Christian Caujolle, uno dei più interessanti critici della fotografia internazionale, è stato il creatore del servizio fotografico del quotidiano Libération a Parigi e il creatore dell’agenzia Vu e della galleria omonima, alla notizia della chiusura dell’agenzia Grazia Neri ci ha scritto.

Quando, all’inizio del 1986, con Zina Rouabah, abbiamo creato VU, agenzia di fotografi, all’interno del gruppo di Libération, il quotidiano ha dedicato una pagina alla nascita della sua nuova filiazione. Due giorni dopo abbiamo ricevuto una telefonata da parte di una signora che non conoscevamo: “Buongiorno, sono Grazia Neri, ho un’agenzia di distribuzione di fotografia in Italia, a Milano, e mi piacerebbe lavorare con voi”. Siamo rimasti naturalmente gratificati da questo invito che sembrava aprirci da subito le porte del mercato internazionale. E non porte qualsiasi! Qualche settimana più tardi Grazia è venuta a trovarci a Parigi, ci siamo messi d’accordo sui modi di funzionamento e … non abbiamo mai firmato contratti. Cosa che non ha impedito, fino a oggi e con una fedeltà esemplare da entrambe le parti, che VU sia presente sul mercato italiano grazie all’agenzia Grazia Neri. E’ questo che, tante volte e prima che esistesse il digitale, ci ha portato a sera inoltrata alla Gare de Lyon dove consegnavamo al controllore dei Wagons Lits una busta più o meno pesante di stampe e di duplicati di diapositive che rappresentavano le ultime produzioni. Il controllore intascava anche, e lo faceva pure all’arrivo, un biglietto da 100 franchi per i suoi buoni servigi. E faceva lo stesso con le altre agenzie, fra le quali Sygma della quale non si ricorderà mai abbastanza quanto debba alla fedeltà entusiasta di Grazia. Mi dicevo allora che il lavoro di controllore dei vagoni letto sul Parigi-Milano era un mestiere davvero invidiabile… Poi ci sono stati anni di condivisione e di complicità. Dall’euforia per le belle pubblicazioni sui supplementi dei quotidiani alle angosce di fronte alla riduzione delle pagine redazionali nella stampa, accompagnata dalla riduzione dei budget, dalla domanda di immagini “più felici”; dalla disaffezione nei confronti del fotogiornalismo alla notizia di una bella pubblicazione che diventava un balsamo per il cuore. E c’erano gli incontri amicali, ad Arles, a Perpignan, occasioni per chiacchierare, per scambiarsi opinioni, per fare il punto e per confortarci con la stessa passione, mai indebolita, per la fotografia e per i fotografi. A proposito di fotografi: ce ne sono stati che sono venuti da Milano a Parigi, da Grazia Neri verso VU, fra gli altri Paolo Pellegrin e Paolo Verzone. Quasi un quarto di secolo più tardi la notizia è arrivata brutalmente: l’agenzia Grazia Neri chiude. Tegola sulla testa, tanto più che non ci sono state vere comunicazioni, vere spiegazioni. All’inizio un senso di tristezza, non tanto per Grazia, che aveva già passato il testimone a suo figlio Michele dopo una vita di passione fotografica più che gratificante e che continua sotto altre forme meno stressanti nella quotidianità, ma per tutto il gruppo di lavoro del quale lo smarrimento è pari alla competenza e al coinvolgimento in questo bello strumento di difesa della fotografia che, da Milano, ha irradiato la stampa italiana di quello che c’è stato di più esigente, di più innovativo (ivi compreso anche quello che non era commerciale) nella fotografia. Si dice che l’agenzia ha perso denaro sull’esercizio precedente – e non fa parte di un gruppo, cosa che la rende tanto indipendente quanto fragile -, che venticinque dipendenti sono un impegno troppo gravoso e che ce ne vorrebbero dieci di meno. Si dice, si dice e non si sa. Salvo che qualche cosa sembra finire, qualcosa difficile da esprimere e da spiegare.
Circa un anno fa, in occasione della mia ultima visita a Milano, ero naturalmente andato a trovare Grazia che, anche se ufficialmente non lavorava più all’agenzia, aveva conservato il suo ufficio e ci andava quasi tutti i giorni. Siamo andati in una grande stanza, invasa da scatole impilate. Era il cimitero delle stampe e delle diapositive che bisognava, nei limiti del possibile, classificare e restituire ai proprietari per liberare uno spazio diventato troppo costoso. Era allo stesso tempo affascinante e disastroso, rimandava a un “prima”, così vicino e diventato completamente obsoleto, di un mestiere che consisteva nel proporre ai giornali delle stampe fotografiche perché le riproducessero, informassero, facessero scoprire. E nelle scatole c’erano, ad esempio, stampe di Ugo Mulas (amico di Grazia, del quale oggi si riconosce l’importanza del lavoro sull’arte contemporanea) che le erano state affidate da mettere in distribuzione. Si trattava di vintage e se non era più possibile che l’agenzia sopravvivesse vendendo i diritti di riproduzione di un ritratto di Marcel Duchamp, avrebbero trovato il loro posto sul mercato dell’arte, più o meno speculativo secondo i momenti. Se parlo di queste cose con tristezza, ne parlo anche senza nostalgia. Il mondo di un tempo non è mai stato un mondo ideale (so di cosa parlo …) e i progressi tecnologici permettono degli exploit a lungo inimmaginabili. Quello che mi inquieta è che dopo la semi-scomparsa delle strutture di produzione siano in crisi anche quelle di distribuzione. Quello che nessuna macchina potrà rimpiazzare è la capacità di persuasione, appassionata e amorevole, di una Elena Ceratti o di quanti hanno lavorato “chez Grazia” mentre difendono l’approccio e il punto di vista di un fotografo. E’ la sensazione che dopo la scomparsa delle foglie di salvia nei saltimbocca, non mi verrà neppure lasciata la scelta tra spaghetti e tagliatelle. Ed è veramente triste. Poveramente triste.

Christian Caujolle

Ottobre 2009