Arles 2008. Edizione curiosa. In parte segnata dalla mano e dal cuore glamour di Christian Lacroix.

L’ultimo colorato Avedon.
Lindbergh verso Roversi e viceversa.

Roversi e il suo studio.
Scelta bizzarra. Ciò che è meno sognante. Ciò che meno ci porta via. Il suo spazio, fatto di quinte vuote, pochi oggetti, qualche lampada a rappresentare la sua necessità del nulla.
Il suo luogo ha il compito arduo di dirci questo genio della fotografia, un maestro che ha bisogno solo della sua poetica.
Il resto è niente.
Eppure mi ha sorpreso la necessità di raccontarsi attraverso lo spazio. Roversi è un grande artista che tanto è grande quanto più si misura con la figura umana, la veste di poesia, la rende anima, gli afferra lo sguardo e la trasforma in fantasma immortale.
Di certo lo spazio è simbolico, di sicuro è lì nello studio parigino ma è un piccolo angolo dell’ovunque di cui ha bisogno per creare ogni volta una magia.

L’altro Paolo, Pellegrin per intenderci, fa la stessa cosa.
Ci prende per mano e ci porta nel mondo. In quello grande, grandissimo che lui sa attraversare.
Testimone eccezionale, autore raffinato e sensibile ci mostra la guerra, la perdita, il dolore, le ferite. La tragedia umana si dispiega davanti ai nostri occhi. Non ci nega paesaggi del dramma carichi di atmosfere. Scopriamo luoghi e volti che ci inchiodano, siamo attoniti e non possiamo fare a meno di sapere. In mezzo alle immagini di tanti mondi anche i fedeli, pellegrini del Papa morente. Occhi che ci guardano. Azzardo riuscito.
Agonie di questo mondo narrate con la forza di un linguaggio che si è fatto negli anni sempre più maturo, si è consolidato e sa scavare per raccontarci sempre di più ogni angolo di questo pianeta, sa dirci che qui non si è in pace e nulla è mai abbastanza lontano per essere dimenticato.
Perché allora ancora frammenti di linguaggi immaturi? Perché, accanto alle storie dense di poesia e consapevolezza, ancora fotografie di un’altra era in cui il linguaggio sapeva dire meno e richiamare emozioni più ovvie?

Paolo & Paolo sono grandi maestri, i più grandi nei rispettivi ambiti, che in queste mostre si mettono a nudo. E forse, anche per loro ogni volta la sfida è nel difficile esercizio del guardarsi e capirsi.
Forse un po’ anche attraverso noi, pubblico attento e fanatico delle loro creature e delle loro testimonianze.

Renata Ferri