Premio Ponchielli 2016

Luca Dini, direttore di Vanity Fair e Presidente della giuria della 13° edizione del Premio Ponchielli ha mandato al GRIN le motivazioni dei quattro premiati di quest’anno (un vincitore e tre menzionati ex aequo) insieme al suo discorso pronunciato nella serata della proclamazione dei risultati del Premio, da Forma Meravigli. E vogliamo condividerlo con tutti perché è una riflessione profonda e attuale sul valore del lavoro dei fotografi e dei photo editor.

“Quando sono diventato direttore, ormai dieci anni fa, una cosa sentivo dire: di quello che succede all’estero agli  italiani non frega più niente.

Sono felice di poter dire che tutti i quattro premiati di questa sera vincono per un lavoro realizzato all’estero.

Sono felice di poter dire che tutti i quattro premiati di questa sera hanno lavorato e lavorano per Vanity Fair.

Sono felice di poter dire che ho guardato le foto senza sapere di chi erano, e ho scelto fotografi che hanno lavorato e lavorano per Vanity Fair. E comunque devo aggiungere che anche molti degli altri in concorso, la maggior parte direi, ha lavorato e lavora per Vanity Fair. Perché a Vanity Fair siamo orgogliosi di essere uno dei pochi giornali che ancora fa lavorare i fotoreporter.

Non ho avuto la fortuna di conoscere, se non incrociandolo nei corridoi di Rcs, Gianni Amilcare Ponchielli. Però vi sono grato per avermi voluto qui, stasera. Perché ho sempre considerato fondamentale il lavoro del photo editor. E colgo l’occasione per ringraziare la sorte di avermi messo in rotta di collisione con il photo editor migliore che c’è, Marco Finazzi.

L’esistenza dei quotidiani è messa in discussione da un’informazione digitale che rende sempre meno rilevante la capacità di dare una notizia la mattina.

Quello che salverà noi periodici è anche e proprio la fotografia, la capacità – che il digitale non ha ancora saputo eguagliare – di farti fermare, emozionare, identificare.

Identificare è la mia parola d’ordine. Detesto la stanca abitudine dei magazine italiani di comprare un bel reportage e scriverci sopra un testo a tavolino, che poco o niente ha a che vedere con quello che le immagini mostrano. Perché la fotografia salverà noi periodici. Ma ci salverà solo se avremo il coraggio di continuare a mandare in giro per il mondo giornalisti che scattano insieme a giornalisti che scrivono. Solo se avremo la voglia di far vedere il volto delle persone di cui raccontiamo le storie, e raccontare le storie delle persone di cui mostriamo il volto. Perché è vero che agli italiani, in astratto, non frega nulla di quello che succede all’estero, e anche in Italia. Ma gliene frega se scatta il meccanismo di identificazione. Se iniziano a pensare che quella persona potrebbe essere mia madre, mio figlio, mia sorella, mio cugino. Potrei essere io.

Giulio Piscitelli – che molto coerentemente stasera non è qui, perché non è questo il suo posto – ha scattato per noi uno dei lavori di cui sono più fiero. Un viaggio a ritroso sulla pista dei migranti. Da Lampedusa alla Libia al Sahara al Sudan all’Eritrea. Imma Vitelli ha raccontato storie pazzesche. Ma guardare negli occhi un profugo che pensava di essere condannato a morire nel Sahara, e che sta bevendo il primo sorso d’acqua da giorni, ha una forza che difficilmente a parole si può rendere.

Giulio Di Sturco – in assoluto quello che più ha lavorato per noi – è i nostri occhi sull’Asia. Ci ha aiutato a raccontare storie pazzesche. Molto spesso in coppia proprio con Imma Vitelli, ci ha portato a Milano il Tibet e il Bangladesh, la Birmania e la Thailandia e l’India e tanto altro ancora.

Gabriele Micalizzi ha fotografato per noi i senzatetto di Milano. E ha mostrato la stessa capacità di essere in presa diretta scattando in Libia foto sconvolgenti che ci mostrano come la guerra non avvenga negli hotel dove dormono i corrispondenti e gli inviati. Non a caso Andy Rocchelli era suo amico e socio.

E Simona Ghizzoni – di cui ricordo su Vanity Fair uno splendido reportage sulle donne maltrattate in Italia – è la dimostrazione vivente di come uno sguardo femminile sappia colorare di empatia e sensibilità diversa anche un mondo difficilissimo da raccontare, quello delle mutilazioni  genitali.

 

Ringrazio il Gruppo Redattori Iconografici Nazionale per avermi voluto qui. Ringrazio tutti quelli che hanno collaborato e collaborano per rendere possibile il premio Amilcare Ponchielli.

Ne approfitto per ricordare Andy Rocchelli, e quelli che si sono sacrificati per portarci un pezzettino di mondo. Sono soprattutto loro che rendono  degno il nostro lavoro”.

Progetto vincitore:

GIULIO PISCITELLI

FROM THERE TO HERE

L’immigrazione verso l’Europa è un fenomeno che si è intensificato in maniera esponenziale soprattutto in seguito allo scoppio delle cosiddette primavere arabe, che hanno ulteriormente reso instabili i territori di passaggio o provenienza di migliaia di persone.

Circondato da guerre ed instabilità, che in parte sono il risultato di precedenti ed attuali politiche occidentali, il vecchio continente ha l’importante compito di accogliere coloro che cercano un luogo sicuro dove vivere.

Tuttavia, questo aumento di flussi migratori non è andato di pari passo con lo sviluppo di adeguate politiche per la gestione del fenomeno. Negli ultimi anni, l’Europa ha reagito intensificando i controlli alle frontiere, espellendo i migranti, ergendo muri o non semplificando i processi per l’ottenimento di regolari documenti; un approccio che spesso non ha preso in considerazione il diritto umano fondamentale di cercare una vita migliore.

Il lavoro di documentazione della crisi migratoria in Europa iniziato nel 2010, ha abbracciato molti dei paesi interessati da questo fenomeno, in particolare quelli che rappresentano le porte dell’Europa, quelli che sono luoghi di  passaggio per i flussi migratori; ma ha anche raccontato  la vita di alcune delle comunità straniere sullo stesso territorio Europeo;  perché gli arrivi di migranti sulle nostre coste sono solo la parte più evidente di una crisi ed una negazione dei diritti delle persone, che rischia di creare una società con enormi disparità dovute alle difficoltà di accesso alla cittadinanza, unica e vera possibilità per gli individui di essere parte integrante e partecipativa di una comunità.

L’intento del progetto è quello di creare un archivio visivo di questo periodo storico e di questo importante fenomeno, che sempre di più rappresenta la conseguenza naturale degli sconvolgimenti creati nei paesi di provenienza di migliaia di persone; ed è inoltre una importante metafora del nostro mondo e delle sue disuguaglianze.

Le modalità di arrivo ed accoglienza dei migranti e dei rifugiati in Europa, dimostra che nella nostra società, il diritto alla libertà di movimento e il diritto ad avere una vita normale non è lo stesso per tutti, e dimostra in parte come la nostra società, attraverso queste disuguaglianze, cerca per preservare i propri privilegi.

© Giulio Piscitelli

Progetto segnalato:

GIULIO DI STURCO

GANGE: DEATH OF A RIVER

Tutto sta accadendo allo stesso momento  lungo il Gange con l’8 % della popolazione mondiale risiede lungo le sue rive . Il cambiamento climatico è visibile con lo scioglimento dei ghiacciai sulle vette dell’ Himalaya , il livello del mare si alza e minaccia di sommergere le coste formate dai Sundarbans ; la salinizzazione dei terreni provoca danni irreversibili per l’ecologia fragile lungo il corso del fiume . Le dighe sono state costruite a scapito del fiume e delle comunità che vivono sulle sue rive . L’ inquinamento costante delle acque con rifiuti , industriali , chimici e biologici rende la malattia e la morte un richiamo costante e spesso casuale della nostra fragilità.

Il Gange è fondamentale per la vita quotidiana e spirituale del popolo Indiano ,    le acque danno loro immensa ricchezza spirituale , ma l’avidità urgente di prosperare e sopravvivere sta causando conseguenze irreversibili.

Ho cominciato a fotografare  il Gange nel 2008.

All’epoca non tutto quello che vedevo in India era affascinante o vibrante.

Ma ero affascinato dalla luce , quel sole debole e quella luce morbida che rendeva tutto piu’ delicato. Attraverso questa diffusione morbida composta per lo più da polvere , inquinamento e fumo , ho passato giorni e settimane , spesso per molti anni seduto sulle rive del Gange a guardare l’acqua dolcemente accarezzare la bestia umana.

In un sonno inquieto città lungo questo fiume convivono con i loro rifiuti industriali e domestici che riversavano nel letto del fiume a una velocità lenta ma costante .

Un rapporto delle Nazioni Unite sottolinea come il Ganges morira’, diventando un fiume stagionale, in questa generazione.

Adesso sono vicino alla conclusione di questo lungo progetto, sto lavorando sull’ultimo capitolo, Il Bangladesh, dove le conseguenze dell’inquinamente e della distruzione dell’uomo che avviene ogni giorno in India, prende delle sembianze ancora piu’ enormi e devastanti.

Seguiro’ le acque del Gange dal loro ingresso in Bangladesh, attraverso la diga di Farakka, per arrivare ad esplorare i Sunderban dove il sacro fiume si getta nell oceano.

Questo ultimo viaggio durera’ 20 giorni.

Il mio obiettivo è quello di utilizzare questo progetto come uno strumento di difesa per educare le persone sulle conseguenze delle nostre azioni e preservare le storie che questo fiume nasconde.

© Giulio Di Sturco

Progetto segnalato:

GABRIELE MICALIZZI

OCCHIO PER OCCHIO

Il periodo che segue al crollo di un regime non è mai cosa facile da gestire o pronosticare, e la strada verso una democrazia non è mai semplice. Ancor di più in un territorio frammentato e diviso in numerose fazioni come la Libia. Così dopo la caduta del regime di Gheddafi è cominciato un periodo di anarchia dove diversi poteri reclamavano la legittimità di governare il “nuovo” paese, ed è proprio in questo scenario, in questo disordine, in questa “maglia larga” che l’ISIS è riuscito ad insediarsi e a raccogliere consensi instaurando un nuovo regime, quello basato sull’ideologia tafkiri e sul terrore.
Ora però le cose stanno cambiando in uno scenario senza precedenti. Se negli anni passati l’estremismo islamico identificava nel “solo” occidente il proprio nemico ora assistiamo a un mutamento. Infatti l’Isis fa spesso leva sul concetto di apostasia invitando i propri fedeli a uccidere altri. Quindi ora dei musulmani stanno lottando contro altri musulmani per evitare che il fondamentalismo e il terrorismo dilaghino.
Nel 2011 Sirte era stata il simbolo della caduta del regno e della dittatura di Gheddafi, ora trascorsi 5 anni è una roccaforte dell’ISIS dove le milizie libiche stanno combattendo una cruciale battaglia contro un regno del terrore, nuovo, quello dell’ISIS.

© Gabriele Micalizzi

Progetto segnalato:

SIMONA GHIZZONI

UNCUT

Le immagini presentate sono tratte del progetto multimediale UNCUT che indaga in profondità il tema delle mutilazioni genitali femminili attraverso la produzione di materiali fotografici, video e di testo.
Per 200 milioni di donne al mondo, il passaggio dall’infanzia all’età adulta è marchiato con il sangue di una mutilazione genitale. Dalla recisione del clitoride al raschiamento delle piccole labbra, fino alla rimozione di tutti i genitali esterni e a una stretta cucitura che lascia solo un piccolo foro per il flusso mestruale e le urine, da lacerare la prima notte di nozze. È un rito ineluttabile, in certe società, che “purifica” le donne dalla loro stessa femminilità, le sottomette nella sofferenza rendendole vergini a vita, refrattarie al piacere sessuale e dunque mogli fedeli.
Secondo l’Unicef, le vittime del “taglio” rituale sono concentrate in 30 Paesi del mondo, 27 dei quali si trovano nel continente africano. Il Parlamento Europeo stima la presenza nella UE di 500mila donne immigrate portatrici di una ferita che comporta gravi conseguenze sanitarie e complessi percorsi d’integrazione.
UNCUT racconta come in tre Paesi africani – Somaliland, Kenya ed Etiopia – le donne si siano coalizzate per dire basta a questa pratica crudele. Una storia corale che restituisce testimonianze di dolore, di coraggiose battaglie per i diritti femminili e, in molti casi, di successo ed emancipazione.
Con il materiale prodotto sono stati realizzati i seguenti prodotti:
un web documentario www.uncutproject.org
un cortometraggio https://vimeo.com/172715477 password uncutp
Il Senegal è uno del 27 stati africani in cui le MGF sono ancora diffuse: si stima che il 51,8% delle donne subisca mutilazioni genitali nonostante siano state dichiarate illegali nel 1999.

© Simona Ghizzoni

Tony Gentile ha iniziato la professione di fotoreporter nel 1989 a Palermo, la città dov’è nato nel 1964, collaborando con il quotidiano locale e, nello stesso tempo con l’agenzia fotografica Sintesi di Roma. Grazie a questa ha pubblicato le sue fotografie nei maggiori giornali e magazine italiani e stranieri. Nel 1991 inizia una collaborazione con l’agenzia di stampa internazionale Reuters, e dal 2003 e’ membro effettivo dello staff di Reuters con base a Roma.
Giuseppe Prode, nato nel 1965. Ha iniziato ad occuparsi di fotografia nel 1990 da dietro le quinte, ovvero gli archivi. Questa esperienza, fondamentale per molti aspetti, gli ha poi consentito negli anni di ricoprire vari ruoli nella gestione, coordinamento e ideazione di progetti sia espositivi che editoriali, collaborando attivamente con musei, fondazioni e case editrici in Italia.

Tony Gentile, La guerra, con un racconto di Davide Enia, a cura di Giuseppe Prode, edizioni Postcart, 2015