Incontriamo Tim Hetherington la sera dell’inaugurazione del LUCCAdigitalPHOTOfest nel grande salone di Villa Bottini. La coda al buffet procede lenta, accanto a noi Tim Hetherington, anche lui in attesa del suo turno. Amiamo la sua fotografia, conosciamo il suo lavoro e adesso è qui accanto, a portata di voce, perché mai non dirgli che ci piace quel che fa? Così , con del vino rosso e il piatto pieno, si unisce al nostro gruppo di amici attorno a un tavolino e iniziamo a chiacchierare. Non è un’intervista, solo l’incontro imprevisto con un grande fotografo che esprime apertura, empatia e voglia di parlare e ascoltare. Così ci racconta che a ventuno anni, quando era studente a Oxford e studiava letteratura inglese, greca e latina, sua nonna morì e gli lasciò una piccola eredità di 5.000 sterline. Lui allora prese e partì per l’India, dove rimase per due anni. Al suo rientro, a quelli che gli chiedevano di parlare di sé e di quell’esperienza, Tim rispondeva quasi con fatica, sentiva che quello che diceva non era quel che aveva provato. Non riusciva a dare voce a quelle emozioni.
Un giorno vide un film “Sans Soleil” del regista francese Chris Marker e sentì che, nello scorrere di quelle sequenze, il cineasta dava perfettamente forma a quel non detto della sua esperienza in India. E fu allora che capì che l’immagine, e non la parola, lo avrebbe aiutato a raccontare la sua vita.
Con le poche foto scattate in India, immagini amatoriali e niente più, si presentò per chiedere l’iscrizione a un Master di fotografia a Londra, ma non riuscì ad accedervi. Poco dopo però era già nel Wales, a seguire un corso con Christopher Pillitz. Ricorda i suoi primi ritratti fotografici a donne che suonavano il violino, gli still life: tutto diventava oggetto da ritrarre fotograficamente.E infine il primo vero lavoro da professionista: fotoreporter per una rivista locale per homeless. Poi il salto all’Independent, il prestigioso quotidiano inglese. Oggi Tim Hetherington lavora in esclusiva per Vanity Fair.
Il suo lavoro non è creare immagini a effetto, Hetherington non cerca l’estetica ma la narrativa. Si considera uno “storyteller”, un narratore, uno che ha imparato la disciplina del giornalista ma che cerca il respiro del romanziere. C’è poi una cosa a cui, da sempre, Tim tiene fede. Trascorrere tanto tempo quanto sente necessario in mezzo alla gente che fotograferà per conoscerla e diventarne parte. Il tempo della conoscenza, e dunque anche il tempo della fotografia, non può essere circoscritto.
Ha vissuto cinque anni in Liberia per poter raccontare quel paese, la sua gente, la sua realtà. In quei cinque anni è entrato nelle case delle persone, è diventato un loro amico, ha vissuto su quella terra. Si è preso tutto il tempo necessario perché la conoscenza si completasse e si caricasse di significato, solo allora avrebbe potuto fotografarla. (Ne è nato anche un libro “Long Story Bit by Bit”, che uscirà nella primavera del 2009 edito da Umbrage Editions.)
E così ha fatto anche in Afghanistan, raccontando la vita dei soldati americani. Un lavoro che gli è valso quest’anno il massimo riconoscimento del World Press Photo.
Quali sono i suoi futuri progetti, gli chiediamo infine. Tim ci racconta di una mostra che ha da poco lasciato i Paesi Arabi e che presto sarà ospitata al British Council di Londra: una collettiva di nove fotografi, sei arabi e tre inglesi. Il tema è quello caldo del petrolio.
C’è in arrivo qualcosa di nuovo però, almeno ci sembra di intuire. Quella ricerca di un mezzo espressivo – che a vent’anni lo ha portato a cercare e ad amare la fotografia fino a farlo diventare oggi uno dei più grandi fotoreporter del mondo – è sempre in lui e forse è giunto il momento di sperimentare qualcos’altro accanto alla foto, altre forme d’arte. E noi aspettiamo che questa ricerca si compia per emozionarci ancora.

Paola Brivio e Elena Ceratti

LUCCAdigitalPHOTOfest
http://www.luccadigitalphotofest.it/

World Press Photo of the Year 2007
http://www.worldpressphoto.org