Passo di Lavazé (TN), 2019

Dal 2019, un anno dopo la Tempesta Vaia, Stefano D’Amadio documenta fotograficamente il territorio che si estende tra la Provincia Autonoma di Trento e quella di Bolzano, focalizzando la sua attenzione sulla Val di Fiemme. Di fronte a lui un paesaggio statico, come se il tempo si fosse fermato a quel 29 ottobre del 2018, e al tempo stesso vitale, grazie a quelle persone che lavorano incessantemente alla rinascita del territorio.

Paesaggio e uomo. Sono questi i due poli su cui verte la mostra dal titolo Vaia, la lunga notte visitabile fino al 12 settembre a Cavalese presso il Palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme.

L’esposizione si apre con il racconto di quella notte attraverso le testimonianze di chi ha vissuto la tempesta in prima persona. Video interviste che raccolgono i ricordi di quelle donne e uomini che da un ambiente familiare si sono ritrovati improvvisamente in un luogo che a stento riconoscevano.

Dalle loro voci però si coglie anche un sentimento positivo. La Natura, forza distruttrice e di rinascita, offre all’uomo una seconda occasione, per poter fare diversamente e meglio. Come afferma una guardia forestale di Nova Levante, in pochi conoscono il ringiovanimento naturale della foresta.

Località Prà Tondo, Predazzo (TN), 2020

Il vernissage della mostra, che si doveva tenere in presenza lo scorso 4 dicembre, a causa dell’emergenza sanitaria in corso si è svolto in streaming. Date le attuali e nuove disposizioni, il museo ha organizzato per venerdì 2 luglio un incontro con Stefano D’Amadio in dialogo tra gli altri con Ilario Cavada, tecnico forestale della Magnifica Comunità di Fiemme. Per l’occasione, abbiamo intervistato il fotografo che ci ha raccontato il progetto e la sua esperienza nei territori colpiti dalla tempesta. Buona lettura!

Quando sei venuto a conoscenza della Tempesta Vaia e cosa ti ha spinto a voler fotografare le conseguenze di questo evento che ha colpito il paesaggio e le persone che lo abitano?

Ho saputo della catastrofe il giorno stesso in cui è accaduta ma sono partito per quei luoghi solo alcuni mesi dopo, grazie ad un servizio del TG2 che presentava un’inchiesta a sei mesi dalla Tempesta Vaia. Ed è proprio qui che è scaturita in me la scintilla. Non sono mai stato interessato a raccontare gli eventi appena accaduti. Piuttosto trovo interessante testimoniare il dopo, quando l’uomo, le persone, quelle investite dalla tempesta, col passare del tempo, cercano di superare l’accaduto e rapportarsi con la drammatica realtà di un bosco che non c’è più.

Nei pressi del Forte Interrotto, Asiago (VI), 2019

Rispetto a questa vicenda, come ti sei posto da fotografo esterno? Ricordiamo che sei originario di Roma e che vivi nella capitale.

Vivo a Roma e non ho mai amato la montagna ma un richiamo quasi irrazionale mi ha spinto a scrivere subito a FSC Italia, una ONG nata nel 1993 per promuovere la gestione responsabile di foreste e piantagioni, e con loro ho iniziato a esplorare quei luoghi. Oggi non riesco più a vivere senza fare una passeggiata nei boschi in montagna.

Da spettatore e poi da attore, come ti sei relazionato con la gente del luogo? Come hai fatto a farti accettare e a far sì che le persone che hai incontrato e poi fotografato si fidassero di te e accettassero di essere coinvolti in questo tuo progetto?

Quando sei un fotografo e decidi di raccontare una storia devi essere prima di tutto generoso e sincero con te stesso e nei confronti delle persone che incontri. La fiducia per me è la cosa più importante.

Silvio Chiocchetti, ex boscaiolo e istruttore di sci

Che tipo di approccio hai deciso di usare per raccontare questo evento? La mostra infatti evidenzia due diversi filoni: la fotografia di paesaggio e i ritratti accompagnati da diverse video interviste.

Mentre guardavo il servizio sul TG2 vedevo tanta confusione; trattori, alberi, conducenti di macchine forestali in un gran movimento continuo. Arrivando lì, in quegli enormi spazi di un territorio a me sconosciuto, ho preso la macchina fotografica e ho cercato di dare un ordine a ciò che mi si presentava davanti. Linee, angoli, spigoli, ruote, uomini sono rappresentati in maniera metodica. Meticolosa è anche la struttura organizzativa volta a riordinare quel caos naturale e far rinascere un possibile bosco nuovo. Oltre alle fotografie di paesaggio e di ritratto, ho anche realizzato un piccolo documentario.

Da un anno circa, la Tempesta Vaia ha interessato anche altri fotografi. Come ti poni nei confronti di questi diversi ma comunque validi e interessanti progetti fotografici?

Sì, la tempesta ha interessato tanti fotografi e anche diversi registi ma ho volutamente scelto di non guardare altri progetti per non esserne influenzato.

Il Gruppo del Latemar visto da Nova Levante (BZ), 2019

Come pensi di proseguire questo tuo progetto?

Il prossimo dicembre tornerò per continuare a seguire il cambiamento e documentare la rinascita dopo la tempesta, sempre a cadenze diverse, scandite dalle stagioni. Il mio desiderio è quello di realizzare un libro che racconti l’evoluzione di un nuovo bosco e soprattutto di un diverso modo di vivere e ascoltare la natura. Questa catastrofe ha portato a inconsueti orizzonti e cambiato la maniera di osservare il paesaggio ma ha anche regalato a tutti noi una nuova opportunità. Una sfida da non perdere.

INFO

Vaia, la lunga notte

Fotografie di Stefano D’Amadio, una mostra a cura di Roberta Levi

5 dicembre 2020 – 12 settembre 2021

Palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme

Via Sicario, 1 – Cavalese (TN)