disposizione un piccolo capitale destinato ad aiutare soggetti che vogliono terminare un progetto fotografico.
    Questo fa si che una volta ogni anno qualcuno dei miei colleghi potrebbe avere l’opportunità di risorgere dal girone degli sconosciuti e poveretti, e proseguire un suo progetto fotografico/fotogiornalistico con l’aiuto che il Premio Ponchielli. Peccato però che riguardando le precedenti edizioni del Premio Ponchielli sia capitato, in qualche occasione, che a vincerlo sia stata gente che poco ha a che fare con “il bisogno di aiuto economico” che il premio si propone. Sì, cara Giovanna, probabilmente non chiedete il 740 alle persone che si iscrivono al Premio, ma sono sicuro che molti dei vincitori delle edizioni precedenti del Premio sono da voi conosciuti, e per questo sapete quanti di questi abbiano o meno bisogno di ricevere un aiuto economico per la prosecuzione di un progetto fotografico, a prescindere dal buon lavoro che stanno svolgendo.

    Mi stupisce, per esempio, che la bravissima Giorgia Fiorio – vista la famiglia che ha alle spalle – sia stata considerata dal Grin come una fotografa bisognosa di un aiuto economico.

    Inoltre, non si capisce il motivo per cui ci sia bisogno di conoscere nuovi lavori di nuovi fotografi e fotogiornalisti, visto che sui giornali, quelle poche volte che si firmano le foto, appaiono sempre gli stessi nomi. Comunque, per conoscere nuovi fotografi o fotogiornalisti, o per vedere nuovi lavori date ascolto a chi vi contatta per proporvi un lavoro: chissà che ogni tanto non trovate qualcuno all’altezza dei premiati del Premio Ponchielli.

    La realtà di come filtrate chi vorrebbe farvi delle proposte, l’ha raccontata a meraviglia il sito http://www.poterefotografico.com con un articolo molto interessante a firma Mozartiano, ve lo ripropongo per intero:

    Giornali ed agenzie fotografiche
di Mozartiano
    25/02/08
    Il mio amico Livio Caffi (ex Olympia ed ex Farabola) 50 anni di esperienza nel mondo del Fotogiornalismo usava dire, e forse lo dice ancora oggi visto che è ancora attivo, che per vendere le foto bisogna mostrarle.
Semplice e scontato, ma tremendamente vero. Uno può avere il più bel servizio fotografico del mondo ma se non riesce a mostrarlo agli addetti ai lavori rimarrà inedito nel cassetto del fotografo che l’ha scattato.
Un tempo quando Caffi visitava giornalmente le redazioni fotografiche, le agenzie fotografiche erano un tutt’uno con i giornali. I direttori dei giornali iniziavano la mattinata ricevendo i rappresentanti delle agenzie per visionare ed acquistare i servizi e le fotografie per i loro giornali che in parte impostavano a secondo dei servizi disponibili.
Alcuni direttori pagavano per avere il diritto di avere la prima visione dei servizi e questo fatto fa capire l’importanza che avevano le agenzie un tempo.
Se un giorno l’allora direttore dell’ Oggi Buttafava non vedeva un’agenzia sospettava che il rappresentante fosse andato prima alla concorrenza e faceva chiamare l’agenzia per sapere i motivi dell’assenza.
C’era rispetto e anche di più per agenzie e fotografi. Se avevi un bel servizio o una foto importante potevi andare in qualsiasi giornale in qualsiasi momento, nessuno avrebbe avuto niente da ridire, anzi.
A Natale non c’era redazione che consegnava una busta ai rappresentanti delle agenzie e dentro la busta c’erano somme importanti. No, non sto raccontando una favola .
E’ tutto vero ed i Girella, i Caffi, i Muci ed altri che ancora dopo 50 anni lavorano ancora in questo settore possono testimoniare che è tutto vero.
E oggi? Oggi la realtà è sotto gli ochhi di tutti. A parte qualche eccezione(Chi, Oggi, Gente, Di Più, Novella e qualche altro giornale) mostrare i servizi è diventata un’impresa.
I servizi fotografici si possono mandare per i email direte voi. Già, si potrebbero, ma vi immaginate cosa ne sarebbe dei poveri picture editor se dovessero visionare tutti i servizi mandati per email? Sarebbero sommersi da migliaia di offerte con il risultato che non avrebbero tempo per fare altro.
Qualcuno dei rappresentanti si è sentito dire da qualche pictur editor: senti non venire nemmeno a farmi vedere i tuoi servizi perchè io ho i miei fornitori e posso fare a meno di te e della tua agenzia.
Mi domando se il direttore di quel giornale è d’accordo con il picture editor. Se lo è fa male perchè anche la più umile agenzia potrebbe un giorno avere qualcosa che potrebbe essere importante per il suo giornale.
I direttori , anche qui con qualche eccezione, ormai delegano la visione dei servizi o i contatti con le agenzie a persone che non sempre sono all’altezza del compito e purtroppo questo avviene sempre di più. Non c’è molto che le agenzie possono fare per cambiare le cose, ma ,forse, val la pena di ricordare che una volta le cose andavano meglio per tutti. Anche per i giornali.

    Mostrare i servizi è diventata un’impresa, come dice Mozartiano, anche per me e pure a me è stato detto da più parti “senti non venire nemmeno a farmi vedere i tuoi servizi perchè io ho già i miei fornitori”.
    Altro che Premio Ponchielli per scoprire i nuovi talenti.

  65. Mi era sfuggito questo.

    “Sta di fatto che oggi quando ricevo fotografi di talento, si ce ne sono ancora, che mi mostrano il risultato delle loro fatiche, mi viene il magone. Mi sforzo di pensare a quali giornali proporre queste immagini e malgrado gli sforzi non me ne viene in mente nessuna. Ad essere sinceri, di giornali che pubblicano buoni servizi qualcuno c’è ancora, ma è impresa quasi impossibile arrivare ad avere il privilegio di mostrare i servizi alle varie redazioni”.
    Questa frase non è mia. L’ho appena letta in un articolo sulla crisi totale del mestiere di fotoreporter comparso ieri anche lui nel sito http://www.poterefotografico.com e che non avevo ancora visto.
    L’autore non è il solito fotografo dal pianto facile. L’ha scritta Pino Granata, titolare di una delle fotoagenzie storiche milanesi, personaggio di spicco sulla breccia del fotogiornalismo da più di mezzo secolo, tra i fondatori a suo tempo del mitico Gadef.
    “E’ impresa quasi impossibile - dice Granata - arrivare ad avere il privilegio di mostrare i servizi alle varie redazioni”.
    Serve aggiungere altro?

  66. ANONIMO2009

    Ringrazio Giovanna Calvenzi per aver chiarito il suo punto di vista. Non sposta di un millimetro, anzi riconferma, la lettura che ho fatto, e che ha fatto pure Renata Mistice, delle affermazioni Grin/Incardona sul problema delle responsabilità deontologiche di violazioni commesse da collaboratori non iscritti Odg.
    Abbiamo perciò un punto fermo abbastanza chiaro e ora i miei dubbi iniziali, anziché affievolirsi, si sono moltiplicati. Infatti il pensiero del Grin sul ruolo dei photo editor come garanti tenuti a rispondere di responsabilità deontologiche sulle foto da loro trattate non coincide per nulla con quello delle istituzioni deputate a governare la materia anche nei fatti. Molto calzante come esempio è il procedimento disciplinare messo in atto nel 2006 dall’Odg della Lombardia ( http://www.odg.mi.it/node/30193 ) dopo la pubblicazione da parte del Corriere della Sera della foto di un arrestato in manette. L’Odg mise sotto accusa il comportamento professionale dell’autore della foto e quello del direttore del giornale, Paolo Mieli, senza prendere assolutamente in considerazione il ruolo di chi aveva materialmente scelto e messo in pagina l’immagine. Questo anche se il fotogiornalista coinvolto era stato subito scagionato perché era stato stabilito che non toccava a lui, ma alla redazione, fare in modo che la foto fosse pubblicata senza mostrare le manette. Restò nei guai solo il direttore. La linea di individuare responsabilità solo a carico di Mieli venne poi mantenuta anche da tutti i successivi livelli di giudizio ai quali era ricorso il direttore del Corriere: Consiglio nazionale dell’Ordine, Tribunale e Corte d’appello ( http://www.francoabruzzo.it/docs/mieli-sentenza-appello.rtf ). Un caso, insomma, di quelli che non dovrebbero lasciare nessuna ombra di dubbio anche perché nelle sue varie fasi dibattimentali il direttore aveva fatto esplicitamente nomi e cognomi di chi in redazione aveva trattato al desk la foto incriminata. Tutti lasciati però fuori, in ognuno dei quattro livelli di giudizio, da qualsiasi ruolo di garanti e, di conseguenza, da qualsiasi genere di responsabilità deontologica nei confronti dei lettori.
    Idem, in quanto a profondi dubbi, anche sulla piena legittimità del dare incarichi giornalistici a non importa chi in base al ragionamento Grin sui diritti assicurati dall’art.21 della Costituzione. Oltre al caso citato da Ermanno della direttrice di Tg radiata recentemente dall’Odg del Veneto per l’abuso di collaboratori non iscritti all’Ordine, sul fatto che il Grin la faccia quasi certamente un po’ troppo facile, fanno testo anche le severe sanzioni appioppate in due diversi provvedimenti disciplinari a Carlo Rossella, come direttore di Panorama, e a Giuseppe Randazzo, come direttore di Visto, per aver pubblicato articoli di collaboratori non giornalisti che nei loro pezzi avevano pure commesso delle violazioni alla nostra etica professionale.
    Le “bastonate” a questi due direttori erano state date dall’Ordine della Lombardia il 13 settembre 1999 per Randazzo e il 17 febbraio 2003 per Rossella. Entrambi i provvedimenti erano poi stati confermati in pieno anche dal Consiglio nazionale dell’Ordine al quale i due direttori avevano fatto inutilmente ricorso. Per Randazzo la seconda “bastonata” è arrivata da una delibera Cnog del 26 gennaio 2001. Per Rossella invece l’Ordine nazionale si è pronunciato il 21 dicembre 2006 ( delibera n.123/06 ).
    Insomma, facendola breve, torno a ridire che, visto lo spessore della materia e il rischio di fare affermazioni che possono confondere e disinformare i colleghi, forse sarebbe più saggio lasciare l’argomento a qualcuno che abbia davvero delle competenze comprovate. Questo senza nulla togliere all’esperienza né dell’attuale Consigliera nazionale dell’Ordine, Laura Incardona, e neppure di Giovanna Calvenzi che, non molto tempo fa, ha coperto pure lei lo stesso delicato e difficile incarico per un mandato triennale.
    Chiudo qui tralasciando tutte le possibili puntualizzazioni sulle ultime affermazioni di Giovanna Calvenzi. Non vorrei, appunto, sconfinare nel cazzeggio o lasciarmi trascinare nella discussione su altri argomenti aperti in quest’ultima fase della discussione: interessanti pure loro, ma affrontando anche questi non andrei più a casa. Li lascio così a qualche altro collega di buona volontà.
    Un’ultima considerazione però. Ultima davvero e poi vi lascio. Se la tesi Grin/Incardona/ Calvenzi trovasse un fondamento giuridico indiscutibile, per gli editori sarebbe una vera festa: avrebbero finalmente in mano la chiave per riuscire a fare, come già vorrebbero, i giornali senza i giornalisti. Un direttore responsabile, un paio di fedelissimi capetti garanti di tutto, una marea di collaboratori “articoli 21″ a costo zero e via, il gioco sarebbe fatto. Niente più casini per il contratto di lavoro e un bel “bye bye” al Sindacato e pure alle speranze di assunzione Cnlg anche per quel settanta per cento di redattori fotografici che, come ha ricordato la Calvenzi, ora lavorano senza essere riconosciuti come giornalisti.
    Mica male come biglietto di presentazione per un’associazione come il Grin che si propone con un ruolo sindacale e rivendica pure di essere riconosciuto, come gruppo di specializzazione Fnsi, in un ruolo di organismo di base del sindacato dei giornalisti italiani. Quelli iscritti all’Odg, s’intende.

  67. Caro Anonimo 2009, guarda che non servono grandi esperti per chiarire le complicazioni giuridiche della materia sulla quale state discutendo. Tutto inutile. Sforzi buttati al vento. Il Grin, da quanto ho letto ora, non ci sente perché non gli conviene sentire. Non vuole chiarire nulla e più confusione gira, meglio è. E’ più che evidente infatti che quello che tu definisci il pensiero Grin/Incardona/ Calvenzi è esclusivamente un teorema che tende a portare acqua al mulino dei foto redattori in modo da permettere loro di reclamare con più forza che i giornali li assumano con contratto giornalistico. Il loro ragionamento vuol convincere che, siccome chiunque può produrre le foto che servono ai giornali e le responsabilità deontologiche vengono comunque assunte da chi in redazione si occupa di immagini, solo i foto redattori devono per forza essere iscritti all’Ordine e, di conseguenza, avere obbligatoriamente un contratto di lavoro giornalistico.
    E’ un teorema piuttosto pericoloso perché non valuta minimamente, tra le altre cose, perfino il fatto che così facendo negano la sostanza giornalistica del lavoro dei telecineoperatori e dei fotoreporter sbarrando a chi opera nel settore il diritto a quella autonomia delle scelte professionali che è il cardine che assicura la libertà di informare i cittadini senza poter essere condizionati. Preclude poi pure, come è ovvio, anche la possibilità, nelle pochissime testate dove c’è ancora, che chi produce informazione visiva venga assunto come giornalista.
    La sensibilità a questi fondamentali aspetti non deve essere una dote molto diffusa tra i foto redattori ” Personalmente - aveva detto per esempio la stessa Giovanna Calvenzi intervistata l’anno scorso da Della Bella di Fotografia&Informazione - trovo un fotografo di staff scomodo e troppo costoso per le esigenze del giornale”.
    Siete scomodi e troppo costosi, caro Anonimo 2009, per cui meglio che siate tutti fuori dalle redazioni, tutti free lance usa e getta, e molto duttili al tonfo dei compensi e pure a molto altro. E il Grin vorrebbe avere voce in capitolo nel Sindacato? Sindacalista di chi? Dei padroni del vapore?

  68. Un grazie ad Anonimo 2009 per l’informazione documentata con la quale ha cercato di aiutarci a capire meglio. Sono sempre più convinta anch’io che ci siano troppe cose che non quagliano nel pensiero Grin. Tirando le somme, le argomentazioni portate dai rappresentanti dei photoeditor , se avessero un fondamento giuridico corretto, sconfesserebbero pure in pieno il richiamo a direttori e redattori - citato nel pezzo scritto da Vergani - di Lorenzo Del Boca, presidente nazionale dell’Ordine, che, proprio per il suo ruolo, non è per certo da considerare l’ultima ruota del carro.
    “E’ un dovere di direttori e redattori - aveva ricordato Del Boca - aver sempre molto ben presente che lettori e telespettatori hanno diritto ad un’informazione visiva prodotta con quelle garanzie di correttezza e quelle assunzioni di responsabilità che possono essere assicurate solo da fotogiornalisti sottoposti alla disciplina dell’Ordine. Chi se ne dimentica, è in grave errore”.
    Dubito fortemente che Del Boca abbia parlato a vanvera scambiando fischi per fiaschi. E il Grin la pensi pure come vuole: nelle sue argomentazioni io continuo a vederci della gran confusione.
    Sempre per tirare le somme, sono invece un’altra faccenda le lagnanze di molti fotoreporter per le difficoltà che incontrano per entrare nell’elenco dei pubblicisti o per ottenere l’iscrizione d’ufficio al praticantato. Se non sono in regola, si informino a dovere e facciano in modo di esserlo prima di accusare gratuitamente l’Ordine. Se invece sono convinti di avere tutti i requisiti richiesti, facciano valere i propri diritti ricorrendo nel caso anche al Consiglio nazionale dell’Ordine che, nel suo ruolo di organismo giudicante d’appello, funziona anche in materia di iscrizioni. Lì , tra i giudici, troveranno pure Laura Incardona che magari, vista la sua sensibilità per il mondo del fotogiornalismo, potrebbe dar loro una mano anche solo ricordando al presidente Del Boca che per poter pretendere che venga attuato il suo richiamo a direttori e redattori riportato nell’articolo di Vergani , serve anche che l’Ordine faccia in modo di facilitare, e non di ostacolare, chi chiede di entrare a far parte dei suoi elenchi e porsi così tra chi ha i requisiti per garantire pienamente in prima persona quell’assunzione di responsabilità dovuta ai lettori anche sul fronte dell’etica professionale. In caso contrario, con elenchi dell’Albo nei quali i fotogiornalisti si dice siano una specie rarissima, anche le sue parole diventerebbero quasi una barzelletta.

  69. Non si può fare tutto.

    Si può dare un contributo ed è quello che il Grin in questi lunghi anni ha fatto. non riconoscerlo è sciocco e incauto. sciocco perché vuol dire non aver visto l’evoluzione di questa piccola associazione che ha radunato intorno a sé i photo editor, i redattori iconografici, i ricercatori, i free lance, i consulenti. Ha reso comune un lavoro che è fatto al 50% di passione. L’esistenza stessa del Grin ha consentito a chi aveva una curiosità fotografica: le ragazze stagiste nelle agenzie,i contratti a progetto nei giornali, le segretarie capitate nei dipartimenti fotografici per caso, i photo editor isolati nella loro redazione necrotica, di avere accesso alla “Fotografia” . Sì, quella con la F maiuscola. Quella che è visione del mondo, conoscenza dei fotografi, delle regole del mercato, approccio giornalistico, cultura storica, sapienza deIla testimonianza. Il Grin lo ha fatto in pillole. Con molta fatica, in incontri mordi e fuggi e in serate lunghe ed estenuanti. Ha inventato un premio, lo ha dedicato ad un maestro, ad un amante appassionato della fotografia. Ha contribuito al successo di alcuni e consolidato il successo di altri. Non sempre equo, si avvale di una giuria che cambia e di un presidente scelto a maggioranza dai membri del Grin stesso. Non sempre condivisibile. Io avrei fatto di meglio,siamo soliti pensare. Non è così. C’è di fronte un altro anno e un nuovo premio, i fotografi che si lamentano si facciano avanti. Questa antica litania è diventata insopportabile. nessuna preclusione, nessuna scelta aprioristica. Io ricevo tutti i fotografi che mi chiedono un appuntamento. quelli che arrivano con proposte scritte li leggo. Aiuto a fare editing da presentare ai premi o dove vogliono, anche se poi li vedo pubblicati altrove. Cerco di pagare i prezzi del mercato e di essere equa. Privilegio spudoratamente un fotografo che lavora da anni sull’India per commissionare un lavoro in India. Supporto un fotografo che ha un progetto a lungo termine se è nelle corde del giornale dove lavoro. Sperimento una sconosciuta che mi porta un lavoro fatto dietro l’angolo. Sono solo una photo editor che cerca di fare un giornale al tempo della crisi e con la grande confusione che c’è. Credo davvero che il Grin, non una sigla senza senso, ma persone con nomi e cognomi e con la loro storia professionale, abbia contribuito allo sviluppo e alla crescita della fotografia e dei fotografi in questo disastrato Paese. Come anticipato, non riconoscerlo è sciocco.
    Incauto, perchè cerca re il nemico vicino è semplice e meno faticoso del mettersi in discussione. ci sarebbe tanto da fare. I fotografi dovrebbero davvero migliorare, le agenzie non ne parliamo. I giornali e gli editori fanno il loro gioco. Incauto accusare e denigrare poiché si favorisce la pigrizia e l’indolenza e si evita comodamente di fare il proprio gioco.

    Teorema.

    Se non fosse un film di Pasolini e non mi ricordasse Il Teorema Calogero artefice del 7 aprile e acerrimo nemico di Toni Negri, la parola Teorema non ce la ricorderemmo più. Però evidentemente gli anonimi hanno tali reminiscenze ed ecco riapparire il Teorema. Questa volta è quello del famigerato Grin che “tira acqua al suo mulino” cioè viole che chi si occupa di fotografia abbia il contratto giornalistico. Ma guarda che carognaccia questo Grin! Ma ti pare? I photo editor giornalisti e i fotografi? Addirittura quella lenza di un Grin “preclude il contratto giornalistico ad altri che siano i photo editor. Un belzebù questo Grin.
    Per amor di chiarezza specifico che nei giornali la responsabilità è sempre del Direttore, non si può usare questo regola per incolpare i photo editor di un ruolo “leggero”. L’assunzione di responsabilità è proporzionale all’autorità che a sua volta, è purtroppo figlia del ruolo e di conseguenza dell’inquadramento sindacale.
    Non aggiungiamo esempi che non servono, davvero. Sappiamo i confini e i limiti dei ruoli. Col tempo lavoreremo, se ce lo lascerete fare, per migliorare la condizione della fotografia nell’editoria.

    Credo che la sfida più grande per il Grin in questi anni sia stata costruire un’identità di gruppo. Riconoscerci e farci riconoscere come una gruppo professionale.
    La fotografia patisce, arranca per vedersi riconosciuta come il testo e la grafica. Lo sappiamo tutti. E’ stata una strada in salita e non siamo ancora arrivati in cima.
    Il Grin fa quel che può. Lavora per costruire all’interno dello stesso un senso di appartenenza, un’identità. Lo trasferisce all’esterno affermando il diritto al riconoscimento. Ognuno faccia la sua parte verrebbe da dire agli anonimi e agli estranei. Occupatevi della vostro gruppo. Fate il gruppo fotografi, l’associazione fotoreporter, il circolo fotogiornalisti. Vedetevi, discutete, inventatevi una nuova identità se potete e chiedete aiuto. Il Grin ci sarà.

    Conclusione

    Temo che far diventare il Grin il Calvenzi pensiero sia riduttivo e strumentale. Cercate forse facile bersaglio da isolare? Manovra sciocca e molto semplice.
    ci vuole ben altro per trarci in inganno. Il Grin è un gruppo fatto di photo editor che hanno storie e competenze differenti e che da otto anni circa si inventa modi e strategie per stare in questo ondivago mondo editoriale.
    Ha aiutato giovani ragazze e reso solide carriere incerte; ha ridato vita a chi era fuori dal mercato con attività collaterali e ha indicato strumenti per affrontare la professione. Ha reso a tutti noi meno solitario il nostro fare.
    Giovanna Calvenzi è un’amica autorevole di grande esperienza. Noi Grin pensanti siamo grate di averla.
    Al prossimo anonimo, al prossimo sconosciuto, se stimolanti, personalmente non lesinerò i miei numerosi grinpensieri.

  70. Gentile Ferri
    Delle vostre storie professionali, non mettiamo in discussione nulla. Sebbene voi non lo sapete, molti di noi, pur non avendovi mai portati a cena, avendovi visto qualche volta in una redazione di un giornale o in qualche concorso o workshop, molti di noi dicevo, conoscono bene le persone con cui hanno a che fare.
    In merito al fatto che lei riceve chiunque per farsi mostrare le sue foto, mi permetta di dire che lei mente sapendo di farlo. Non solo mi è capitato personalmente di non essere ricevuto quanto mi mi ha scaricato alla sua assistente appena presentatomi al telefono.
    Che sia chiaro signora Ferri, a noi fotogiornalisti della vostra filosofia e del vostro pensiero Grin, o qualunque altro pensiero dotto associativo, sia esso di photoeditors o altro, poco ci importa. Quello che ci importa, è poter tirare avanti con i diritti che hanno tutti i lavoratori ed essere messi allo stesso livello, (che personalmente, sfido) di tutti quelli che abitualmente, agenzie o freelance, pubblicano sul suo o altrui giornale.
    Cordiali saluti

  71. Sentir parlare Renata Ferri e Giovanna Calvenzi mi fa venire le convulsioni. Persone impossibili da incontrare che favoriscono i loro amici ed ex datori di lavoro in modo sfacciato e vergognoso. I giornali dovrebbero astenersi dall’assumere ricercatori, parlare di picture editor è fuori luogo, provenienti da agenzie fotografiche.

  72. le parole sono pietre. è una citazione obbligatoria, vista la situazione.
    per evitare di sprecarne altre e per salvare dalla tentazione di usarle in modo improprio, suggerisco la preparazione di un bel portfolio e un bel giro di redazioni.
    io vedo sfacciatamente amici e non il giovedì.

  73. Il signor Pippo senza cognome mi associa (con mio estremo piacere) a Renata Ferri. Devo purtroppo confessare che ho vent’anni più di lei, non ho mai lavorato in un’agenzia fotografica, non ho mai fatto lavorare un mio ex datore di lavoro perché ho sempre e solo lavorato per scuole pubbliche o editori. Ceno spesso, confesso, con un fotografo in quanto l’ho sposato, ma è un fotografo che non lavora mai per i giornali nei quali lavoro o ho lavorato io. Ma ditemi voi: non è triste dover rispondere al signor Pippo in questi termini?
    Giovanna Calvenzi

  74. Premetto che non ho nulla da vendere né a Giovanna Calvenzi e tantomeno a Renata Ferri. Indi non entro in merito delle affermazioni, fondate o meno, di Pippo ed Ermanno. E’ chiaro però che dalle loro esplicite accuse esce un aspetto del ruolo professionale dei picture editor che fa riflettere sul loro grande potere all’interno di un mercato nel quale ogni anno girano centinaia di migliaia di euro. Grazia Neri, per esempio, ha chiuso perché il suo fatturato annuo è sceso, almeno da quanto si dice in giro, da circa dieci milioni di euro a cinque o sei. Grazia Neri, pur con tutta l’importanza che aveva, non deteneva però il monopolio del mercato. C’è Contrasto, ci sono La Presse, l’ex Olimpia, Corbis, Getty, Ansa, Afp, Roiter e decine di altre piccole aziende simili. Ci sono poi i padroncini e soprattutto una miriade senza fine di fotoreporter professionisti, occasionali o aspiranti tali. Non si può dare torto perciò a chi in questo blog ha parlato di poteri dei pictur editor. Il potere di acquisto, il potere di chiedere foto a tizio anziché a caio, il potere di commissionare a me anziché a te, il potere di decidere i compensi. Non sono roba da sottovalutare. Nei fatti ci sono sicuramente redattori fotografici che possono fare il bello e il cattivo tempo per fotografi e agenzie. Non tutti, ma certamente quelli piazzati nei giornali più importanti e più illustrati.
    Queste cose però sono argomenti di una realtà innegabile ma che non ha molto a che vedere con il tema sul quale il Grin all’inizio dell’estate ha deciso di aprire le danze di questo blog sulla realtà denunciata nell’articolo di Vergani dopo il richiamo fatto dal presidente dell’Ordine nazionale, Lorenzo Del Boca.
    E’ giusto o sbagliato che nelle redazioni conta zero se l’informazione fotogiornalistica sia prodotta da chi non è Odg? Se non sbaglio, l’interrogativo era questo. Giovanna Calvenzi, Laura Incardona e il Grin hanno dato, in modo abbastanza omogeneo, delle risposte. Giuste o sbagliate non spetta a me dirlo anche se, leggendo alcuni commenti piuttosto documentati, credo anch’io che l’abbiano fatta un po’ facile, pensando più che altro a giustificare la leggerezza, nel premio Ponchielli, di considerare fotogiornalista chiunque abbia loro presentato lavori a loro giudizio meritevoli di grande interesse. Dettaglio, mi sembra comunque, assolutamente marginale al problema vero.
    Renata Ferri invece ci ha parlato di tutt’altro. Di quanto è “santa” lei e di come il Grin sia un’associazione impegnata a far conoscere la fotografia con la F maiuscola pure alle segretarie capitate per caso nei dipartimenti fotografici dei giornali. Ha ragione Ermanno quando dice che queste cose c’entrano come un fico secco col problema del diritto dei cittadini di sapere come fare il culo, scusate il termine decisamente volgare ma lo uso per dare meglio l’idea, all’autore del misfatto quando dietro una foto che viene loro propinata c’è un taroccamento della realtà sostanziale dei fatti, una commistione tra propaganda e informazione, una violazione alla privacy o qualsiasi altro illecito condannato dalla deontologia del giornalismo e commesso da chi non è tra i soggetti sottoposti alle regole professionali perché non appartenente all’Ordine.
    E’ un problema, mi pare, che tra le altre cose non riguarda solo il giornalismo per immagini. I non iscritti Odg, e persino gli espulsi Odg come il Renato Farina citato dalla Incardona, oggi sono una colonna portante in molti media. Collaboratori che spesso sono disposti al quasi gratis. Fatto che dovrebbe far riflettere sui perché di questa loro propensione. Appassionati disposti a tutto? Aspiranti alla conquista di tempi migliori ? Infiltrati al servizio di interessi che mandano a remengo il dovere di ogni giornalista di operare senza condizionamenti?
    Tornate a parlare di questo e farete un servizio ai colleghi e pure a chi compra e legge i giornali.
    Meriti e demeriti e accuse e difese del ruolo di “ufficio acquisti” dei picture editor sono certamente un altro tema importante. Più che parlarne tra noi però, chi crede di poter accusare a ragion veduta, segnali quelli che ritiene dei misfatti ai direttori, e pure agli editori, di chi antepone possibili affari propri all’interesse delle aziende per le quali lavora. Qui la deontologia, se non sbaglio, viene dopo ai doveri di lealtà dovuti al proprio datore di lavoro.

  75. cari tutti,

    credo che sia tempo di programmare un incontro pubblico per discutere la polemica relativa ai fotografi odg.
    io non ne ho parlato perché sono intervenuta in una fase del dibattito in cui si era già all’offesa e alla denigrazione.
    penso che vista la portata e la durata della discussione sia necessario fare un incontro e relativo chiarimento pubblico, possibilmente nel luogo deputato che è il circolo della stampa.
    offese, insulti, volgarità, banalità diffuse lasciano il tempo che trovano e da me, non lo trovano.
    gli anonimi, i nomignoli, i siglati e i nomi in codice hanno una straordinaria occasione: parlare e ascoltare.

  76. Renata Ferri ha ragione sul fatto che “offese, insulti, volgarità, banalità diffuse lasciano il tempo che trovano”. Mi stupisce però che questa sua apprezzabile sensibilità venga a galla solo ora dopo essere finita lei stessa, in primissima persona, nel mirino delle accuse di Pippo e di Ermanno. ” Offese, insulti, volgarità e banalità diffuse” si sono sprecate e hanno qualificato alla grande questo blog sin dalle sue prime battute. Aggravate poi da esternazioni con punte di ignoranza della materia da far rabbrividire anche il più impreparato dei giornalisti. Allora era tutto ok?
    Incontro pubblico? Ma per discutere su cosa?
    Del fatto che quando si scrive “giornalista italiano”, o “fotogiornalista” nel caso specifico, se il club non è del genere dopolavoro delle ferrovie etnee, vuol dire che si sta indicando un soggetto che come minimo deve essere per legge iscritto Odg? Qui le parole le ha già scritte nella pietra il Parlamento della Repubblica italiana.
    Oppure volete far dibattere sul ruolo di “garanti” del rispetto dell’etica professionale ( imposta pure lei dal Parlamento ) dei redattori iconografici nei confronti dei cittadini ? Ma, per favore! L’unico garante è l’Ordine dei giornalisti, inventato, appunto dal Parlamento, per fare il culo ( volgarità che copio e incollo da Niko Ics ) ai giornalisti che imbrogliano, direttori compresi.
    Studiare, please!
    Tutto questo cancan di blablabla sarebbe stato sicuramente evitato se il Grin, consapevole della mission del suo premio, si fosse posto in partenza dei dubbi sulla ambiguità e la correttezza dell’uso della definizione “fotogiornalisti italiani” e , come hanno già fatto notare in metà di mille, avesse scritto nel suo bando qualche cosa di più generico anche se meno altisonante. Di alternative legittime ce ne sono, non a bizzeffe, ma comunque a sufficienza.
    Morale della favola: care gringirls, ammettere la svista e cospargervi una manciata di cenere nei capelli non vi scaverà la fossa anche perché , lasciando a Pippo le sue convinzioni decisamente gratuite, molte di voi sono delle grandi professioniste del photoediting non solo in quanto a fotogiornalismo. Forse vi sono un po’ “ostiche”, come ha detto la Laura Incardona, le regole del giornalismo. Però, errare - si diceva anche nelle taverne dalle mie parti un paio di millenni fa - humanum est. E’ perseverare arrampicandovi sui vetri che può essere più che “diabolicum” uno sputtanamento “ad vitam aeternam”.
    Evviva il latinorum e gli “anonymous” ( in inglese ) che, cara la mia Ferri, sono il sale, il pepe e pure la libertà dei marchingegni che ci ha regalato il selvaggio mondo del web.
    Selvaggio e spietato. Lo sa chiunque è consapevole di tutti i pregi, i rischi e i difetti del convocare il mondo intero a dire la sua nell’arena di un blog. Il grinpensiero non ne ha tenuto conto? Guardatevi allo specchio e recitate, anche non cristianamente, un bel “mea culpa”.

  77. Dice molto bene Anonimous. Il Grin, anzichè far polemiche contro l’Odg, cambi nel suo bando quel “riservato ai fotogiornalisti italiani”. Continuerà così a premiare chi meglio gli aggrada senza che nessuno potrà più ritenere il suo concorso un premio per fotografi giornalisti e portarlo così come esempio del fenomeno fatto presente da Vergani. Per il resto, dopo un po’ di cenere tra i capelli per l’autoinvestitura di garanti per le violazioni di terzi alla deontologia, meglio lasciare la materia sul
    ” tutti collaboratori di giornali grazie all’art.21 della Costituzione” a chi ha i denti per masticarla bene. Morta là.
    Renata Mistice

  78. Interessante discussione, lasciando perdere i cazzeggi, le esternazioni da somari patentati su Ordine dei giornalisti e le sue regole, il grinpensiero, le accuse e le offese.
    C’è però un aspetto che nessuno ha affrontato. C’è un problema morale di fondo. Riguarda fino a che punto sia giusto, nel pieno di una crisi che sta annientando la professione di fotoreporter, invogliare nuove leve verso la scelta di questo lavoro senza grandi speranze. I fotografi che si occupano di giornalismo non ce la fanno più a vivere del loro lavoro. Troppa gente è attorno a un osso che lascia alla fame, o , usando un eufemismo, nella totale precarietà anche chi aveva assodato negli anni certezze di aver trovato una professione che gli permetteva di viverci. Cause: la caduta inarrestabile delle tariffe ( siamo sotto ai listini Gadef di quasi 20 anni fa ), azzeramento dei commissionati con regole professionali nel minimo della decenza, pagamenti con tempi sempre più biblici e tutto l’altro che chi fa questa professione conosce bene.
    L’interrogativo perciò è sul fatto se davvero sia un titolo di merito che chi sta nelle redazioni, come i soci Grin che hanno scritto qui, siano impegnati nella ricerca e nella valorizzazione di nuovi talenti da inserire in un mercato del lavoro che non è più in grado di assicurare un futuro a nessuno. Premi, come ha scritto Giovanna Calvenzi,
    per aiutare fotografi emergenti, oppure costosissime scuole per la formazione di nuovi fotoreporter dove insegnano, probabilmente ben remunerati, fotografi di fama e photoeditor blasonati, hanno un senso o sono invece solo strumenti per alimentare illusioni con l’aggravante di portare sul mercato nuove forze lavoro disposte, pur di emergere, a condizioni che ne alimentano direttamente lo scardinamento?
    Esprimere giudizi è davvero difficile. Da una parte c’è chi viveva di questo lavoro ed ora è nella crisi più nera. Dall’altra ci sono giovani che rappresentano giustamente il ricambio generazionale ma che purtroppo, anche se potrebbero essere, o anche se sono, degli autentici talenti difficilmente potranno trovare, al di là di successi effimeri come un premio, una pubblicazione eccellente o una mostra, riscontri economici continuativi per impostare un futuro professionale sereno.
    Venendo al dunque, fino a che punto è giusto dare vita o collaborare a vere e proprie fabbriche di illusioni? Vogliamo dirlo chiaro e tondo che nel fotogiornalismo la trippa per gatti è finita. Responsabilità deontologiche e tutto il resto sono una realtà da non dimenticare, ma a monte c’è una professione sempre meno possibile, dentro o fuori dalle regole del giornalismo. Non credete che forse, per onestà, sarebbe giusto dire, anche a chi ha talento, di investire, pensando alla professione della vita, su altro ?

  79. caro realista,

    lei ha ragione da vendere ma temo che il suo discorso sia universale. riguarda molti ambiti professionali e non solo quello del fotogiornalismo.
    il grin non vende illusioni, non vende proprio nulla. tenta di dare visibilità alle produzioni fotografiche, sostiene nel suo piccolo dei progetti e, opinione personalissima, aiuta noi photo editor a crescere, a scambiare idee, a conoscere un po’ di più il mondo della fotografia.
    Non penso che stiamo costruendo una fabbrica di illusioni, sono certa del fatto che scambiamo consapevolezza e conoscenza per essere e rendere più consapevoli e capaci di stare a galla nelle sabbie mobili del mercato del lavoro e nel panorama editoriale italiano.
    E’ un momento di transizione, vecchi committenti arrancano ma nascono nuove opportunità, nuovi media e la fotografia è sempre più necessaria.
    Per questo è ancor più indispensabile farla bene ed essere capaci di mettersi in gioco.
    Per onestà, caro/a realista, credo sia giusto supportare il talento, incoraggiare i progetti, mettersi in discussione, rispondere nei blog, affrontare i dibattiti, cambiare idea, cambiare prospettiva. Almeno provarci.

  80. Cara Renata Ferri,
    trovo molto sensato tutto quello che lei ( ma dobbiamo proprio darci del lei ? ) scrive a proposito dell’impegno Grin sul fronte della crescita di tutte quelle figure professionali che, dentro i giornali, si occupano di giornalismo visivo. Qui non ci piove.
    Le mie riflessioni riguardavano però, utilizzando una definizione che non amo, i produttori delle immagini. Giusto tutto quello che lei scrive sul sapersi mettere in discussione e sapersi adeguare qualitativamente e tecnicamente alle nuove opportunità. Giustissimo soprattutto il fatto che i media di natura giornalistica oggi più che mai hanno moltiplicato, con tutti i loro nuovi orizzonti multimediali, il fabbisogno di informazione fotografica. Giusto pure, anche se lei probabilmente non ne ha accennato dandolo per scontato, che la qualità delle produzioni italiane sta facendo rimarchevoli salti in avanti.
    Tutto questo però, e qui sta il problema, non trova nessunissimo riscontro che giustifichi a livello economico gli investimenti che deve sostenere chi si occupa di fotogiornalismo. Soprattutto se pensiamo a reportage -chiamiamoli così - d’approfondimento. Aspetto che è inutile esporle visto che, come lei stessa ha scritto, tra i suoi compiti di photo editor c’è pure quello di stabilire i compensi e le tariffe.
    Domande semplici :
    - che futuro hanno nel mercato concreto del lavoro i talenti italiani, e credo che ne siano davvero tanti, che investono le loro energie, le loro doti, le loro competenze e, qui sta il problema numero uno, i loro quattrini in produzioni che, anche se fanno felici tutti gli utilizzatori finali - Berlusca non c’entra - di immagini e chi assegna premi e riconoscimenti , tireranno i loro bilanci in perdita drammatica perché, salvo miracoli, non c’è quasi mai alcuna proporzione positiva tra costi e ricavi ?
    - quanti sono i fotoreporter ai quali il mercato italiano, assieme pure a quello internazionale, è in grado di assicurare un futuro professionale senza gravissime incertezze?
    - quanti sono i fotografi impegnati su progetti giornalistici a lungo termine che riescono a portarli avanti unicamente coi ritorni economici della loro professione senza cedere a sponsorizzazioni e conseguenti commistioni di interessi?
    - in questo momento di transizione, come dice lei, come ci si può mettere, o rimettere, in gioco e sfruttare le nuove opportunità, se alla resa dei conti, i conti, ripetizione rafforzativa, non quadrano?
    - il fotogiornalismo con la F maiuscola evocato da lei in un suo post è destinato ad essere una possibilità solo per talenti con il vantaggio di poter lavorare in perdita, dotati cioè di capitali propri coi quali finanziare in perdita una attività mirata, anziché a produrre reddito, a dare risultati basati su valori professionali piuttosto anomali ?
    Questo senza entrare nel merito del fotogiornalismo di tutti i giorni che, partendo dalla stretta attualità delle periferie sino agli avvenimenti sotto i riflettori del mondo intero, rappresenta lo zoccolo più essenziale dell’informazione fotogiornalistica che i lettori si aspettano dai media e dove, con la caduta dei compensi e la esternalizzazione del lavoro, la crisi è gravissima: se va bene, ci si campa a stento.
    Nell’utopia delle speranze sono d’accordo con lei, ma, nella dura realtà di tutti i giorni, finché il momento di transizione non tornerà a pagare il giusto, resto con tutti i miei dubbi sulla moralità, e pure sulle responsabilità, delle fabbriche di illusioni. E’ una realtà, tra le altre cose, che come giustamente ha accennato anche lei, non riguarda solo il giornalismo visivo. Gli stessi miei interrogativi sul fotogiornalismo, vengono posti da anni su tutto il giornalismo e in particolare sulle scuole riconosciute dall’Odg che ogni anno sfornano centinaia di professionisti destinati ad essere disoccupati in eterno ancora prima di avere avuto una loro primo impiego.
    Buon Natale a tutti.

  81. Carissimi, vedo che il dibattito si è spento. E’ un peccato perché stava diventando sempre più interessante e , sicuramente per me, anche molto istruttivo. Il Grin potrebbe fare in modo di ridargli un po’ di vita?
    Giak

  82. … “un’informazione …… prodotta con quelle garanzie di correttezza e responsabilità che possono essere assicurate sino in fondo solo da ….giornalisti sottoposti al rispetto della deontologia e della disciplina professionale”.
    (Omissioni mie, esercitate per rendere più generale il senso dell’affermazione).

    Tutto ciò che è stato scritto e commentato in questo post, alla luce di quello che è successo al TG1 nei giorni precedenti (ma non solo), non ha improvvisamente perso senso ?
    La gravità dell’accaduto, non è tale da rendere superflua l’appartenenza all’ordine ? E non parlo solo dei foto-giornalisti.
    Ma da quando l’appartenenza ad un gruppo assicura la statura morale o la deontologia del singolo individuo ?

  83. mi sembra doveroso informarvi che la notte scorsa è morto Amedeo Vergani, presidente Gsgiv dell’Associazione Lombarda Giornalisti. il fotogiornalismo italiano perde un maestro. Condoglianze alla famiglia Vergani

  84. Ciao Amedeo. Grazie di tutto. Mi mancheranno la tua professionalità e la tua amicizia.

  85. Ricordare un collega e’ sempre difficile ancora di piu’ se il collega e’ tuo amico da tanti anni…
    L’altra notte ci ha lasciato un grande fotogiornalista: Amedeo Vergani

    Amedeo era Presidente del Gsgiv dell’Alg e in questi anni ha speso il suo tempo al servizio dei colleghi.
    In tanti l’abbiamo conosciuto e in tanti abbiamo avuto bisogno di lui; non si e’ mai negato a nessuno, ha sempre cercato di aiutare gli altri e ha sempre avuto un sorriso per tutti.

    Ci mancheranno le sue parole, i suoi racconti e ci manchera’ quel suo sarcasmo che lo contraddistingueva.
    Ciao Amedeo grazie per tutto ci mancherai!!
    Mario

  86. Non credo che Amedeo volesse essere ricordato qui, in questo blog. Quanti lo hanno conosciuto, e lo conoscono, sanno perfettamente quanto si sia speso per la causa del Grin, e basta leggere attentamente i messaggi in questo blog per sapere quanto il Grin stimasse Amedeo. Basta leggere i messaggi qui sopra per capire che Amedeo era scomodo perchè diceva la verità. Qui in questo blog Amedeo è stato aggredito e sputtanato, qualcuno l’ha fatto pure privatamente, e lo hanno fatto pure in altre occasioni, prendendolo pure a male parole. Per favore, se veramente lo avete conosciuto e stimato, il silenzio, soprattutto qui, è l’unica cosa che Amedeo avrebbe voluto. Grazie.

  87. Mi spiace che Ermanno debba tentare di rovinare anche i ricordi sinceri. Credo Amedeo fosse più intelligente di quanto Ermanno suppone. E se Ermanno avesse letto con attenzione si sarebbe accorto che nessuno e ripeto nessuno del GRIN ha detto nulla di scorretto nei suoi confronti. Ho sempre avuto con lui scambi di idee all’insegna della stima e personalmente ho sempre considerato prezioso il suo lavoro. So perfettamente quanto si sia speso per il Grin e so che ha avuto dei diverbi con un presidente che non lo è più da oltre sette anni. Non è Ermanno che può decidere i silenzi. E ricondo Amedeo, qui e altrove, con enorme stima e tanto affetto.
    Giovanna

  88. A nome di tutto il GRIN
    Il Grin ha sempre stimato Amedeo per la sua onestà , il suo impegno e la sua tenacia. E anche per la sua vis polemica accesa e appassionata. Lo vogliamo ricordare così e porgiamo alla sua famiglia le più sentite condoglianze

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