Premio Ponchielli 2009

Sulle gradinate del teatro della Fondazione Arnaldo Pomodoro il 10 giugno alle 21,30 c’erano 150 persone, una piccola folla di fotografi, photo editor, critici e appassionati di fotografia, tutti in attesa della proclamazione del vincitore della sesta edizione del Premio Amilcare G. Ponchielli. Dopo la proiezione dei 15 progetti fotografici entrati in finale (quest’anno il GRIN ha ricevuto 140 lavori, 40 in più rispetto all’anno scorso) Paolo Pietroni, Presidente della giuria di quest’anno, ha catturato in un attimo la platea con il suo stile carismatico. E ha commosso tanti quando ha ricordato la personalità e la sensibilità acuta per la fotografia di Amilcare Ponchielli. Si deve proprio a Pietroni l’introduzione della figura del photo editor in Italia e, quando era direttore di AMICA, il primo photo editor che ha nominato è stato proprio Ponchielli. Poi ha descritto i criteri di scelta che hanno espresso i giurati nella riunione del 20 maggio dove erano presenti Walter Guadagnini, presidente della commissione scientifica UniCredit & Art, Valeria Moreschi, responsabile Gallerie fotografiche FNAC, Toni Thorimbert , fotografo, Mariuccia Stiffoni Ponchielli, Paola Brivio, Laura Incardona e Simona Ongarelli. E ha proclamato il vincitore del premio Amilcare Ponchielli 2009, i due autori segnalati e il libro fotografico motivando ogni scelta. Valeria Moreschi ha sottolineato l’importanza di questo premio che ogni anno acquista più attenzione e apre un dialogo sempre più vasto sulla fotografia anche attraverso le mostre dei vincitori esposte in galleria. Marco Fioravanti, in rappresentanza di UniCredit & Art, partnership del GRIN con il premio d’acquisto di 5000 euro per il vincitore, ha spiegato la ricchezza della collezione del Gruppo, una raccolta estesa e internazionale che comprende l’arte di tutti i tempi con una particolare attenzione al linguaggio fotografico contemporaneo. Toni Thorimbert ha parlato dell’alta qualità di tutti i lavori, tanti progetti che hanno fatto pensare e riflettere sulla valenza odierna della fotografia italiana.
La serata si conclusa con un brindisi offerto da Gianluca Bisol, che da tempo, per gli eventi del GRIN, offre il suo squisito Prosecco, prodotto nelle terre di Valdobbiadene. E con un brindisi virtuale si sono uniti al pubblico presente, nelle foto proiettate sullo schermo del teatro e scattate sui tetti di Parigi, Martina Bacigalupo, la vincitrice di quest’anno e Paolo Woods, vincitore dell’anno scorso e, come consuetudine del premio istituito dal GRIN, Paolo ha donato a Martina una sua fotografia.

Progetto vincitore:

Martina Bacigalupo

Umumalayika


Primo segnalato:

Daniele Tamagni

Congo Dandies


Secondo segnalato:

Sirio Magnabosco

Giappone


Il libro dell’anno:

Sent a letter

di Dayanita Singh

Lettera di Martina Bacigalupo

Paolo Woods, vincitore della scorsa edizione, ha consegnato, come è consuetudine del premio Ponchielli, una sua foto a Martina Bacigalupo. Eccoli, fotografati da Kai Wiedenhoefer sui tetti di Parigi.

Era tanto che non vedevo Francine. La sua assistente qualche settimana fa ha deciso di andarsene e lei è dovuta partire sulle colline a cercarne un’altra. E’ tornata l’altro giorno dopo quasi un mese e sono andata a trovarla. Volevo salutarla e mostrarle il libretto che il Centro Culturale Francese di Bujumbura ha pubblicato sulla sua mostra. Francine è sbucata dall’angolo con il suo pagne colorato, bella coi capelli bagnati dalla doccia, correndomi incontro, festosa. Per la prima volta mi sono resa conto dell’intimità che abbiamo costruito in questi mesi e dell’affetto che ne è nato. Questo mi fa sentire, infine, legittimata a fotografarla, senza paura di invadere il suo spazio o di sfruttare la sua storia. La sua fiducia oggi mi permette di portare la fotografia là dove qualche tempo fa non avrei osato.

Quando le ho chiesto cosa ha provato quando siamo andate al lago, quando è entrata nell’acqua, mi ha detto:

Bwari ubwa mbere nshika  ku kiyaga.
Maze kwinjira mu mazi, numvise nuzuye umunezero.
Naho nashikiwe n’ivyago nkaba ndi ikimuga, narumvise ko nshobora kubaho nk’abandi.
Ko vyose bishoboka

Era la mia prima volta al lago.
Una volta dentro l’acqua, mi sono sentita felice.
Ho sentito che, aldilà della mia situazione, posso anche io essere come tutti.
Ho sentito che tutto è possible.

Per l’autonomia di Francine, dunque. Perchè possa vivere la sua realtà e la sua vita pienamente, attraverso e aldilà della sua mutilazione. Per portarla aldilà di quel quotidiano, con un appoggio concreto, dove i problemi si arginano e i limiti diminuiscono. E poi per portarla aldilà, altrove, attraverso la fotografia, dove i limiti sono infranti.

Ringrazio enormemente la giuria del Premio Ponchielli, questa sera, per essere il primo vero sostegno del progetto, per permettere che tutto possa veramente essere possible.

(Un ringraziamento speciale per avere premiato Paolo Woods l’anno scorso, permettendomi infine di incontrarlo – e di un incontro cosi speciale !!)

Con grande gioia.
Martina

Progetto vincitore:

MARTINA BACIGALUPO

UMUMALAYIKA

La giuria assegna il premio a Martina Bacigalupo, nata nel 1978 a Genova, per il progetto fotografico intitolato Umumalayika (in lingua swahili significa Angelo). Martina ci racconta il presente di Francine, una donna africana del Burundi straziata dall’orrendo delitto di suo marito che a colpi di machete le ha tagliato ambedue le braccia. Il racconto disegnato dall’obiettivo di Martina si svolge su due piani contrapposti: le immagini in bianco e nero rappresentano con crudezza ciò che Francine è nella nuda realtà di ogni ora del giorno; le immagini a colori esprimono con leggerezza ciò che Francine è nei sogni che l’accompagnano e l’aiutano ad amare la vita ancora, per sempre, nonostante tutto. Non sta in questo drammatico gioco la motivazione prima del premio assegnato dalla giuria. Sta piuttosto nel filo di Arianna tra il mondo reale e il mondo onirico che Martina ha saputo cogliere e fissare con intensa forza espressiva nei ritratti di Francine: proprio nello sguardo di questa donna c’è questo filo, nei suoi occhi che ci guardano direttamente e ci coinvolgono e ci sconvolgono e ci trascinano dal bianco-e-nero ai colori fino a sentirci insieme con lei umumalayika, angeli tra gli angeli accanto all’angelo Francine.

© Martina Bacigalupo

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Primo segnalato:

DANIELE TAMAGNI

CONGO DANDIES

La prima menzione della giuria va a Daniele Tamagni, nato nel 1975 a Milano, per il suo progetto intitolato Congo Dandies. Tamagni ci conduce tra i sapeurs di Bacongo, quartiere storico di Brazzaville, capitale del Congo, oltre che tra i sapeurs trapiantati a Parigi e Londra. I sapeurs hanno il culto dell’eleganza, del vestire, dell’apparire come atto di volontà e di ribellione per non essere quello che i pregiudizi e gli stereotipi li obbligano a essere. E realizzano questa metamorfosi attraverso uno stile che hanno in parte rubato a Londra e a Parigi ma hanno reinventato in modi e colori e forme del tutto originali. In questi ritratti di Tamagni c’è una sinfonia di colori e di suoni dove le immagini sembrano davvero uscire accompagnate dai suoni di strumenti musicali. Non è casuale che molti tra i sapeurs da lui fotografati, abbiano legami stretti con il mondo dello spettacolo, della canzone e della musica in particolare. Qui sta la forza e insieme la necessità di una fotografia a colori che disegna un’armonia unica, nell’antica Africa, dove il passato spinge il presente verso il futuro.

© Daniele Tamagni

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Secondo segnalato:

SIRIO MAGNABOSCO

GIAPPONE

La seconda menzione della giuria va a Sirio Magnabosco, nato nel 1982 a Verona, per il suo progetto intitolato Giappone. “Il mio lavoro”, dice Sirio Magnabosco, “vuole considerare la realtà interiore in relazione con lo spazio e il tempo. Fotografo quei rari momenti in cui persone sconosciute sembrano essere più in se stesse che nell’ambiente che le circonda…”. Questa è davvero una sfida difficile, ma è soprattutto, secondo la giuria, un’idea finalmente nuova nel percorso della fotografia contemporanea, dove tutto o quasi tutto è già stato calpestato ieri e l’altro ieri, dove dire qualcosa di nuovo sembra spesso un’impresa vana. La cultura giapponese più di altre culture si è dedicata a esplorare la dimensione della solitudine individuale, specialmente sui territori della letteratura e del cinema. Questo inizio di discorso che Magnabosco per primo fa nel fotografare l’infotografabile, introducendo l’obiettivo nel mondo sotterraneo dell’introspezione (non solo dentro il soggetto fotografato, ma anche dentro noi che guardiamo quel soggetto), ci è sembrata un’avventura che merita di essere incoraggiata e sperimentata fino in fondo.

© Sirio Magnabosco

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Il riconoscimento per il libro più interessante edito nel 2007-2008 è stato attribuito a SENT A LETTER di Dayanita Singh pubblicato nel 2007 dall’editore tedesco STEIDL.
SENT A LETTER è un vero progetto editoriale e presenta le immagini della fotografa indiana raccolte in sette piccoli e raffinatisisimi libri.

Dayanita Singh, Sent a letter. STEIDI 2007