Uno a cento. Un photo editor per cento fotografi. Questa l’impressione dell’ultima edizione di Visa pour l’image. Un festival ormai vecchio che non si rigenera più da solo ma che, forte esclusivamente della sponsorizzazione Getty, è stato ribattezzato polemicamente Visa pour Getty o, come mi suggerisce un amico anglofono, Getty pour Visa.

Una presenza imponente quella della grande agenzia che, ostinarci a chiamarla ancora agenzia fa un certo effetto; esistono ancora le agenzie? E se esistono, hanno quelle dimensioni? Un portale, un fornitore mondiale di immagini che spazia dallo stock alla fotografia storica fino a includere autori emergenti. Un’ambiguità di dimensioni impressionanti che non ha competitors e non potrà averne vista la decadenza di Corbis, l’altro ex grande contenitore di immagini per l’editoria e la comunicazione.

Visa arranca con il solito programma, ma noi non siamo più gli stessi e sentirci soliti non ci fa affatto piacere.

Visa delude e ci impigrisce. Ci trasciniamo al caffè de la Poste e tiriamo tardi per dimenticare le brutte e noiose proiezioni. Proiezioni la cui formula non è mai cambiata. Si comincia con i fatti del giorno: 5/6 immagini di avvenimenti (francesi al 90%) commentati dallo stesso Jean Francois Leroy, l’eterno e inossidabile ideatore e direttore del Festival.

Si prosegue con gli avvenimenti dell’anno divisi in trimestri. Ve lo giuro,la musica che li accompagna non è mai cambiata, almeno non negli ultimi dieci anni.

Seguono proiezioni tematiche. Conseguences dell’agenzia Noor è forse la più interessante in quest’epoca di pochi progetti, tantomeno collettivi: mappatura un po’ scolastica sui disastri ambientali in giro per il mondo. Seguono reportage brutti e sequenze noiose. Per vedere qualcosa di emozionante bisogna aspettare il tributo a Gilles Caron o la celebrazione per i dieci anni di De l’Air, il magazine dedicato alla fotografia che ci fa venire voglia di fare nuovi giornali.

Serata successiva, stessa musica. In nostro soccorso arriva il lungo e davvero straordinario lavoro svolto in Messico da Jérome Sessini, vincitore anche del premio FFF Award Forma Fabrica e del Getty Grant for editorial photography.      Visa val bene un lavoro.

E mentre iniziamo a sperare, ecco che arriva la didattica con proiezioni “contenitore” dove si racchiudono argomenti spesso sterminati. Il Sudafrica di Mandela: il campionato del mondo, l’apartheid, gli scontri, l’occupazione straniera, gli Afrikaner e i diritti civili. Tutto quello che avremmo potuto vedere, credetemi sulla parola però stancante e senza una traccia.

E tutto vediamo anche del terremoto di Haiti: una serie infinita di ripetizioni. Copyright differenti ma poca diversità di linguaggio. A fatica distingui gli autori e cerchi un filo logico, un racconto, qualcosa da portare via con te alla fine della serata. Impossibile. Le immagini si susseguono, incalzano, di tizio, di caio, senza un ordine e, di conseguenza, senza un perché. Al termine siamo stremati, nauseati dal dramma di Haiti, anche un po’ seccati. Non vorremmo esserlo, avremmo voluto trovare un sentiero emotivo per vedere col cuore e capire un po’ di più.

E’ la serata finale. Ci avventuriamo al Couvent de minime per le solite danze della notte.

Si balla fino all’alba. Il repertorio è anni ’80. Io e i miei amici zampettiamo contenti di cantare a squarciagola Madonna o gli Eurythmics ma vedo le facce più giovani che si scambiano sguardi increduli.

Per fortuna ci sono i premi. Una serie ormai sterminata di premi che si scambiano qui a Perpignan.

Il Visa d’or, e le sue declinazioni: la presse quotidienne, news e magazine, ben tre. Premi che nascono da una giuria che non si è rinnovata in venti anni e che mantiene al suo interno figure ormai non più attive nell’editoria (nella press per l’appunto) .

Il Getty Grants; il gran Prix Care; il Prix Pierre e Alexandra Boulat; il Prix Canon de la femme; Il Prix de jeune reporter. Insomma sembrerebbe una manna.

Ma io diffido dei premi da riserva indiana: primo tra tutti il “female” che è per le povere femmine che non possono giocare ai giochi grandi dei maschi. Bambole contro soldatini.

Faccio fatica a dirlo ora che ha vinto Martina Bacigalupo con la sua toccante storia di Francine che ci ha visto, come Grin, tutte coinvolte nella raccolta fondi e nel massimo sostegno al progetto.

Eppure sono contraria e vorrei un Visa nuovo e rigenerato, capace di dare risposte o di suscitare dubbi. Un festival capace di raccogliere ciò che succede fuori nel mondo della fotografia. Uno spazio aperto e un ponte tra realtà differenti. Vorrei vedere altre mostre, o almeno altre cornici.

Perpignan è stata per questi 22 anni un luogo d’incontro, di scambio, di crescita. E’ stata lo spazio per affermare piccole realtà locali nello scenario internazionale. Ha dato visibilità e peso al fotogiornalismo,con le proiezioni e le mostre,ha convertito in “campagne” problemi di politica estera: sempre schierandosi, sempre scegliendo da che parte stare.Dichiaratamente e forse a volte incautamente. Però a Perpignan siamo andati volentieri, con gli aerei per Girona delle 8 del mattino, con le macchine a noleggio e i passaggi dell’ultima ora. Visa è stato per molti di noi la piazza internazionale, lo spazio d’azione per sentirsi nel grande mondo della fotografia, a costo di sacrifici, in alberghi scadenti o in appartamenti rimediati.

Qui siamo cresciuti a suon di birre e pastis, abbiamo viaggiato tra i mali del mondo e siamo diventati grandi. Il Festival non è cresciuto con noi. E’ invecchiato e constatarlo ci fa soffrire. Forse per rinascere bisogna andare altrove. In territori nuovi e vergini. Forse sarà in altri continenti che il fotogiornalismo, ancora una volta, ci sorprenderà. A dieu Visa.

Renata Ferri

So far from God,too close to America Un’immagine tratta dal lavoro So far from God,too close to America di Jérome Sessini