Sono le 18,45 del 15 settembre 2010. Una fila che arriva fino alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie attende di entrare alle Stelline, in corso Magenta 61 a Milano per l’inaugurazione della mostra Istanbul 05 010 , firmata da Gabriele Basilico, uno dei pochi maestri della fotografia italiana conosciuti in tutto il mondo. E’ una lunga coda, paziente e allegra che ha voglia di lustrarsi gli occhi e di respirare cultura. Dopo mezz’ora la folla si trova davanti alla trasformazione urbana della metropoli turca, popolata da ben 18 miloni di persone e colta in trenta immagini inedite in bianconero e a colori realizzate in due occasioni. Nella prima, datata 2005, Basilico era stato invitato per la IX Biennale Internazionale della città e, nella seconda, nel 2010, Istanbul è capitale europea della cultura. Per Gabriele Basilico parlare del suo lavoro e delle sue città è un invito a nozze. Per chi lo intervista è sempre il piacere di ascoltare e approfondire l’anima dei luoghi.

GRIN: Parli delle città intese come corpo fisico in perenne movimento e metafora degli aspetti sociali del nostro tempo. Vale anche per Istanbul?

GABRIELE BASILICO : Questa dichiarazione di metodo, di comportamento del fotografo nello spazio fisico, si può applicare a Istanbul ma è un metodo mio costante e continuo che si evolve di volta in volta in rapporto allo spazio e al tempo. Appartiene a un atteggiamento più generale in cui mi domando come si fa oggi a raccontare con la macchina fotografica una città, specialmente quando una città acquista una dimensione come quella di Istanbul. Cosa devo fare? Ci vado e mi perdo, perché non sono il tipo di fotografo che va a fotografare Santa Sofia, le quattro e cinque moschee, il Corno d’Oro e il Topkapi con luci del tramonto. La mia fotografia è una specie di sonda che si muove in luoghi che mi interessano e che sono quasi sempre quelli della trasformazione urbana, nei quali la città cresce e cambia volto. A me interessa sempre vedere come una città prende forma. Però cerco di vedere, come dire, il suo aspetto antico, quello che sparisce, come il mistero della nascita e della morte, quello che sopravvive e quello che avanza. Questo lavoro su Istanbul non poteva che essere fatto per una strategia di piccoli campioni, presi in punti diversi della città. Chiaramente non potevo andare e tornare ripetutamente come ho fatto a Milano, dove avevo tanto tempo a disposizione e dove, dal ‘78 all’’80, ho scansionato fisicamente quasi tutta la città attraverso la ricerca delle sue aree già industriali. Qui si trattava di scegliere alcuni punti che non fossero i grandi monumenti e di trovare invece parti che si avvicinassero a una cosa più evocativa e più personale. In particolare ricordavo un viaggio in macchina nel 1970 quando non ero ancora fotografo dove con Giovanna (Calvenzi) abbiamo attraversato tutta la Turchia e l’Iran e la tappa più importante era stata Istanbul. Nel 1970 a Istanbul, per andare da Ovest a Est, c’erano i traghetti, non c’erano ponti, un po’ come lo Stretto di Messina. Adesso ci sono due ponti enormi, come a San Francisco, con un traffico intensissimo. E tutto l’Est si estende per chilometri su una sorta di terreno collinare. E’ descritto in un modo molto poetico nel testo di Luca Doninelli (pubblicato nel catalogo che accompagna la mostra, edito da Corraini edizioni, n.d.r.) che racconta come se fosse il mio compagno di viaggio virtuale interpretando i luoghi attraverso le fotografie. Quindi abbiamo questa città estesa, periferie, luoghi dell’estremo e di nuova urbanizzazione e tutta quella zona di vecchie case della Istanbul ottocentesca, fatta anche di case di legno che sono andato a cercare lungo il Bosforo.

Cosa è rimasto della tradizione e quali aspettative del futuro si riflettono nella città attraverso le tue immagini?

Per rispondere bene a questa domanda bisognerebbe avere un osservatorio scientifico. Ti riporti a un quadro più generale di aspettative. Questa città ha raggiunto, secondo le guide, 15 milioni di abitanti che in realtà forse sono circa 20 milioni. Questa megalopoli cresce ogni giorno e i cantieri producono ininterrottamente nuove volumetrie. Diventerà come è diventato Il Cairo o come Mosca. Tra l’altro la sua è una popolazione giovane e quindi in grande sviluppo. Mi dà la sensazione di una città un po’ caotica nella zona centrale che tuttavia cresce in un modo ordinato e che ci sta mettendo molta energia. Il futuro è suo. Cosa rimane? Secondo me rimarrà poco delle vestigia storiche. L’atteggiamento conservativo non è molto considerato. Mi è sembrato che qualche palazzo fosse in restauro, però su iniziative private. Una megalopoli molto vitale comunque, che contiene tutto. Ha il mare, il Corno d’Oro e ancora, in mezzo al suono della città e quasi soffocato dal rumore della metropoli, il muezzin che insiste senza sosta.

Com’è il cuore di Istanbul, visto con il tuo cuore di fotografo?

Adesso devi andarlo a cercare. Quando arrivi in aereo, la prima impressione è forte. Poi scendi e vai per le strade, arrivi nel cuore delle moschee, risali il Corno d’Oro e vai a vedere dove abitava Pierre Loti. Oggi è difficile paragonare le mie emozioni di 40 anni fa di fronte a una città che allora conservava la consapevolezza di essere la porta verso l’Oriente, con quelle dei visitatori contemporanei. Ricordo che quando arrivavi con il ferry nell’Est dicevi con un’aria sentimentale e di complicità: “Ma siamo all’Est del mondo, di là è l’Europa, di qua è l’Asia e la terra è uguale, divisa da un solco di mare”. Però sembrava davvero che di qui ci fosse più polvere in giro e che i muezzin avessero l’altoparlante più forte. Avevi una sensazione forte di oriente che forse ti costruivi dentro di te, ampliandolo con l’immaginario. Oggi tutto questo non l’ho più provato. Mi sono immerso nella città che sta cambiando, che va verso il futuro. Est e Ovest sono ormai una città sola e i due ponti che assistono ogni giorno al passaggio di migliaia di auto sono semplicemente due tapis roulant, elementi di congiunzione della stessa città.

Palazzo delle Stelline, corso Magenta 61, Milano. Fino al 12 dicembre 2010. www.stelline.it

Mariateresa Cerretelli