Valerio Incerto: Ideogrammi urbani

| Dal 4 al 31 luglio 2017, Padova

Valerio Incerto vuole ricostruire, riscrivere, smontare la visione del reale utilizzando immagini dirette, e per questo definisce una metodologia di lavoro che antecede sia l’inquadratura sia il successivo scatto. Incerto costruisce l’immagine senza utilizzare la regola dei terzi, non cerca né tratti anedottici del soggetto né altre referenze, puntando tutto sulla componente visuale, sulla sua struttura formale: costruisce l’immagine partendo da un nucleo significante, centrale, disponendo eventualmente attorno ad esso ogni altro elemento sintattico.
Il caso fortuito, la combinazione non fanno parte del suo metodo di lavoro: preciso controllo e direzione del soggetto sotto osservazione, scelta accurata delle coppie in opposizione, forma e dettaglio, chiaro e scuro, grande e piccolo, tutto questo è utilizzato per trasformare la fotografia da tecnica documentativa a mezzo di espressione artistica. Fattore fondamentale in ogni figurazione, che tali sono le sue opere, è il bilanciamento dei contrasti in ogni direzione: scelte di oggetti, punti focali, giochi di
Ventanas (2012)
Ventanas
luminosità e penombra, gli amati toni di grigio portano al conseguimento di un equilibrio.
Gli piace giocare con le angolazioni, mettendo in discussione la “legge” delle linee troppo inclinate o una eccessiva compressione prospettica: è soltanto per la comune visione che una perpendicolare deve sempre essere tale, per cui devo sollevare la testa per osservare le finestre in alto di un edificio. In Ventanas (2012) le perpendicolari non sono più tali e la nostra mente non è rapida nel correggere l’interpretazione dell’immagine giocata su una diagonale.
Decisiva quindi la capacità di scorgere la vera essenza partendo da un particolare o da una inclinazione inconsueta dell’apparecchio fotografico. Questo ci mostra sperimentando quasi un momento di sospensione del tempo, che comunque l’attimo è sempre già passato, indipendentemente dalle mode artistiche.
Valerio Incerto gioca con le immagini, a volte scanzonato, come in Opera a chilometro zero (1960); più spesso si comporta da esteta esaltando soprattutto le tonalità di grigio come in Basal Grey (2013) o nelle opere del ciclo New Black Wall (2013). Può essere dissasacratorio, come in Analogical requiem
Gli intagliatori di croci hanno perso il lavoro (2008)
Gli intagliatori di croci hanno perso il lavoro
(2012) e Gli intagliatori di croci hanno perso il lavoro, ma forse la parte migliore è quando racconta delle storie, lasciando allo spettatore, alla sua intelligenza, spirito di osservazione, fantasia e quant’altro possa servire per collegare fra di loro le fotografie della serie Preparazione alla lotta (2012), qui presente in tre scatti, e che lasciano immaginare un seguito che si spera caldo.
Il suo lavoro non presenta connotazioni di ordine simbolico.
La sua fotografia nasce nel clima culturale del realismo, ma si differenzia dai ricercatori della prima metà dell’Ottocento: questi cercavano di rispondere alla necessità di riprodurre con “esattezza” la realtà, Incerto cerca invece di proporre una realtà con utilizzo del mezzo fotografico che esalta le potenzialità linguistiche, diventando quindi produttore di una realtà altra.
Non è facile dire quali siano i fattori che hanno portato a questa lettura di visione dell’immagine ottenuta con la fotocamera, certo ha avuto un peso l’utilizzo della fotografia quale lingua della cultura industriale, della civiltà delle macchine.
Forse Valerio Incerto pensava di rappresentare il mondo proprio così com’è, però la scelta su che cosa e quando fotografare si è risolta di fatto in un lavoro di editing su particolari misconosciuti del mondo. Ciò che fotografa è, di fatto, quella parte del mondo con poca visibilità che fa eco alla sua vita interiore. Invece di mettere il mondo nelle sue immagini, mostra al mondo se stesso attraverso di esse.
La scelta del diaframma, del negativo (anche se digitale), della velocità dell’otturatore e la giusta resa cromatica, tutto ciò non è preordinabile con delle leggi, bensì con un sentimento, più o meno sensibile, della personalità che si trova dietro la macchina fotografica, nel suo saper cogliere le peculiarità dell’ambiente che viene analizzato.
(Presentazione in catalogo a cura di Manlio Gaddi)

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