Dieci giorni passati al buio in una stanza esagonale sotto il tetto di una ex chiesa, qui ha sede il World Press Photo Foundation. Qui abbiamo il compito e la responsabilità di scegliere le immagini che più rappresentano gli avvenimenti dell’anno appena passato.

Siamo tutti spaesati e taciturni, fotografi e photo editor imbarazzati davanti all’obiettivo del fotografo per il ritratto di gruppo ma il nostro disagio e la formalità dureranno pochissimo.

Fa caldo ad Amsterdam, un caldo pazzesco per essere febbraio. Siamo a sud della città in una zona tranquilla, alloggiamo all’Hilton, quello mitico dove sono passati John Lennon e Yoko Ono e dove hanno fatto la foto in accappatoio bianco.

E’ un’avventura questa giuria,lo si capisce da subito: lo staff giovane, bello ed efficiente ci rifornisce di coperte di pile, acqua, bibite e ogni genere di bomba glicemica. Passeremo 12 ore e più ogni giorno in questa stanza a discutere foto per foto, infreddoliti dall’immobilità e appassionati dalle discussioni.

Le regole da rispettare sono infinite, veniamo istruiti e abbiamo un fascicolo rilegato, volendolo studiare è un intero libro.

Per fortuna c’è la segretaria della giuria di questa edizione che ci segue come dei bambini al primo giorno di scuola. E’ Daphne Anglès, responsabile dell’uffico fotografico del New York Times di Parigi, perfetta, efficiente, straordinariamente equilibrata e molto calma.

Si vota con un pulsante elettronico, non c’è margine di errore. Per ogni eccezione o modifica, si vota e si rivota.

Le categorie sono nove: all’interno di ogni categoria dobbiamo premiare le tre storie vincitrici e le tre foto singole. Alla fine di questi giorni sceglieremo la “foto dell’anno”, quella che racchiude la forza di un problema o di una particolare condizione umana. Sappiamo già che per quell’immagine ci batteremo e ognuno di noi sarà pronto a lottare per difendere un’idea, una battaglia, un luogo, un sopruso o le vittime di una catastrofe.

Affrontiamo le categorie più impegnative, quelle che parlano di tragedie e guerre. Quelle dove i fotografi di tutto il mondo sono andati per testimoniare. Sono le categorie che meglio rappresentano questa professione: la voglia di guardare il mondo per raccontarlo o anche soltanto la volontà di esserci, là dove tutto succede e dove ogni cosa non sarà mai più la stessa. Così devono aver pensato tutti i fotografi che ci hanno mandato i loro reportage da Haiti distrutta da un terremoto terribile. E lo stesso quelli che hanno seguito i violenti scontri tra le camicie rosse e l’esercito thailandese o la marea nera in Cina e la tragica e magnificente eruzione del vulcano in Indonesia. Nelle categorie dedicate al racconto della vita quotidiana, agli avvenimenti dell’anno e alle notizie è inarrestabile la quantità di immagini che ci costringono a guardare per sapere davvero “come va il mondo”.

108.059 immagini e 5.691 fotografi di 125 nazionalità differenti hanno mandato le loro immagini per questa edizione.

Una cifra pazzesca se rapportata alla prima edizione di questo premio, nel 1955, a cui parteciparono 42 fotografi da 11 nazioni per un totale di 300 immagini. Non esisteva la rete, il mondo povero e martoriato o quello ricco e felice non erano così a portata di mano e anche la fotografia richiedeva tempi lunghi e attrezzature professionali.

Oggi è terribilmente “democratica” questa fotografia, con una macchina di media qualità puoi vincere questo o altri premi. C’è una straordinaria casualità nelle competizioni di massa.

Per questo il nostro compito è feroce: vediamo 12mila fotografie al giorno. Cadaveri e teste tagliate, violenze di ogni sorta e miserie. Quello che sceglieremo sarà ciò che verrà visto da milioni di persone.

La mostra del World Press Photo raggiunge 45 paesi in tutto il mondo e ha più di 2,5 milioni di visitatori ogni anno. Senza contare gli utenti della rete che non si muovono dal loro schermo ma vedono tutto.

Bella responsabilità. Numeri importanti a cui filtriamo la realtà. Fino a che punto si può mostrare l’orrore? Per raccontare il terremoto di Haiti è giusto mostrare i morti? Anche se è il corpo senza vita di un bambino lanciato in aria da un volontario?

E che dire delle teste mozzate nelle guerre di bande messicane? Poggiate sull’erba come un marmo greco, bellezza dell’orrore e voyerismo sfrenato o stiamo semplicemente facendo il nostro lavoro e siamo tenuti ad informare con le immagini?

Non ho mai dormito nelle notti di Amsterdam e dopo qualche giorno ho scoperto che nessuno di noi riusciva a farlo. L’adrenalina che avevamo nel corpo dopo tutti quei volti e tutte quelle vittime ci impediva di prendere sonno.

Ma se la fotografia deve suggerire, non insistere o spiegare, come diceva Brassai hanno ancora senso queste decine di migliaia di immagini così forti e immediate? Ha significato e parola la fotografia nel mondo televisivo, bulimico di notizie rumorose e in movimento?

Prima di essere in questa giuria ignoravo tantissimi micro e macro avvenimenti: non avrei mai immaginato tante comunità hippies e neppure così tante feste religiose sparse nel globo. Ho scoperto, giorno dopo giorno, che nei paesi ricchi la fotografia indaga più facilmente il privato.

Ho scoperto che dai paesi in via di sviluppo anche le immagini semplicemente belle che valutiamo nelle categorie “arte e intrattenimento” e “ritratto” contengono un dolore. E così c’è sempre compassione nel guardare i volti degli spettatori del cinema in India. Pensate per un attimo se questi spettatori al cinema fossero stati ritratti in Australia, non ci avrebbero di certo emozionato.

In questo continuo saltare dal nostro mondo all’altro ci rendiamo sempre più conto, mano a mano che le immagini sfilano davanti a noi, che nelle nostre piccole vite succede davvero poco.

Guerre, fame, siccità, alluvioni e un mondo di bambini risiedono altrove dove tutto avviene, enorme, grandioso, tragico.

Siamo riusciti a sorridere nel giudicare la natura, così bella e imponente. Nei momenti in cui la stanchezza prendeva il sopravvento, abbiamo sognato per un attimo che i cigni del mare del nord avrebbero potuto essere i romantici protagonisti della foto dell’anno.

E ci siamo concessi una bella pausa nelle competizioni sportive dove ogni immagine è davvero figlia della straordinaria capacità del fotografo e della tecnica di cogliere la frazione di secondo perfetta in cui avviene l’azione.

Quando abbiamo dovuto dare le menzioni speciali ci siamo unanimemente trovati d’accordo nel premiare il lavoro di Michael Wolf tratto da Google Street View che ci mostra noi, proprio noi quelli del primo mondo, guardati, spiati nelle sfortunate circostanze della vita quotidiana.

Il penultimo giorno siamo esausti. Dobbiamo chiudere la partita. Assegnare i premi nelle varie categorie.

Alla fine di tutto, tra queste ci sarà l’immagine vincitrice, quella che farà da portabandiera di questa edizione. Quella che arriverà ovunque come foto notizia, sui quotidiani, sul web, quella che scatenerà dibattiti e susciterà accordi e disaccordi. Discutiamo se è giusto o meno premiare un’immagine o la storia che rappresenta. Se è meglio privilegiare la “news” o l’universalità e l’immortalità del tema.

Io sono per Haiti perché so quanto un premio come questo può aiutare la raccolta fondi per il paese in ginocchio. Ma sono una donna e l’immagine di Bibi Aisha, afghana di 18 anni a cui sono stati tagliati un orecchio e il naso come punizione per essere fuggita da un matrimonio violento e non scelto, è davvero forte. Mentre scartiamo pezzi di mondo ci fermiamo sull’immagine di un uomo e suo figlio in controluce che camminano nell’acqua. E’ stata fatta in Pakistan durante l’inondazione. Siamo tutti commossi ma va via anche questa.

Siamo stanchi. Bibi ci guarda. Sappiamo che è in America, che le hanno ricostruito il volto. Ha una nuova vita e  raccoglie i fondi per le donne del suo paese che hanno bisogno d’aiuto.

Il ritratto che le ha fatto la sudafricana Jodie Bieber per Time non ti consente di girarti dall’altra parte, è una foto “forte” con tutta la sua drammatica bellezza.

Non ci giriamo neppure noi. A noi Bibi chiede di andare nel mondo a dire come stanno le donne. A noi, che siamo in un mondo migliore del suo, il compito di dire, con una sola muta immagine, basta violenza contro le donne.

Mentre passo l’ultimo giorno al buio di questa “visione” infinita dell’umanità e delle sue diversità mi viene in mente una frase di Diane Arbus: “Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate. “

Se non ci siamo accorti di Bibi e di tutte le altre, ora dobbiamo guardarle, bene in faccia.

Renata Ferri

La mostra

Roma:  Museo di Roma in Trastevere , fino al 22 maggio

Milano : Galleria Sozzani, Corso Como 10 fino al 29 maggio.